Lo sguardo di Iskah

gli occhi indugiano sulle mille parole di un libro

La repubblica dei gatti – Premio speciale della Giuria per la sezione Narrativa della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo”2009.

Pubblicato da Jessica Carrieri su 2 Novembre 2009

LA REPUBBLICA DEI GATTI

gatto_colonia_roma_170204Il cielo di Roma in una notte densa di molti anni fa.

<<Pronto, ciao Flavio che fai?>>

<<Guardo la televisione, mi annoio>>.

<<Ci vediamo? Non ho sonno>>.

<< Va bene, ma cosa facciamo?>>

<<Non so davvero, vediamoci fra mezz’ora poi decidiamo>>.

Era sera inoltrata, un lunedì uggioso, gli esami lontani, la televisione, un cielo novembrino senza nuvole, le strade vuote per il lungo ponte di Ognissanti.

Un colpo di clacson. Eccolo. La borsa, le chiavi.

Flavio era un buon amico, un quasi architetto con velleità artistiche e lo sguardo sempre curioso. Gli volevo bene, in sua compagnia mi sentivo speciale, diversa, sempre emozionata e pronta a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

<<Che aria fresca stasera e che pace, allora che facciamo Fla’?>>

Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica.

<< Inseguiamo i gatti questa sera>>.

<<Di che gatti parli?>> Il mio sguardo doveva essere tra l’attonito e il divertito.

Sorrisi ma non indagai oltre, mi sembrava più stralunato del solito.

La macchina scivolava nella notte a velocità moderata per non turbare la percezione di quella desolazione. Guidammo per venti minuti ascoltando le note di una stazione radio che trasmetteva underground notte e giorno.

Parcheggiammo senza difficoltà, a mezzanotte piazza Venezia era solo per noi. Flavio indossò la macchina fotografica e insieme ci dirigemmo verso le scale del Campidoglio.

Salimmo senza scambiarci una parola ascoltando l’eco dei nostri tacchi per le scale, avevamo quasi lo stesso passo. L’immensa ragnatela, la statua di Marco Aurelio.

Il profumo della quiete notturna ci riempiva; il nostro affanno dopo la lunga scalinata appariva il giusto tributo a quella immensità immobile e rarefatta.

Un piede dopo l’altro giungemmo dinanzi a quel bivio che si presenta al viandante chiedendogli di scegliere fra i due declivi che dolcemente discendono verso i fori accarezzandone i contorni.

Una tentazione quella di dividerci e lasciarci rotolare come palle nel nero vetusto di quella Roma antica.

Invece rimanemmo immobili con i piedi pesanti e gli occhi che cercavano intorno e in tondo; il vento arrivava sottile e pungente. Come per scrollarmi dal torpore Flavio mi spinse con la spalla:

<<sei silenziosa questa sera>>.

Abbassai lo sguardo, avrei ricordato a lungo quel momento. Mi prese sottobraccio e lentamente mi sospinse. Mi lasciai guidare mentre lo ascoltavo:

<<ti porto a vedere la luna>>.

La luna? Mi sembrava una sera tanto buia e densa che non mi ero accorta ci fosse e infatti non la vedevo. Ero molle. Abdicai a lui la mia volontà e mi lasciai trascinare in quel nero.

<<Arrivati>>, mi disse all’improvviso destandomi da quel torpore fluido.

Spinsi in là lo sguardo, un ultimo passo, e quasi non credetti ai miei occhi: sotto di me un teatro a cielo aperto nascosto sino a quel momento dal Palazzo Senatorio. Mi avvicinai alla balaustra. Una luce bianca e irreale si irradiava in ogni direzione.

Quella sera la luna era una mongolfiera gonfia di vento. Ferma come un immenso faro rischiarava col suo freddo ogni profilo. Sotto di noi il Foro Romano mi appariva come un magazzino di quinte teatrali dismesse e accantonate.

Ero scossa. Aggrappata al passamani non parlavo per l’emozione. Sforzai gli occhi per abituarmi a quella nuova luce e a quelle nuove forme.

Mi sembrava di violare un luogo sacro, di guardare dritto negli occhi qualcosa che non mi era permesso guardare.

Respirai profondamente, mi abbandonai alla balaustra, mi sporsi con il busto in avanti e dilatai gli occhi su quel teatro lunare.

Le colonne del Tempio di Saturno accarezzate da una luna abbondante e flaccida sembravano di carta colorata.

Flavio cominciò a scattare fotografie, poi mi passò la macchina predisposta con un potente zoom che indossai come si fa per inforcare un paio di occhiali: l’architrave, i fregi, i capitelli ionici, le colonne di granito rosastro…

Intravidi qualcosa fra le basi delle colonne. Guardai Flavio che non distoglieva gli occhi dal mio viso. Riguardai nell’obiettivo.

Un gatto scuro, immobile seduto sulle zampe posteriori era lì come se stesse scrutando la vallata, testa in su e muso ad annusare l’aria. Non si muoveva, nero, pesante, lucido.

Deglutii, mi spostai con l’obiettivo per guardare la luna, ma dopo qualche secondo ritornai ai piedi del Tempio.

Uno, due, tre, quattro, cinque, forse sei gatti che non avevo visto prima dormivano ai piedi delle colonne. Tra loro il gattone nero sempre seduto diritto sulla schiena come se fosse in trono.

Un po’ stizzita ripassai la macchina fotografica a Flavio che mi chiese: << e allora?>>

<<Allora cosa?>> Feci finta che quel teatrino felino non mi avesse toccato.

<<Chiudi gli occhi>>, mi disse Flavio <<e apri i sensi a questo silenzio e a questo buio>>.

Rimanemmo con le palpebre serrate per qualche minuto. Credetti, dal torpore dei muscoli, di essermi addormentata per qualche secondo. Sentivo l’aria fresca che cristallizzava quelle sensazioni. Aprii gli occhi e come dopo un momento di lunga cecità all’inizio non vidi bene.

Il mio viso era rivolto al podio della Basilica Giulia e ai suoi gradini sottostanti; quell’immenso rettangolo pieno soltanto di qualche semicolonna decapitata sembrava un campo di calcio senza giocatori.

Non era così. Dovetti ricredermi. Una colonia infinita di gatti popolava quell’area vuota di storia. Molti erano addormentati sui gradini, altri accovacciati sulle colonne o sui pilastri. Ma la maggior parte passeggiava con passo lento all’interno del perimetro della basilica. Un tappeto felino in movimento.

<<Ti presento i veri cittadini di Roma>>, mi sussurrò Flavio stendendo una mano come si fa per annunciare l’entrata in scena di un artista. Mi stavo perdendo in quei piccoli e lenti movimenti mentre cercavo di dare un senso a quello che vedevo.

Ero spaventata da quella folla felina, spaventata da Flavio che mi aveva portata lì, spaventata da quelle centinaia di iridi fosforescenti e intermittenti che il buio sollecitava e che si diluivano rimandandomi l’immagine di un prato colmo di lucciole.

Guardavo Flavio e fingevo di non sentire i miagolii che piano piano il vento ci riportava amplificati. Lamenti, richiami, conversazioni feline si trasformavano in cantilene. Il brusio animale diventava sempre più familiare man mano che mi abituavo allo stridore di quei suoni. Mi pareva di cogliere parole.. frasi..

Feci un passo indietro e strizzai gli occhi per abbracciare con lo sguardo la massima porzione di quello spazio. Erano infiniti, mobili, urlanti i gatti che vivevano e popolavano il Foro muovendosi al suo interno come in una sagra di paese affollata.

Suggestioni mi dicevo: la notte, la luna, il mio stravagante amico.

Avvertivo la presenza di Flavio che con voce calma mi parlava in un orecchio dello spirito degli antichi romani che si incarnava di notte nei gatti di Roma. Con l’altro orecchio, invece, mi sembrava di udire sferruzzamenti, voci umane, litanie, applausi e grida. Mi vennero in mentre le descrizioni di Plinio il Giovane sugli affollati processi a cui i romani partecipavano in massa.

Era davvero troppo. Un tonfo. Il buio. Silenzio.

Il suono sordo e metallico del telefono fu come uno squarcio improvviso.

<<Pronto>>, sentii la mia voce rispondere bassa e cupa.

<<Sono Flavio, ti aspetto sotto al portone da oltre mezz’ora, cos’hai deciso? Scendi o no?>>

Mi ci volle un lungo attimo per realizzare che mi ero addormentata aspettando Flavio. Balzai in piedi. La borsa. Le chiavi. Uscii sbattendo la porta.

<<Ciao Flavio, scusa, mi sono addormentata>> gli dissi vedendolo appoggiato sul cofano dell’auto a braccia incrociate.

<<Ti perdono, dai sali in macchina>>. Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica. Il motore si avviò rumorosamente mentre, come da lontano, sentivo Flavio che mi diceva:

<< Stasera ti porto a vedere la luna>>.

Sprofondai nel sedile e socchiusi gli occhi. Sapevo che saremmo andati a caccia di gatti.

 Jessica Carrieri

Giuria: Al racconto “La repubblica dei gatti” viene assegnato il Premio Speciale per la sezione Narrativa della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo” 2009 per l’originalità dell’ambientazione e della situazione sospese fra realtà e fantasia.  In un susseguirsi di immagini e di emozioni emergono dall’oscurità di una notte romana, illuminata da una luna complice e irreale, i veri protagonisti capaci di impadronirsi della veridicità di un sogno. Sono da sottolineare le qualità letterarie della scrittura e del testo.

“Il mio racconto vuole essere un piccolo tributo alle visionarie emozioni che Roma mi ha regalato quando mi sono traferita in questa città, oramai sedici anni fa, da un paese contadino del Sud Italia. Incanto e rapimento e nuovi occhi per guardare”


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Un giorno, in Cina… di Laura Mancini

Pubblicato da Jessica Carrieri su 3 Giugno 2009

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"Un giorno, in Cina" Editore: Tespi srl -Pagine: 89 – Euro: 10,00 Collana: Ducas

Il titolo rimanda ad ambivalenze temporali oscillanti tra un caro ricordo lontano nel tempo e un desiderio di immagini future ancora da fotografare. Un giorno, in Cina è un breve diario di viaggio che raccoglie il racconto limpido di un’esperienza autentica.

L’amore di Laura Mancini per l’Oriente nasce da immagini e ricordi lontani nel tempo, dalla istintiva curiosità di una bambina sino ai banchi dell’università; un entusiasmo crescente che si percepisce proprio quando avverti l’emozione dell’autrice che, dopo anni sui libri, sta per guardare negli occhi il paese tanto adorato quasi fosse il suo amato.

Una “formichina” nell’immensa Cina, così appare la protagonista di questa avventura che si colora della giovane età dell’autrice perché il viaggio è un’esperienza totale, e, ognuno trasmette nel viaggio la propria esperienza. Apprezzabile e condivisibile, pertanto, il trasporto della Mancini il cui diario esprime l’urgenza di scrivere, di volere registrare, imprimere per sempre nella memoria, quello che gli occhi hanno visto, in un rimando tra immagini, voci e sensazioni.

Le pagine scorrono agili e veloci come le giornate scandite dalla sveglia, dagli orari e dagli improbabili rendez-vous organizzati da guide turistiche eccessivamente solerti. Il ritmo e la rapidità della narrazione ricalcano la fretta e la cadenza dei viaggi organizzati: frasi brevi, punteggiatura ariosa, essenziali e minime costruzioni subordinate.

Traspare, a tratti, un intento cronachistico accentuato che si coniuga, qualche volta, ad un eccessivo impianto descrittivo; credo però che questo modo di narrare sia “necessario” in quanto subordinato alle esigenze dell’autrice il cui intento è fermare per sempre un ricordo come fosse un’istantanea fotografica.

Del resto, il racconto di un viaggio, e non potrebbe essere diversamente, si impregna dello spirito del viandante: una ragazza giovane che si confronta con piccole scoperte, colori e sapori nuovi, con in spalla il suo bagaglio di conoscenze, idealismo e passioni e un punto di vista privilegiato perché appassionato e disinvolto.

Appena accennate ma “gustose” le figure delle guide turistiche cinesi, brevi ritratti che prendono luce nell’intreccio di voci, dialoghi e racconti in una lingua “pasticciata” che scimmiotta l’italiano.

Gradevoli gli intarsi narrativi ottenuti con innesti di leggende della tradizione popolare cinese, a volte, forse, svendute ai turisti a poco prezzo come in un supermercato dell’esotico, ma poco importa.

Nel viaggio di Laura c’è spazio anche per la malinconia e la riflessione e, soprattutto, c’è spazio per il doloroso e deluso sguardo di chi sa di non riuscire ad afferrare il vero volto e la quotidiana vivacità del paese che ama e deve accontentarsi di quello che viene offerto ai suoi occhi come turista.. e come turista occidentale.

E in questa divaricazione tra paese turistico e paese reale stigmatizzata e accentuata dal proliferare dei tours organizzati – uguali per tutti – , l’autrice, suo malgrado, ci regala qualche pagina in cui il bozzettismo è il tributo da pagare al turismo patinato e livellatore che molto spesso viene proposto a noi occidentali quale unica alternativa.

Il viaggio è vita: è scegliere di chiudere gli occhi sulla propria quotidiana realtà e aprire e acuire i sensi verso un’esperienza altra. Nel viaggio è importante il rapporto con il diverso da sé, è importante diventare altro da sé per abbattere il pregiudizio occidentale che porta a scandalizzarsi, giudicare o condannare alcuni atteggiamenti e consuetudini perché non affini alle nostre abitudini.

Sarebbe bello rileggere l’autrice al ritorno da un suo nuovo viaggio in Cina, fra un po’ di tempo, quando gli anni avranno stemperato gli impulsi giovanili e gli entusiasmi epidermici e avranno acuito una matura e più critica aderenza alle esperienze connaturate come donna, viaggiatrice e scrittrice. Allora leggeremo un diario odeporico che, lontano da orologi, guide turistiche e itinerari prefabbricati, ci parlerà del cammino di Laura verso una esperienza più totalizzante che le permetterà di abbracciare questo amato paese con un’intensa energia per restituirci le emozioni avute in dono.

Vi lascio alle parole di Laura Mancini che a mio parere raccontano al meglio Un giorno, in Cina:

<<Le splendide vette di Guilin sembrano non abbandonarci mai lungo il nostro tragitto: ora sono ai nostri fianchi, ora alle nostre spalle , ora di fronte a noi, sembrano circondarci e ci sono sempre ed ovunque, insieme ai campi coltivati a tratti con castagne d’acqua, a tratti occupati da canne di zucchero e poi risaie. Ci sono piante di loto non ancora fiorite, piccoli stagni qua e là e il paesaggio verde, interminabile, macchiato solo da qualche piccola costruzione che ospita abitanti della campagna>>.

In questa descrizione, una poetica e delicata visione: la piccolezza di un istante sciolta nell’immensità di uno spazio.

Jessica Carrieri


Articolo pubblicato su Noi Tutti Noi: http://www.noituttinoi.com/?p=762 il 3 giugno 2009

Articolo citato su Artoong http://www.artoong.net/2009/06/04/un-giorno-in-cina/827/scienze-umane/letteratura

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Il soffio della terra

Pubblicato da Jessica Carrieri su 8 Maggio 2009

Il soffio della terraTitolo: Il soffio della terra Regia: Stefano Russo Cast: Fabio De Caro, Enrico Ianniello Fotografia: Rocco Marra Musiche originali: Pasquale Catalano Produzione: Davide Contessa, Marisa Evangelista

E’ la storia di una scelta, della scelta.

Parteciperà ai più importanti Festival internazionali il nuovo cortometraggio di Stefano Russo Il Soffio della terra, proiettato in questi mesi secondo la modalità partecipativa del cinedibattito, voluta dallo stesso regista al fine di stimolare, attraverso il film, una discussione collettiva su una tematica importante come quella del fine vita.

Le proiezioni di Napoli (Marabù Club, 1 marzo) e Roma (Caffè letterario, 28 marzo) hanno contato sulla significativa presenza, oltre che di associazioni impegnate sul fronte dei diritti civili, come l’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti, di un pubblico attento e ricettivo, desideroso di comprendere e confrontarsi su un tema di dolorosa attualità che costringe le coscienze sopite a porsi degli interrogativi.

Paura fondante e naturale dell’uomo, passaggio obbligato e momento finale di una parabola terrena, la morte sembra diventare sempre più estranea alla nostra società che riflette il messaggio dell’invincibilità dell’uomo contemporaneo che attraverso il progresso e la tecnologia si illude di esercitare un pieno controllo sulla natura. La morte ci fa paura, cerchiamo di estrometterla dalle nostre vite, di negarla fino a non sentirla più come un accadimento naturale, eppure è quotidianamente sotto i nostri occhi a ricordarci che non siamo né invincibili né immortali.

Trascurando le considerazioni di ordine etico su un argomento tanto sentito quanto controverso, vorrei soffermarmi esclusivamente sul cortometraggio, quel ganglio artistico in cui la narrazione (la storia in sé) e il narrare (i modi della narrazione) si coniugano attraverso il ricco linguaggio cinematografico. Il mio intervento si pone, quindi, dalla parte della storia narrata solo per suggerire alcune riflessioni sulla dolorosa poesia che scaturisce dal racconto di Stefano Russo e sull’immaginario e i simboli che esso richiama.

Il Soffio della terra narra per immagini la vita e la morte, l’uomo e la natura. Tra frasi sussurrate, suggestioni animistiche e sfumature panteistiche affiora un percorso di vita, una storia fra tante con un finale fra quelli possibili.

Nicola vive in ospedale da anni a causa di una malattia degenerativa che lo costringe a letto e ad un respiratore artificiale. La quotidianità ospedaliera, ricca, nonostante tutto, di relazioni umane e affetti, viene improvvisamente interrotta da un circostanza scatenante che muoverà gli avvenimenti e farà procedere l’azione: l’arrivo di un respiratore portatile.

Ora che ne ha la possibilità Nicola chiede al suo medico e amico Daniele di aiutarlo a realizzare un desiderio: rivedere il mare. La narrazione subisce un’accelerazione e si dirige in tutt’altra direzione, verso una scelta radicale dalla quale il protagonista non vorrà e potrà tornare più indietro.

La struttura binaria della storia permette di isolare due momenti narrativi del corto: in una corrispondenza speculare, pervasa da un sentimento quasi panistico della natura, si contrappongono spazi chiusi e spazi aperti che riflettono le contrapposte categorie di Artificiale/Naturale che, a loro volta, si declinano in due pragmatiche alternative: vita artificiale/morte naturale:

Spazi chiusi/Spazi aperti

Vita Artificiale/Morte naturale

Scienza/Natura

L’ospedale (scienza) e la terra (natura) rappresentano l’incipit e il climax di un filo diegetico in cui le ambientazioni sceniche sono semanticamente funzionali alla comprensione del sottotesto. Le scene girate negli interni raccontano di una vita condizionata, legata artificialmente ad una macchina: una non vita.

Le scene girate in esterna raccontano di un viaggio in una natura viva, a volte prepotente e cruenta, una natura che contempla la morte come congenita e che proprio per questo riflette il ciclo della vita nella sua interezza.

La fotografia e le musiche assecondano in maniera connotativa la dualità del registro narrativo. Il riverbero dell’atmosfera fredda e azzurrina dell’ospedale si contrappone ai colori vividi e brillanti della natura; la poesia si sprigiona dal basso verso l’alto, dalla terra fino al cielo, in un vortice di verde, foglie, brezza.

Le musiche originali di Pasquale Catalano accompagnano con vibrante espressività questa immersione nella natura: esse riproducono la disarmonia tra il respiro umano e quello della terra, l’orecchio avverte due ritmi distinti, due echi che si rincorrono e si sovrappongono. Sono i due battiti, quello della natura e quello dell’uomo.

Lo spettatore percepisce che Nicola è come attirato e guidato verso una meta: il mare, forse! Non sappiamo se il paesaggio marino anelato dal protagonista sia un ricordo, un desiderio, un sogno; sicuramente è un paesaggio della coscienza necessario da raggiungere per sciogliere i nodi della propria esistenza, un luogo dell’anima che si conquista solo a contatto con la natura.

Forse Nicola ha già deciso quando i suoi occhi stanchi si posano sulla porta dell’ospedale che sbattendo lascia intravedere un altro mondo o, quando, in macchina vuole sentire l’aria sul viso nel tentativo di ingoiare il vento e sovrapporlo al suo tenue respiro.

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Il rapporto medico/paziente subisce una trasformazione durante il viaggio verso il mare. Si divarica per sempre lo stato d’animo dei due protagonisti: mentre il medico vive con entusiasmo le potenzialità del nuovo apparecchio di ventilazione che permetterà al suo paziente/amico di vivere una vita più completa e dignitosa, Nicola, intento a raggiungere il suo obiettivo, si distacca sempre più dalla contingenza.

La rottura è totale, il crescendo di rabbia di Daniele nell’intuire le vere intenzioni dell’amico, si contrappone alla quieta fermezza di Nicola oramai totalmente rivolto a quella terra che sente appartenergli più che il respiratore artificiale. Il ritorno verso la natura è un viaggio verso se stessi e in quanto tale è difficoltoso: la terra nuda è dura, pesante, umida, la carrozzina di Nicola arranca sul soffice e spesso tappeto di foglie che rallenta la sua corsa permettendogli di ancorare i suoi pensieri in maniera risolutiva.

Il corto vuole raccontare uno dei possibili percorsi che portano ad una scelta e lo fa piegandosi, secondo le direttive del regista che non si schiera ma racconta, su una curva narrativa poetica ma mai, assolutamente, patetica. La rappresentazione narrativa della scelta passa attraverso l’immagine del confine tra vita e non vita, un confine talmente sottile che copre la distanza di un respiro.

Il regista lascia parlare le immagini delegando ad esse parte della funzione narrativa. Ariose e generose inquadrature si contrappongono a primi piani tesi a indagare più a fondo l’animo dei protagonisti delle cui vite sappiamo molto poco.

Non c’è accanimento e morbosità nella costruzione dei personaggi: poche e decise pennellate delineano i caratteri dei protagonisti con un distacco funzionale ad evitare una immedesimazione epidermica da parte dello spettatore che è costretto a cercare, dentro di sé, un riscontro oggettivo di quanto vede messo in scena.

Il talentuoso Enrico Iannello recita nella parte del medico, personaggio fortemente combattuto tra l’entusiasmo professionale ed una consapevole ed empatica comprensione dei tormenti dell’amico.

Convincente la performance del bravo attore napoletano Fabio de Caro nelle vesti del protagonista che regala un’interpretazione intensa in cui la gestualità, gli sguardi e la fisicità reggono ad arte la rappresentazione di una sofferenza fisica e di uno stato d’animo specchio di una coscienza combattuta. I dialoghi brevi, incisivi, con sfumature sospese di poesia aprono gli spazi necessari alla riflessione dello spettatore.

Le suggestioni etimologiche suggerite dal titolo del cortometraggio, acuiscono il senso poetico di una visione dell’esistenza che, al di là della mera biologia, si diluisce nello spirito dell’universo.

Il soffio richiama alla mente un immaginario polisemantico e ancestrale: il soffio fisiologico della natura, il vento, l’aria (dal greco anemos) da un lato e il respiro biologico dell’uomo dall’altro.

Ma ancora, anemos nella versione latinizzata, il corradicale animus, è andato a indicare la razionalità e l’emotività dell’interiorità umana fino ad acquistare definitivamente, con il diffondersi del cristianesimo, l’accezione di parte spirituale e immortale dell’uomo.

Il soffio è respiro e anima, è vita che permea l’uomo e la natura, è poesia dell’universo.

E se, fra crocicchi etimologici un po’fumosi e digressioni irrorate da un afflato animistico, i pensieri si inarcano distaccandosi dalla prosaicità letteraria e contingente del film, non importa, l’arte fa anche questo, donarci la possibilità di divagare con la mente inseguendo allitterazioni emotive e cognitive.

E’ ora di lasciare Nicola al suo viaggio di ritorno alla natura, a contatto con quella terra di cui vuole sentire il battito e alla quale ha deciso di regalare quel soffio vitale che, secondo una concezione antica, viene espirato fuori al momento della morte.

Nicola si perde nell’anima della natura, il “soffio” artificiale del respiratore lascia il posto al “soffio” di una terra che lo abbraccerà e che respirerà per lui e con lui oramai per sempre.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su Noi tutti Noi il 7 maggio 2009: http://www.noituttinoi.com/?p=702 e su Artoong il 7 maggio 2009: http://www.artoong.net/category/arte/sul-cinema

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La natura negata. Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun

Pubblicato da Jessica Carrieri su 16 Aprile 2009

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Trouillebert: Servante du harem

Il profumo prepotente del cumino e i colori intensi del Maghreb avevano invaso i miei sensi quando a diciannove anni leggevo per la prima volta Creatura di Sabbia; il vuoto allo stomaco e il cerchio alla testa provenivano, invece, dall’indignazione per una realtà che le pagine, una dopo l’altra, andavano svelando. Dopo quindici anni ho voluto rileggere il romanzo di Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino di lingua francese, per ritrovare un’eco di quelle giovanili emozioni. Avrei ceduto all’esotismo anche questa volta?

Mi chiedo quanto siamo disposti noi lettori europei, mangiatori di cus cus e biscottini al sesamo, a decentrarci, a rifiutare il fascino dell’esotico che subiamo inchiodati al nostro punto di vista eurocentrico e avvicinarci, in maniera “critica” e “infedele”, ad un libro che apre le porte ad una società e una cultura araba problematicamente ricca e profondamente destabilizzante.

Io voglio provare a liberarmi del mio pregiudizio etnocentrico, voglio essere una lettrice libera e consapevole, voglio rovesciare la mia geografia e credere di essere io a Sud di quel Nord, a Sud del Maghreb, a Sud dell’Africa.

La mia seconda e più adulta lettura del romanzo dovrebbe suggerirmi di non protendere per la facile condanna di una società marocchina patriarcale e maschilista, di conseguenza, vorrei pormi solo delle domande in un totale abbandono a questo racconto pregno di poetica musicalità che parla al cuore di ogni uomo e di ogni donna.

E’la storia di un corpo e un anima martoriati, dell’ottava ed ennesima figlia di un patriottico padre marocchino che dovrà portare il nome di un uomo, Ahmed, e dovrà essere uomo agli occhi di una società che vive come una disgrazia la nascita di figlie femmine, una maledizione che si traduce concretamente nel tessuto sociale con la dispersione dell’eredità per la famiglia che non ha eredi maschi.

Ahmed è l’emblema di una identità violata. E’ una creatura senza sesso, un baco da seta avvolto nel suo bozzolo che cerca di crescere come un uomo forte e autoritario, di riscattarsi dalla violenza subita e dimenticare il giorno in cui i sensi le hanno svelato il suo essere donna, poiché essere donna, nella famiglia e nella società marocchina, vuol dire essere un’ombra che cammina rasente ai muri.

Il viaggio verso la definizione di sé come uomo porterà però Ahmed a percepirsi come un fantasma senza età che vive sulla pelle il tempo che stratificandosi lo lascia immobile, e, allo stesso tempo, lo trasforma in un Giano bifronte in un delirio farneticante di sesso, violenza e ambiguità: “Sono me e un altro, albero e linfa, architetto e dimora”.

Creatura di sabbia è un romanzo di “confine”, in bilico tra due culture: araba e occidentale, cultura orale e scritta, maschio e femmina, vita e morte, spirito e carne.

Per noi occidentali che affidiamo la quasi totalità del sapere alla pagina scritta è difficile comprendere integralmente le culture che fondano la propria storia e le proprie tradizioni anche sulla trasmissione orale della conoscenza: le gesta degli antenati, le cosmogonie, le storie fondanti, le leggende epiche necessitano di un bardo che narri e di un uditorio attento e ricettivo che recepisca e memorizzi.

Creatura di sabbia é un romanzo che andrebbe “letto con l’udito” proprio come si ascolta il racconto di un vecchio narratore, con l’orecchio teso e attento, come quello di un musulmano in attesa del canto del Muezzin.

La narrazione si muove tra oralità e scrittura, ora affidata a un cantastorie, ora alle pagine del diario di Ahmed, ora ad altri narratori che si alternano pretendendo di essere gli unici detentori del racconto della vera vita del protagonista. La storia, rimescolata e reinventata, passa di bocca in bocca arricchita a volte di poesia e sensibilità a volte di sdegno e scherno.

Lo stile elegante si impreziosisce, proprio come nella scrittura araba, di decori e intarsi che proiettano gentili arabeschi fuori dalla pagina e si allungano poeticamente verso lo sfinimento dei sensi. La parola è corroborante, l’aggettivo generoso, enfatico, ridondante.

In questa mia resa incondizionata alla parola poetica, sento riecheggiare il mito platonico dell’androgino, archetipo di una coincidentia oppositorum, che mi parla di trasformazione, evoluzione, completezza e veggenza. E Ahmed è il figlio della Luna che partecipa alla natura sia dell’uomo che della donna in una interazione alchemica quasi divina: “Diceva di avere il naso di un cieco, l’udito di un morto ancora tiepido e la vista di un profeta”.

Ahmed reciterà la parte scritta per lui/lei fino a quando la natura vorrà riprendere il sopravvento sulla convenzione sociale. Ma l’indole oramai devastata dal dolore, dalla follia e da un’erronea percezione di sé, trascina rovinosamente questo figlio del deserto sino a farne il fenomeno da baraccone di un circo. Il viaggio di ritorno verso la sua natura sarà un viaggio verso la follia: “Non si ritorna mai così lontano come da se stessi”.

E queste pagine mi parlano, ancora, di sabbia, quella fine che scivola fra le dita quando vogliamo tenerla stretta in un pugno. La sabbia è simbolo di trasformazione: muta, si disgrega, vola col vento, cambia forma costretta dagli agenti atmosferici, si compone e si scompone, sparisce e riappare aggregata, ma sempre diversa e trasformata come Mohamed Ahmed, la creatura di sabbia che nel viaggio, da e verso se stesso, ha trovato la morte, ultima e definitiva trasformazione.

Consiglio e consegno questo romanzo a un lettore “di confine”, in bilico, che si senta sabbia, pronto a modellarsi sotto lo scirocco caldo d’Africa.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.artoong.net il 9 aprile 2009:

http://www.artoong.net/2009/04/09/la-natura-negata-creatura-di-sabbia-di-tahar-ben-jelloun/637/scienze-umane

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Un amore liquido (l’amore a tredici anni)

Pubblicato da Jessica Carrieri su 13 Marzo 2009

Lo scroscio della pioggia in un pomeriggio qualsiasi di marzo, un’adolescenza qualsiasi, i compiti per il giorno dopo sul tavolo.

Due amiche sedute gomito a gomito, il tavolo della cucina usato come scrivania, la matita tenuta fra le dita come fosse una sigaretta, il lucidalabbra messo di nascosto per onorare un pomeriggio in casa da sole, senza adulti, senza mamma; la stanza pregna di profumi spruzzati in aria per odorare quelle fragranze dolci, forti, da grandi, proibite a due tredicenni alle prese con i compiti di geografia. Leggono. Il dito segue sul libro la voce della compagna per non perdere il segno: << L’Oceania ha una superficie di… >>.

N e F sono sedute al tavolo della cucina sotto una luce al neon perché alle tre del pomeriggio non si vede niente tanta è la pioggia che cade; ora si guardano e ridono; sono sorrisi di intesa tra amiche, compagne di banco che confabulano tutto il giorno e si scambiano confidenze nell’ora di ricreazione.

<< Hai visto come ti guardava M nell’ora di ginnastica? Ma tu ci hai mai parlato da sola? Secondo te ti chiederà di fidanzarti con lui?>>.

L’anno scolastico ormai volgeva al termine e con esso le scuole medie; fingevano di avere ancora molto tempo per giocare, stare insieme, ridere e volersi bene; al momento non volevano pensarci. Abitavano a molta distanza una dall’altra, probabilmente non si sarebbero più viste, forse si sarebbero scritte durante l’estate.

No, decisamente non volevano affrontare l’argomento.

<<Allora N, cosa gli rispondi se ti chiede di fidanzarsi? >>.

<<Veramente me lo ha già chiesto!>>, risponde tutto d’un fiato N.

Una fitta al cuore: come glielo aveva già chiesto? E perché lei non ne sapeva niente? E quando era successo?

F non si dava pace.

<<Scemina te lo stavo per dire oggi a scuola ma non abbiamo avuto tempo, è successo ieri pomeriggio al campo di atletica, me lo ha fatto dire da C e io ho risposto che ci dovevo pensare>>.

<< Va bene, ma mi devi raccontare tutto per bene, le parole esatte>> sussurra F.

<< E dai F te lo sto raccontando, non fare così>> continua N dandole una gomitata affettuosa. <<Si è avvicinato C e mi ha detto che M si è innamorato, che vuole fidanzarsi con me; ma non mi ha detto solo questo>>. N ora guarda F fissa negli occhi perché sta per darle una notizia e non vuole perdere nessun momento della reazione dell’amica. <<Insomma C dice che tu sei bella, e mi ha chiesto se lui ti interessa almeno un po’ perché tu a lui piaci e molto e poi sai, gli ho detto che oggi venivi da me e te ne avrei parlato>>.

Per F troppe emozioni insieme. Rossa come i garofani che la nonna coltivava in giardino non riesce a guardare l’amica negli occhi.

A dire il vero M e C si somigliavano molto, erano due bravi ragazzi carini e intelligenti e una grande passione per lo sport: passavano tutti i pomeriggi sul campo di atletica ad allenarsi. M era moro e altissimo con gli occhiali e un po’ di barba, C più basso, castano chiaro e occhi da cerbiatto.

<<Anche io ci devo pensare, non so se mi piace, poco, molto o tantissimo>>, mente F.

Per il momento quella frase basta a creare un legame fra le due ragazze e a rimandare in un secondo momento la reale conseguenza di quelle chiacchiere.

I compiti, già i compiti; libri e quaderni aperti qualche centimetro più in là non sembrano avere più senso dopo quelle rivelazioni, quei segreti, forse già intuiti ma finalmente confidati.

<<Ricominciamo a studiare>>, si alzano insieme per posare le tazze di tè nel lavello, uno sguardo alla finestra irrorata da un’acqua generosa e rumorosa: <<Non smette più di piovere>>.

F fa per sottrarsi a quella vista grigia e sedersi al tavolo ma N la ferma, e tirandola per la mano le fa cenno di guardare giù.

F si avvicina più che può al vetro e imita N che appoggiando il naso sulla finestra aggrotta la fronte per sforzarsi di guardare in un punto. Ma dove guarda? F cerca di sintonizzarsi sullo sguardo dell’amica e finalmente capisce.

Dall’altro latro della strada, sul marciapiede che termina ad angolo del palazzo di fronte al riparo sotto i balconi ci sono due persone.

Fa appena in tempo a sentire N che le dice:<< Sono loro>>, quando il suo cuore percepisce che quei due al riparo dalla pioggia con le mani in tasca, stretti nelle spalle, intirizziti dal freddo con il viso alzato verso la loro finestra sono proprio C e M.

Le due amiche si stringono forte la mano e cercano di guardare più che possono attraverso i vetri opachi e sbiaditi di pioggia, gli occhi negli occhi dei due ragazzi.

F da quel giorno ama la pioggia che le ricorda, anche oggi che ha più di trent’anni, quel sacrificio d’amore, quella serenata muta.

La pioggia ha il sapore di un amore liquido che riga il vetro, che scende con estrema lentezza, che scandisce, scolpendo per sempre, la solennità di quella scoperta.

Jessica Carrieri

Pubblicato su Parole in corsa – Anno 2007

Fotografia di: Paolo Del Signore http://www.flickr.com/photos/padesig/


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Padreterra – racconto di Pietro Annicchiarico

Pubblicato da Jessica Carrieri su 6 Marzo 2009

Padreterra, racconto in prima persona del narratore, veicola l’interezza di un’emozione personale e narrativa, che rimane intrappolata, concentrata e quasi strozzata, nel veloce evolversi del racconto senza rischiare di diluirsi e ingrigirsi persa in un’eccessiva e dannosa verbosità e prolissità.

padreterrafotoLe frasi si susseguono con l’incalzante velocità dettata dall’urgenza dei sentimenti e dal ricordo commosso degli eventi passati; è come se si percepisse una pungente fretta che scaturisce dalla premura e dalla paura di non riuscire a tradurre in immagini i ricordi che affiorano copiosi alla memoria nel momento stesso in cui si traducono in scrittura; avvertiamo il precipitoso susseguirsi delle frasi che rivela la preoccupazione di dimenticare qualche particolare caro all’autore. Il narratore ci coinvolge con l’urgenza di emozioni e ricordi, mettendoci di fronte ai momenti di malumore e alle piccole vittorie del nanetto grottagliese.

Il ritmo incalzante della sintassi, la punteggiatura franta, l’aggettivazione pressante, il ripetersi e l’accavallarsi di frasi nominali, come anche di frasi brevi, coincise, prive di estensioni, oltre a sottolineare nuovamente l’urgenza di un contenuto che vuole scaturire in tutta la sua foga, torrenziale e fragoroso, riecheggia il lavoro nei campi, la cadenza dei gesti maestri dei villani, la velocità delle braccia dei contadini, il tempo che scorre veloce sotto l’egida del sole cocente, dei profumi intensi ed acri, della fatica fisica.

La concitazione dell’autore si manifesta anche nel momento in cui avviene una sorta di attenuazione tra il registro linguistico, sintattico e grammaticale di chi dice io (che, di norma, l’autore tiene ben distinto utilizzando un italiano corretto e corrente) e quello del racconto delle gesta dei contadini che lascia intravedere una grammatica ed una sintassi più popolare, quasi a ricalcare il registro linguistico di un dialetto italianizzato. Quando questi due piani sono ben distinti è come se l’autore prendesse le distanze da un passato e da una realtà contadina che non gli appartiene più e che guarda e ricorda a volte con trasognata ironia; altre volte invece, l’autore fa fatica a divincolarsi dal colore di un linguaggio e da una realtà fin troppo familiare, e in quel momento avverti il dolore di un uomo suo malgrado ormai sradicato dalla sua terra, dalle sue origini, dal suo passato e immerso in una struggente malinconia.

Passato e presente si fondono con sofferenza in quel “Stiamo vendendo le terre”, che significa dire addio per sempre ad una parte di sé.

Padreterra, già dal titolo ridesta in noi l’idea di un mondo ancestrale, primordiale, un legame stretto tra uomo e natura; comunemente (o meglio sarebbe parlare di archètipo) l’immagine della terra ha connotati femminili: la Madre Terra, Gaia per i greci, che accoglie nel suo ventre caldo gli uomini che la abitano e, fertile e generosa, dona loro i suoi frutti come farebbe una madre col proprio figlio; in questo caso il legame padre-terra rimane ancora più simbolico e caro all’autore poiché l’amore filiale non può prescindere dall’amore del padre per la terra. Un padre che ha amato i suoi figli, la sua terra, il suo lavoro e che ha trasmesso questo amore al piccolo Pietro; il nanetto grottagliese alterna momenti di passione sviscerata e di deferenza verso questa terra a volte un po’ ingrata ma sempre amata perché permette a Pietro-figlio-bambino di avvicinarsi, di capire, di amare l’uomo che più di tutti ha influenzato la sua vita, il suo caro padre.

Padreterra inoltre delinea i contorni di una persistente società patriarcale del Sud laddove, benché siano soprattutto le donne a lavorare nelle campagne, il potere rimane fermo e saldo nelle mani degli uomini, che si occupano delle mansioni più importanti come vendere, contrattare, comprare, comandare insomma.

Di cosa parla il racconto? Parla di terra, di origini, di vita. E’ il racconto della memoria di un ragazzo grottagliese ormai uomo che sente l’esigenza di rifondare la sua esistenza e rinascere dalle origini. E’ un ribattezzarsi alla fonte della terra, un ricomunicarsi con un passato lontano, amato e sofferto, forse per lenire il dolore struggente che prova un uomo quando si sradica dalla propria terra, dal proprio paese. Allora diventa urgente riconciliarsi; non c’è esperienza più viscerale, intima ed arcaica che quella di ricongiungersi col più primordiale degli elementi, proprio la terra, quella terra rossa ed arsa che tante volte ho visto anche io, quella terra che langue e soffre arroventata dal sole.

I ricordi e le esperienze personali del piccolo Pietro si uniscono e confondono a momenti di vita vissuta del contado grottagliese; la strada che Pietro deve percorrere per diventare adulto nella realtà della campagna grottagliese degli anni 70/80 è attraversata da immagini di uomini, donne, colori e odori forti, sole e fatica. E’ un fanciullo in un mondo di adulti, un piccolo uomo che conserva però la facoltà di immaginare, di fantasticare, di sognare.

Il racconto racchiude tutta una serie di ricordi che appartengono ad una iconografia del Sud popolare e contadina come è facile constatare; iconografia che non ha una connotazione negativa di stasi, affettazione e di bozzettistica cartolina; anzi, ogni parola che viene fuori da questo concentrato di umanità contadina si traduce immediatamente in immagine, franca, schietta. La parola, filtrata dai ricordi dell’autore e innestata sulla quotidianità delle azioni e delle espressioni dei villani, acquisisce visibilità, diventa tangibile, tattile, si traduce in sensazione, in esperienza, in vita.

Vorrei concludere questa mia lettura del testo di Annicchiarico indicando quelli che secondo me sono i passaggi più armoniosi, descrittivi e ariosi del racconto:

la famiglia raccolta intorno al focolare a bruciare “carte”; il compratore che a testa in giù fa una stima approssimativa dell’uva per quantificarla e valutarla; il piccolo Pietro fermo immobile di fronte al suo omonimo dottore; i vicini di casa seduti dinanzi alle abitazioni a fare salotto e pronti a spettegolare; la maestria dei villani e il loro linguaggio esoterico fatto di poche parole, di gesti spicci, di sguardi, di ammiccamenti; il sapere e la saggezza trasfusa dal padre al figlio; la ribellione del giovane a talune convenzioni; l’attaccamento alla famiglia, al lavoro; il racconto dei due serpenti avvinghiati (è noto come l’argomento del sesso, spesso nella cultura popolare assuma una veste puramente fantastica e allegorica, soprattutto in un Sud che conserva ancora molti tabù) ed infine il racconto dell’uomo che, posto di fronte alla tentazione di accaparrarsi un tesoro, a causa della sua avidità rischia di perdere la vera ricchezza, le sue pecore.

Ad un lettore attento non sfuggirà il sapore verghiano di alcuni episodi e soprattutto di talune immagini; per questa ragione, forse, il testo appare così familiare ad una prima lettura; si avvertono profumi e colori già acquisiti nel nostro immaginario e nella nostra esperienza di lettori.

E’ stata la prima sensazione che ho comunicato a Pietro, il quale con mia grande sorpresa mi ha rivelato che di Verga ha reminescenze scolastiche lontane nel tempo, e non stento a crederlo conoscendo i suoi interessi e le sue passioni.

Mi sembra si possa dire che esiste un Sud che si racconta da sé attraverso i suoi figli, direi meglio, attraverso l’amore dei suoi figli.

Sono legata a questo racconto come anche all’autore, motivo per cui la mia non vuole sembrare una riflessione oggettiva, e non lo è. Mi sono soffermata sull’emotività che trasmette secondo me il testo, la genuinità e la freschezza della narrazione tralasciando quelli che possono ravvisarsi come ineleganze formali e stilistiche oltre che sintattiche; in un autore come Pietro, privo com’è di pregiudizi letterari, penso si possa apprezzare qualcos’altro.

Io e Pietro abbiamo in comune il luogo di nascita, il nostro amato/odiato paese; non viviamo più a Grottaglie, ce ne siamo staccati, come molti giovani della nostra età, ma lo portiamo nel cuore.

La vecchina di cui parla Pietro nel racconto me la ricordo bene, la vedevo anche io negli orari più impensati camminare in una strada di periferia, curva, piegata in avanti fino all’inverosimile, vestita di nero; il suo viso non si vedeva neanche racchiuso in un fazzoletto scuro annodato sotto il mento; mi sembrava vecchia e rugosa, ricordo il suo passo caduco ma veloce e la cesta sulla schiena. Quando ero piccola fantasticavo, credevo fosse una fattucchiera che trasportava le sue erbe magiche; mi hanno detto che era una raccoglitrice di cicoria e che la sua schiena si è ridotta così per la consuetudine di stare piegata tutto il giorno a lavorare nei campi.

Padreterra è un racconto che parla di terra, di contadini, di fatica, di vita, di abbandono. Noi siamo andati via da Grottaglie, ma un po’ di quella terra è sempre con noi, ovunque andiamo.

Jessica Carrieri

Il racconto Padreterra di Pietro Annicchiarico è disponibile sul sito del comune di San Lazzaro di Savena (Bo) al seguente indirizzo: http://www.comune.sanlazzaro.bo.it/grafio/impesp/pieann.htm

Foto di Pietro Annicchiarico: bambino nel vigneto

Per contattare l’autore: p_annicchiarico@hotmail.com


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Della Guerra e della Morte. La trilogia della città di K. di Agota Kristof

Pubblicato da Jessica Carrieri su 5 Marzo 2009

La trilogia della città di K. di Agota Kristof

La trilogia della città di K. di Agota Kristof

C’era una volta la Guerra, c’era una volta la Morte: è una favola antica ma dannatamente attuale.

Permeata da un’atmosfera kafkiana, La trilogia della città di K. di Agota Kristof, è una storia nera e maledetta, di quelle che graffiano fin sotto l’epidermide, che scavano un tunnel nello stomaco del lettore e si aggrappano alle paure nascoste ferendo il senso del pudore e toccando il lato più oscuro delle verità.

Due bambini, due fratelli gemelli, Lucas e Claus nel mezzo di una grande guerra, probabilmente la seconda, in un non specificato paese dell’Est. La scrittrice non ci dice quale sia il paese in questione, quale la città, o di quale guerra stia raccontando, eppure l’orrore agghiacciante della guerra cala come una pesante cortina fra il lettore e la pagina scritta a dimostrazione che, di qualsiasi guerra si tratti e di qualsiasi paese, il dolore, la violenza, la morte che le guerre portano con sé destano il medesimo ribrezzo.

Abbandonati dalla mamma a casa della nonna materna, i due fratellini, iniziano una nuova vita che determinerà per sempre la fine dell’ infanzia e dell’innocenza. Gli affetti familiari perdono da subito i connotati rassicuranti: la nonna è una strega, sporca e crudele, non prova amore per la figlia, maltratta i nipoti, li sfrutta, li fa lavorare, li insulta e li abbandona a loro stessi. Ho l’impressione di trovarmi di fronte ad una delle fiabe dei fratelli Grimm con quelle note ambientazioni tetre e descrizioni lapidarie che ti fanno sentire il freddo della pietra nuda e vedere solo il grigio e il nero delle cose perché i colori sono stati inghiottiti dal dolore; e proprio come nelle loro fiabe avverti come uno schiaffo la crudeltà umana e la mancanza di speranza perchè i fatti di sangue, efferati ed esecrabili, sono prosaicamente scritti senza edulcorazioni e con quello stile semplice e coinciso comprensibile anche dai bambini.

Due gli elementi dai connotati fortemente interessanti dal punto di vista narrativo: la costruzione dei personaggi (due fratelli gemelli) e un manoscritto, ossia il diario sul quale i bambini annotano giorno per giorno la loro vita. Il romanzo è suddiviso in tre parti distinte ma che si diluiscono una nell’altra così come lo stile e i piani narrativi che si sdoppiano e si raddensano all’improvviso.

L’inseguimento del manoscritto-diario pone narrazione su un duplice livello: la voce narrante si accavalla e si confonde con il manoscritto facendo prevale in alcuni momenti ora l’una ora l’altra. E in questa alternanza si spalleggiano diversi registri narrativi: diario, lettera, confessione, flusso di coscienza.

La prima parte “Il grande quaderno” è un pugno nello stomaco, un dolore acuto, il cui ricordo ti accompagna per molto tempo; potrebbe sostenere da sola l’intero romanzo tanto è rivelatrice ed esaustiva. Sono le pagine del diario di Lucas e Claus raccolte non per data, come in un classico diario, ma per tema. Due paginette scandiscono un’esperienza, un episodio; ogni episodio è un nodo alla gola, un gradino nella scala di una difficile educazione alla vita che mostra sempre e costantemente il rovescio della medaglia: la morte. Il quaderno crea un legame indissolubile fra i due fratelli che si completano l’un l’altro, che vivono uno per l’altro; parola dopo parola i due fratelli definiscono la loro esistenza istruendosi, lavorando, autodeterminandosi con le proprie forze in un mondo violento che non conoscono ma di cui sono parte. Sono due bambini speciali, a tratti “magici” che riescono a fare di sofferenza e stenti una virtù, perché l’imperativo categorico è sopravvivere alla guerra, alla nonna, alla povertà, alla fame.

Il lettore avverte una vertigine mentre legge le pagine del diario sugli esercizi di sopravvivenza che Luca e Claus si impongono di fare per resistere e continuare a vivere: esercizio di irrobustimento del corpo, esercizio di irrobustimento dello spirito, esercizio di accattonaggio, esercizio di sordità e cecità, esercizio di digiuno, esercizio di crudeltà.

La vita scorre tra le sirene del coprifuoco, l’allarme dei bombardamenti, le violenze sessuali, gli omicidi, le malattie e la morte che ha un volto talmente familiare da non fare più paura. Il sesso è sporco, è una ferita, è una devianza morbosa, è violenza, è atto di sopraffazione, è un gesto anch’esso bellicizzato. I bambini si sottopongono ad una crescente desensibilizzazione nei confronti dell’umanità; Lucas e Claus hanno una ratio lucida e aprioristica che è al disopra del bene e del male e di ogni morale: bisogna fare ciò che è necessario per sopravvivere e anche la crudeltà autoimposta è indispensabile per raggiungere tale scopo. L’autrice, come i suoi piccoli protagonisti, non indulge alla pietas: le pagine sono brevi istantanee narrative che illuminano per un momento il fatto cruento spegnendosi subito dopo. La scrittrice non si sofferma sulle ferite; il fattaccio violento è ritratto in due parole, come un fendente che in un attimo attraversa il corpo. Lo stile è scarno e soffocato, le parole non hanno alcuna valenza suggestiva, servono solo a registrare un avvenimento; a tratti però ritroviamo un copioso utilizzo degli aggettivi che, con una pioggia di virgole, colano sulla pagina come zampilli di sangue.

Questa prima e superlativa parte termina con la divisione dei due fratelli gemelli.

Nella seconda parte “La prova il lettore rimane accanto ad uno dei due fratelli, Lucas, sopravvissuto alla separazione con Claus che ha varcato la frontiera alla ricerca di una nuova vita lontano dalla guerra; questa seconda parte si caratterizza per la ricerca di una ricostruzione, di una normalizzazione necessaria per ricominciare; sono dinanzi a noi le macerie che la fine del conflitto porta con sé: gli uomini scomparsi, imprigionati, giustiziati, la povertà assoluta, la fame e le malattie che si propagano ma anche l’istinto vitale di rimettere insieme i pezzi, la ricerca dell’amore, il desiderio di una famiglia, di una casa e di una stabilità. Ma è tutto sbagliato: si cercano gli affetti ma si allacciano rapporti umani dettati dalla disperazione, dalla pietà, e da un senso di rabbia e sadismo. Lucas finirà col crescere e adottare un bambino menomato che alla fine si suiciderà rendendo vani i suoi tentativi di dare un senso alla propria vita e portandolo sull’orlo della follia.

Nella III parte “La grande menzogna” assistiamo in un certo qual modo al ricongiungimento dei gemelli, ma questo ritrovamento innesta un rimescolamento delle carte. Ricompare la forma diaristica miscelata ad un delirio in forma di scrittura. Il manoscritto-diario si confonde con la voce narrante, uno stesso episodio viene raccontato da più punti di vista e da diversi personaggi destabilizzando il lettore che perde le certezze di quanto assunto fino a quel momento. Un onirismo accentuato si confonde con la verità e ribalta i punti di vista in un’alternanza tra il vero e il falso che rovescia il gioco narrativo; il lettore si sente tradito e, lasciato da solo, non può fare altro che abbandonarsi al fluire delle nuove infiorescenze narrative senza cercare di rimettere in piedi la storia. Il ritrovamento e il riconoscimento dei due fratelli, in una realtà completamente stravolta dalla guerra, determina la tragica fine dei sentimenti; non vi è senza speranza ma solo disperazione e una lucida follia che culmina con il suicidio di Lucas e la probabile emulazione da parte di suo fratello Claus.

Il diario riporta solo menzogne? Lucas e Cluas sono realmente esistiti? Sono due fratelli? Sono la stessa persona? Questi gli interrogativi alla fine del romanzo. Se Lucas e Cluas fossero la stessa persona, ci troveremmo di fronte ad una lucida schizofrenia, ad una doppia personalità, una malattia mentale determinata e alimentata dalle conseguenze delle nefandezze della guerra.

Se la scrittrice ci avesse realmente parlato di due gemelli, la tragica fine sarebbe una nitida ed inevitabile conseguenza delle devianze e delle ferite mortali inferte allo spirito e al corpo dei due fratelli che pur amandosi non sono riusciti a ricostruire e a tutelare la propria sanità psicofisica dopo la guerra.

Lucas e Claus sono un’anima e due corpi che si confondono a partire dal nome, l’uno l’anagramma dell’altro; sono lo specchio di un doppio narrativo molto spesso presente nella narrativa del Novecento. Provando ad applicare un’analisi psicanalitica alla letteratura, si può appena accennare al fatto di come la figura del doppio sia legata spesso alla paura della morte; il doppio rappresenta la raffigurazione della scissione psicologica che dà luogo ad un altro io, il quale a sua volta corrisponde ad una proiezione del conflitto interiore e può scatenarsi da un senso di colpa. Il senso di colpa può avere diverse origini e Freud lo ha dimostrato: può essere dovuto alla distanza tra l’io ideale e quello reale, oppure può nutrirsi di un’intensa paura di morte e dare luogo a forti impulsi autopunitivi che possono portare anche al suicidio. Il romanzo di Agota Kristof autorizza e suggerisce molteplici interpretazioni proprio perchè il teatro sul quale muovono i personaggi è quello della decadenza morale degli uomini nell’assurdità e nell’atrocità della guerra. E può succedere in un mondo al contrario, nell’assurdo del conflitto bellico e dell’odio da cui è generato e che a sua volta alimenta, che siano proprio i bambini, le prime vittime della guerra, a diventare quasi degli automi perfetti in grado di essere bastevoli a se stessi e portare avanti una famiglia.

Un grido di dolore, potrebbe essere questo il sottotitolo del romanzo, un dolore come quello che probabilmente ha provato la stesa scrittrice, ungherese di nascita, costretta a rifugiarsi in Svizzera durante l’invasione sovietica.

Vorrei lasciarvi con le parole del romanzo che rappresentano un secco j’accuse femminista alla società degli uomini, maschilista e guerrafondaia, che utilizza la guerra come strumento di sopraffazione:

- Tu chiudi il becco! Le donne non sanno niente della guerra.

La donna dice:

- Non sanno niente? Coglione! Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni: i bambini da sfamare, i feriti da curare. Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi. Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi. E’ per questo che avete inventato la guerra, voi uomini. E’ la vostra guerra. L’avete voluta voi, fatela allora, eroi dei miei stivali!

Scrivere è vivere ma leggere a volte è un po’ come morire dentro.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.artoong.net il 25 febbraio 2009:

http://www.artoong.net/2009/02/25/della-guerra-e-della-morte-la-trilogia-della-citta-di-k-di-agota-kristof/538/scienze-umane

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Quaderno proibito di Alba De Céspedes

Pubblicato da Jessica Carrieri su 5 Marzo 2009

Alba De Céspedes

Alba De Céspedes

Amare e mentire sono verbi antitetici? Si può mentire alla persona che si dice di amare? O forse, i segreti, le bugie costituiscono il lato maligno del gioco amoroso delle parti? Il senso del pudore, della riservatezza, della libertà evolve nel tempo, muta impercettibilmente anno dopo anno, si trasforma plasmandosi nelle mani del progresso, dell’emancipazione e della libertà. Oggi siamo fin troppo avvezzi ad ascoltare storie di amori feriti e finiti a causa di tradimenti e bugie che si consumano anche o solo per un banale desiderio di trasgressione. L’amore può tollerare la menzogna? Per rispondere a queste domande, vorrei, insieme a voi, sfogliare le pagine del diario segreto di Valeria Cossati, e tornare con la mente ad un tempo non troppo lontano, gli anni cinquanta che fanno da sfondo a Quaderno proibito (1952) (Il Saggiatore, 2006) di Alba De Céspedes. In questo libro, le bugie hanno un sapore insolito: un segreto può trasformarsi in una possibilità che ci viene offerta per vivere una esperienza “altra” o per cercare, e magari trovare, un altro se stesso.

La forma diaristica del libro di Alba de Céspedes, consente una immedesimazione istintiva e quasi istantanea; il gusto retrò di queste pagine ingiallite ci riporta ad una atmosfera familiare, impregnata di colori e di profumi che appartengono alla nostra infanzia o ai racconti dei nostri genitori. La penna corre furiosa sul diario, la scrittura copiosa lo inonda, lo travolge, eppure ogni tanto si arresta, incespica, arretra; avverti la lenta evoluzione dello spirito di Valeria, intravedi la sottile voglia di libertà e di evasione, mai gridata ma sempre sognata, che le parole diffondono.

La quarantenne impiegata Valeria Cossati trascorre un’esistenza apparentemente tranquilla in una famiglia piccolo-borghese; moglie irreprensibile e madre amorosa, Valeria è il riflesso opaco di una vita monotona e poco appagante vissuta giorno dopo giorno con gli stessi gesti, le stesse problematiche: la preoccupazione per i figli, il loro futuro, i soldi che non bastano mai, l’età che avanza, il lavoro di cui è tanto orgogliosa ma per il quale non è abbastanza apprezzata dai suoi cari.

La decisione di tenere un diario nasce come gesto di sfida e trasgressione: Valeria acquista il quaderno in un giorno proibito (nell’Italia degli anni cinquanta vigevano restrizioni di vendita in determinati giorni). Il diario clandestino diviene per Valeria il segreto da proteggere, un’isola felice, un nascondiglio, l’amico che non ha, un momento di solitudine e uno specchio nel quale rimirarsi e vedersi per quello che è in realtà: una donna relegata in un casa-prigione che non le permette di avere neanche un cassetto tutto per sé. Nascosto nel sacco degli stracci, il diario raccoglie tutto ciò che non potrà mai dire a suo marito e ai suoi figli. Quando apri il quaderno di Valeria, hai la sensazione di entrare in una stanza chiusa, buia e soffocante; tanta è la polvere accumulata che non vedi l’ora di arrivare in fondo alle pagine per riuscire ad aprire le finestre e far entrare finalmente un po’ di luce e aria fresca.

E te la vedi lì seduta al tavolo della cucina a scrivere di nascosto, quando non c’è nessuno in casa; suo marito non approverebbe, i suoi figli le riderebbero dietro e del resto, come potrebbe una moglie e madre modello degli anni cinquanta, spiegare quel senso di disagio che sente crescere dentro di sé, in maniera sempre più pregnante senza essere rimproverata, o peggio, giudicata?

Valeria, o mammà, come la chiama ormai suo marito, si sente un ornamento della casa ma facendosi forza incomincia un lento percorso di autoconoscenza; il primo passo è affermare la propria identità in un contesto familiare che non le riconosce un ruolo al di fuori di esso stesso. E allora le pagine diventano veleno: Valeria che fa la cresta sulla spesa per comprare di nascosto; Valeria che instaura un rapporto “speciale” con il suo capoufficio; Valeria che prova gelosia per sua figlia; Valeria che fa le cose di nascosto annotandole tutte puntualmente sul diario affinché rimanga prova della sua stessa colpevolezza. Perché forte è il senso di colpa ma altrettanto indispensabile il gusto del proibito. E la tristezza dilaga quando nel diario trovi le riflessioni sul legame coniugale, sempre meno soddisfacente, intrappolato in una routine fatta di doveri, di risparmi e di apparenze. Il diario firmato da Valeria fotografa, in realtà, una società nella quale i vecchi e cari tradizionali valori borghesi cominciano ad entrare in crisi e sono sul punto di essere definitivamente travolti dall’avvento del boom economico. Lo specchio che è divenuto il suo diario non le restituisce più un’immagine familiare di sé ma neppure quell’immagine che di lei hanno i parenti: <<Ero sola nella casa vuota, nel silenzio domenicale, e mi pareva di aver perduto per sempre tutti quelli che amo se essi sono in realtà diversi da come li ho sempre immaginati. Se soprattutto io sono diversa da come loro immaginano me >>.

La scrittura, il silenzio e il segreto da custodire permettono a Valeria di fare un’analisi della sua vita: una vita dedicata totalmente alla famiglia che ha finito per “ucciderla” impedendole di ascoltarsi, di vedersi e di affermarsi. Purtroppo scrivere non salva Valeria, e il tentativo di liberare se stessa, di emanciparsi di progredire psicologicamente, non approda a nulla, costretta, com’è, nel rigido ruolo di moglie e madre. Brucerà il quaderno. Non riuscirà a fare il passo decisivo: il tradimento è dietro l’angolo ma portato avanti con poca convinzione e l’ipotesi di lasciare marito e famiglia sfuma rarefacendosi inevitabilmente .

<<Sempre più mi convinco che l’inquietudine si è impossessata di me il giorno in cui ho comperato questo quaderno: in esso sembra nascosto uno spirito maligno>>.

Nero, lucido, spesso: è il quaderno che Valeria compra di nascosto trasgredendo il divieto di vendita domenicale. Nero, lucido, spesso: è il quaderno che Valeria brucerà dopo avergli dato vita con la sua anima. Le bugie bruceranno con esse, i segreti e le rimpiante ambizioni anche. Il fuoco purifica e permette una nuova rinascita.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 16 dicembre 2008: http://www.noituttinoi.com/?p=619

Note biografiche:

Quelle illustri sconosciute

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Alba De Céspedes

Alba De Céspedes

Alba De Céspedes

Alba de Céspedes (1911-1997) nasce a Roma da madre italiana e padre cubano. Trascorre l’infanzia in un clima familiare fortemente coinvolto nella politica (il nonno paterno come anche il padre furono presidenti della repubblica di Cuba); bilingue italo-spagnola, scrive soprattutto in lingua italiana. Donna altera e appassionata partigiana, è la voce della Resistenza in una emittente radiofonica con lo pseudonimo di Clorinda e dirige la rivista letteraria partigiana “Mercurio“. Scrittrice poliedrica e versatile sperimenta le varie forme di scrittura: giornalismo, narrativa, teatro, sceneggiatura cinematografica. Collabora con “Epoca” e “La Stampa” e intrattiene carteggi privati con i maggiori esponenti della cultura italiana e internazionale: i suoi epistolari riflettono in maniera ampia e particolareggiata le vicende di quarant’anni di vita intellettuale ed editoriale dell’epoca.

Vive passando dall’Italia agli Stati Uniti, da Cuba a Parigi dove si stabilisce fino alla sua morte avvenuta nel 1997; solo otto giorni prima, forse presagendo l’evento, dona tutte le sue carte agli Archivi Riuniti delle Donne di Milano. Del resto l’autrice stessa aveva confessato pubblicamente: <<Non so immaginare la mia vita senza la scrittura>> e donandoci le sue carte, Alba de Céspedes ha voluto farci dono della sua vita.

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Divine, lussureggianti rose! L’altra verità. Diario di una diversa di Alda Merini

Pubblicato da Jessica Carrieri su 23 Febbraio 2009

Alda Merini

Alda Merini

Queste righe rappresentano il mio sentito omaggio ad una poetessa e una donna tra le più affascinanti del nostro panorama letterario contemporaneo. L’altra verità. Diario di una diversa (Universale Rizzoli 2007) raccoglie le riflessioni di Alda Merini sui dieci anni trascorsi in manicomio. Un invito alla lettura, il mio, con l’augurio che possiate, come me, essere sedotti dai preziosi fregi poetici dei suoi versi e della sua prosa.

Una dopo l’altra, le pagine del diario raccontano i patimenti di un’anima bella internata in un ospedale psichiatrico e le sofferenze della umanità fragile e ferita che lo abita e che cammina sopita, strisciando e adornando le pareti del manicomio come quei fiori selvatici che talora vediamo spuntare effimeri e occasionali nei muretti delle case derelitte.

Non ci troviamo di fronte ad una cronaca temporale del tempo trascorso in manicomio ma piuttosto si tratta di un’epifania di lampi poetici attraverso i quali la scrittrice cattura gli istanti più significativi ma anche quelli insipidi della vita ospedaliera, dilatandoli e deformandoli sotto l’effetto di uno stato d’animo prepotente, una sensazione ingannevole, un sentimento accecante, ubriacando il lettore che oramai, suo malgrado, è salito sulla giostra vorticosa della follia.

Il tempo lineare è il grande assente della vita in manicomio nel quale si alternano momenti di infinita solitudine e di “sonno cerebrale” a raptus violenti dovuti dall’acuirsi del male psichico e alimentati dalla somministrazione eccessiva di farmaci. << Credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire>>, scrive la Merini ricordando il momento del suo internamento. Il diario è testimone di una accorata denuncia sociale; le condizioni in cui versano gli ospiti del manicomio sono disumane: la violenza fisica e mentale perpetrata dal personale ospedaliero, l’elettrochoc come punizione/correzione, le umiliazioni subite, il sovradosaggio di psicofarmaci.

I pazzi per Alda Merini non esistono, esistono persone che hanno disturbi della sfera emotiva, esistono persone che hanno problemi, preoccupazioni e che mancano d’amore. L’abbrutimento avviene in un secondo momento ed esattamente con la reclusione coatta e l’internamento. Quello che sorprende, scorrendo le pagine del diario, è la difesa strenua della diversità come valore e non come degenerazione o deformità. <<…Del resto ero poeta..>>, scrive Alda Merini nelle prime pagine del diario sottolineando, in questa maniera, la sua personale e dignitosa alterità senza nascondere al contempo i demoni che si impossessano di lei a fasi alterne e dei quali proverà a liberarsi grazie alla psicoanalisi. Sa bene la scrittrice che anche una volta “guarita” e “reintrodotta” nella società, porterà con se il marchio vergognoso di quella casa di cura: << Il manicomio non finisce più. E’ una lunga pesante catena che ti porti fuori, che tieni legata ai piedi. Non riuscirai a disfartene mai>>.

E’ commovente l’atteggiamento di purezza con il quale la poetessa accoglie il male: la struggente mancanza d’amore, le atroci sofferenze fisiche e mentali purificano il suo spirito fino a renderlo innocente e in attesa di qualcosa di buono e di salvifico. <<Ma l’anima si rarefaceva ogni giorno. Ogni giorno diventavo più spirituale e, da quella immensa vetrata, da quel grande lucernario che illuminava la sala, qualche volta vedevo scendere gli angeli>>. Il malato, spiega la Merini, subisce un processo per cui si abitua al posto in cui è rinchiuso e rifiuta la società anche perché al momento dell’internamento, sente sopra di sé il peso della condanna, condanna che riversa sulla società tutta ed anche sui congiunti. E dopo il dolore arriva la catarsi: <<così capita ai martiri che attraverso la chiusura del proprio corpo, vedono finalmente sprigionarsi l’anima, in un aspetto più libero>>.

Nei momenti di sofferenza e in quelli di feroce solitudine, la poesia della Merini diventa visionaria e la poetessa si “aggrappa” alla potenza della parola, e ricorre alla sua funzione salvifica. La scrittura è la salvezza: << io quando scrivo, è come se dormissi ed entrassi nel profondo della mia anima. Mi fa paura il risveglio, il contatto matematico, aggressivo con la realtà dalla quale vorrei finalmente slegarmi.>>

Dal manicomio spuntano i fiori, e il fiore più prezioso di questi anni di sofferenze è il ricordo dell’amore che l’ha unita a Pierre, un paziente dell’ospedale psichiatrico, in una storia d’amore pura e sincera dalla quale è nata una figlia.

L’amore e la scrittura costituiscono la salvezza; la libertà ha il suono dolce della redenzione e l’odore intenso delle rose:

Ma il giorno che ci apersero i cancelli,

che potemmo toccarle con le mani quelle

rose stupende, che potemmo finalmente

inebriarci del loro destino di fiori.

Divine, lussureggianti rose!

Non avrei potuto scrivere in quel

momento nulla che riguardasse i fiori

perché io stessa ero diventata un fiore,

Io stessa avevo un gambo ed una linfa

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 4 febbraio 2009: http://www.noituttinoi.com/?p=596

Note biografiche:

Quelle illustri sconosciute

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Alda Merini

Alda Merini

Alda Merini

Poche e sintetiche notizie sulla biografia e le opere non renderebbero giustizia all’intensa vita e alla copiosa produzione in versi e prosa dell’amatissima scrittrice Alda Merini.

La musa che vive in un piccolo appartamento sui navigli a Milano non ha bisogno di presentazioni; quindi lascio che sia la sua prosa poetica a parlare di lei e per lei.

Ti ho mandato un messaggio antico,

un messaggio di amore chiuso

(o tu, nuvoletta leggera,

apriti al pianto infine)

Ho blandito ogni mia notte

ma tu eri l’unica stella

che cantavi una musica felice

(o tu nuvoletta leggera

scostati dal creato

ch’io veda infine il sole!)

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I Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino

Pubblicato da Jessica Carrieri su 20 Febbraio 2009

I Fratelli dItalia di Alberto Arbasino

I Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino

I “Fratelli d’Italia“di Alberto Arbasino sono gli italiani degli anni ‘60, gli anni del boom economico, dei facili entusiasmi e del perbenismo programmatico, gli anni sbandati e smodati in cui tutto è alla ricerca di equilibrio.

Questo romanzo, che io ho letto nella prima edizione del 1963, potrebbe risultare di non immediata fruizione fitto com’è, nei primi capitoli, di prolisse conversazioni sulla teoria del romanzo. Per questa ragione vorrei soffermarmi a parlare più che dell’autore, conosciuto dai più quale intellettuale eclettico e restio a parlare di sé, del lettore che si avvicina per la prima volta al romanzo e che potrebbe non sentire una istintiva attrazione per un’opera fiume come quella di Arbasino che, del resto, non si presta al riassunto di una trama perché troppo ricca di personaggi e avvenimenti.

Credo ci si debba accostare a Fratelli d’Italia con spirito leggero e atteggiamento quasi “indifferente”, lo stesso con cui si ascoltano le chiacchiere da cortile o i pettegolezzi dal parrucchiere, silenti in mezzo alla confusione, ma con l’orecchio ben teso a cogliere l’essenza di un discorso che altrimenti non si sarebbe potuto ascoltare. In un primo tempo non si coglieranno i numerosi riferimenti e di sicuro non si potranno riconoscere tutti i nomi più o meno noti di cui il romanzo è ricco, ma, nonostante questo, il lettore scivolerà da subito nello spirito di quella cordiale invidia e civettuola cattiveria nella quale si muovono gli interlocutori-personaggi che reputano le loro conversazioni quanto di più importante, interessante e intellettualmente vivace possa esistere.

Proseguendo nella lettura accade che dal cicaleccio confuso si sollevano piano piano delle intuizioni, delle piccole illuminazioni cognitive che rischiarano a ritroso pagine appena lette; dalla pagina si stacca un elemento che si imprime per un istante nella memoria regalando un lampo, un immediato brillore e quella scossa che ogni buon lettore avverte quando realizza di aver intuito un ammiccamento, di aver legato due concetti o riscoperto un reperto prezioso nascosto in qualche cassetto della memoria. Credo che il lettore debba avvicinarsi così a questo romanzo, con un critico e salutare distacco, ma pronto in ogni istante a farsi sorprendere dallo scrittore.

Apre il romanzo un’atmosfera di attesa e di aspettativa, preludio di una singolare avventura: quattro personaggi di differente nazionalità si mettono in viaggio per l’Italia alla ricerca di spunti per la realizzazione di un film; il viaggio segna l’inizio di rocambolesche vicissitudini in un clima di confronto e diversità.

Le prime pagine descrivono un gruppo di borghesi intellettuali tronfi dei loro miti e le loro leggende, intenti a seguire ogni minima occasione di divertimento, immersi nelle comodità e annacquati di champagne, con il solo obiettivo, in fondo, di vincere una noia latente.

La letteratura engagée del dopo guerra ci ha abituati a racconti di dolore e malessere di poveri disperati; i protagonisti di Fratelli d’Italia sono, invece, volgarmente ricchi, sfaccendati e disposti a spendere piccole fortune in modaioli passatempi; sono disinibiti e privi di ogni pregiudizio, appagati dal proprio libertinaggio etero e omosessuale, sempre alla ricerca di sensazioni forti e illusi che il loro modo di vivere così sfrenato e culturalmente intenso sia il segreto della vita.

Il teatrino di macchine di lusso, pranzi e cene sofisticate, cenacoli letterari, incontri galanti, notti brave e sveglia all’una del pomeriggio, ricorda qualche pagina del Giorno del Parini, che accompagna il giovin signore da quando si sveglia a quando va a dormire seguendolo nei suoi frivoli impegni quotidiani.

Per quanto deprecabili, Arbasino non condanna questi uomini mediocri caduti nella più infima superficialità; egli sornione e compiaciuto deride le mitologie e le ideologie modaiole dietro le quali i suoi personaggi si camuffano pretendendo di essere innovativi e all’avanguardia e risultando, invece, conformisti e assolutamente incapaci di incidere con le loro azioni sul tessuto sociale.

Il romanzo riflette, attraverso gli eccentrici personaggi, i costumi e le tendenze culturali di un’Italia che non sa bene dove sta andando e lo scrittore si muove come il moderatore di un moderno talk show televisivo: dà la parola ai suoi ospiti osservando divertito come essi sfoggiano il loro sapere gareggiando in saccenza e presunzione.

Compagno di strada della neoavanguardia e del Gruppo ‘63, Alberto Arbasino, ricerca una nuova identità del romanzo che spesso, soggetto alle mode di stagione, è rinchiuso in stereotipi soffocanti e rovinosamente perdenti. Una nuova strada per il romanzo, significa per il nostro, contrapporsi al contenutismo dei neorealisti e dei memorialisti e abbracciare lo sperimentalismo espressivo e linguistico (Gadda su tutti) nella consapevolezza che si debba puntare soprattutto sull’eversione linguistica e sulla centralità del linguaggio in tutte le operazioni culturali.

Il rifiuto di uno standard stilistico si coniuga al rifiuto della società borghese con la sua subcultura tranquilla e opportunistica, in cui il compromesso ha raggiunto il livello e la dignità di un’arte e il cui quietismo quasi sclerotico è mascherato da un falso perbenismo. Falsa la società, falso il linguaggio e la letteratura che essa esprime.

Arbasino scioglie le situazioni narrative in un contninuum linguistico indifferenziato che si arricchisce di contributi linguistici di varia provenienza e si nutre di una scrittura di secondo grado, costituita da citazioni di eventi (una mostra, un concerto, uno spettacolo, una serata mondana, una festa, un convegno, un libro) che fanno, a loro volta, bellamostra di sé rivelando, a sorpresa, con accumuli di rinvii e accostamenti inediti, i corsi e i ricorsi della mode culturali e le variazioni del gusto. Nel romanzo si alternano varie forme di narrazione: dalla confessione autobiografica, al pettegolezzo mondano, dal saggio critico, alla satira; come in Gadda lo stile diventa uno strumento di degradazione al fine di svalorizzare e demistificare i contenuti della narrazione. Anche l’uso della prima persona agisce, in Fratelli d’Italia, come corrosivo nel tessuto narrativo, e, nella sua apparente limpidezza, potendosi nascondere dietro il “secondo me”, permette l’accavallarsi, magari nella stessa pagina, di frasi e dichiarazioni di segno contrario; il risultato è un’altalena di reciproche smentite che non permettono di fare il punto della situazione, né identificare la voce narrante col pensiero dell’autore. Il lettore risulta spiazzato di fronte a questa realtà narrativa nella quale si manifesta un estenuante gioco di voci che accavallandosi impediscono di ricomporre una trama disciolta in un labirinto di parole.

Arbasino gioca con il lettore, gli tende agguati, lo stuzzica e lo sfida con astuzia e intelligenza; è per questo motivo che la fine del romanzo si rivela una perdonabilissima mascalzonata: la teoria sul romanzo avanzata da un personaggio all’inizio del libro si ricongiunge ad alcuni appunti del protagonista alla fine del libro, appunti che risultano essere frammenti di un romanzo in divenire ma che potrebbero essere anche quelli del romanzo che abbiamo appena letto perché alcune espressioni le abbiamo già incontrate nel corso della nostra lettura perse in questo mare magnum di affermazioni. E con questo ricercato gioco di scatole cinesi, l’autore compiaciuto, lascia il lettore disorientato con i suoi dubbi e con la forte sensazione di essere stato “giocato”.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.artoong.net : http://www.artoong.net/2009/02/01/i-fratelli-ditalia-di-alberto-arbasino/411/scienze-umane/letteratura

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Anna Banti ci scrive da un paese lontano

Pubblicato da Jessica Carrieri su 20 Febbraio 2009

Anna Banti

Anna Banti

Vorrei condurvi per qualche istante nel “paese lontano” del e dal quale ci scrive Anna Banti (1895-1985), nei 4 racconti riuniti nel volume “Je vous écris d’un pays lointain” (Milano, Mondadori, 1971 – Premio Bagutta 1972 ), una raccolta fortemente connotata dalla simbologia del viaggio nel senso più ampio e ricco del termine. Arriva per ognuno di noi il momento di “partire”, di ricercare e di capire. Gli scrittori sono, in questo senso, dei viaggiatori privilegiati per due motivi: possono utilizzare il “veicolo scrittura” per intraprendere un viaggio esistenziale, possono spaziare pericolosamente dentro il perimetro della propria esperienza, dei propri ricordi, possono incontrare le proprie paure, toccare spavaldamente i confini oltre i quali c’è la perdita di sé per poi ritornare, utilizzando lo stesso veicolo, ad una realtà riabilitata e un poco più vicina alla desiderata “salvezza” (per chi, come me, crede nella funzione taumaturgica della scrittura). Ad un secondo livello, l’autore-viaggiatore diventa una guida che conduce per mano il lettore attraverso le sue mappe e mete spazio-temporali-mentali. La nostra scrittrice-viaggiatrice segue un duplice movimento, antitetico nella forma, ma che tende verso un unico ed esaustivo esito finale.

La scrittura della Banti riflette, ora che la vecchiaia è una lucida realtà (scrive questa raccolta a 73 anni) e ora che ha perso il suo amato e inseparabile compagno e maestro (il famoso critico d’arte Roberto Longhi), le note dolenti dell’esistenza di una donna che ha vissuto a lungo e intensamente, senza lesinare, e ora, approssimandosi alla fine della vita, non ha paura di narrare l’esistenza nelle sue luci e nelle sue ombre. Il viaggio interiore della scrittrice ci parla di desiderio, di fame di conoscenza, di ricerca, di distacco, di solitudine, di perdita, di allontanamento da sé e dalle cose più care. Il viaggio personale della donna si sovrappone, nei racconti, alla narrazione di un viaggio inteso realisticamente come spostamento nello spazio e nel tempo, un viaggio impegnativo e ricercato che riflette l’amore della scrittrice per le epoche di trapasso e decadenza, i buchi neri della Storia. La scrittura conduce la Banti indietro in un tempo tra le cui amare vicende il viaggio si delinea come ricerca spasmodica di una meta agognata dall’autrice e dai suoi personaggi. I primi tre racconti sono ambientati in un passato remoto, l’epoca delle invasioni barbariche, mentre l’ultimo è un piccolo esperimento, quasi un racconto di fantascienza. Una scrittura virile, essenziale, un andamento saggistico contraddistinguono la narrazione dalla quale emerge chiaramente il concetto del viaggio come paradigma di vita/morte; si muore e si rinasce quando si intraprende un viaggio e quando si ritorna a casa in una eterna e bivalente altalena esistenziale. Anna Banti si comporta come un’inviata spazio-temporale: si siede in terra e con l’accorta e la minuziosa ispirazione di un cronista, registra gli attimi cruciali di avvenimenti che non conosciamo poiché appartengono a momenti bui della Storia, ma la scrittrice invece è li nel fango, tra le scorribande dei barbari (i goti, i franchi, i godoari). Il viaggio personale della donna, l’esigenza di purificarsi dopo tanto dolore e di ritornare alle origini del male si sovrappone al racconto della scrittrice sulle origini delle barbarie (guerre, devastazioni, epidemie, fratricidi).

La Banti descrive i viaggi erratici dei barbari, ci parla di uomini e di donne e dei loro spostamenti, delle loro speranze, delle loro guerre; il nomadismo viene narrato come una condizione esistenziale, a volte esaltato come un valore. Gli uomini si mettono in cammino per superare le crisi, risolvere i dubbi, mettersi in discussione, incontrare un altro da sé per ridefinire la propria identità anche attraverso il dolore, la fatica e la solitudine (L’Altipiano). Nei campi attraversati dai barbari senti l’olezzo dei cadaveri in putrefazione perché il viaggio conduce anche allo scontro, all’assassinio, alla morte. Il viaggio dell’uomo, e il conseguente incontro con altri uomini e altre esperienze, creano nell’individuo la necessità, l’esigenza e il sogno di una convivenza umana (La Villa Romana, Joveta di Betania).

Il viaggio è vita e morte, è una parabola al galoppo del tempo. Il viaggio e il tempo sono le coordinate che permettono ad ognuno di noi di proiettare i nostri comportamenti, le nostre attitudini, le nostre domande, i nostri interrogativi, quelli di sempre, quelli dell’uomo che cerca, che si cerca: colui che viaggia diventa naufrago alla ricerca della salvezza.

Dalle pagine di questa raccolta è possibile cogliere una velata polemica ecologista imbastita sul rimpianto per una natura incontaminata oramai perduta, soprattutto nell’ultimo racconto (Je vous écris d’un pays lointain) dove si fa menzione di una catastrofe nucleare che ha reso la Terra un paese sterile, inospitale, “lontano”. Il viaggio della Banti termina in un paese “lontano”, un momento oscuro della Storia, un punto di non ritorno della coscienza, un tempo e un passato allegorico nelle vesti di eterno presente che comunica costantemente con la nostra esperienza per aiutarci nella ricerca della “salvezza” o della speranza di una “salvezza”. La Banti si è “salvata” nell’interstizio di qualche flusso temporale e del resto la stessa scrittrice ci aveva avvertiti: << Presente e passato sono un istante da catturare e stringere come una lucciola nella mano. Non ci riesce chi vuole>>.

Nascosto sotto diversi libri polverosi di una bancarella ambulante ho trovato “Je vous écris d’un pays lointain durante un mio viaggio in Toscana.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 22 gennaio 2009: http://www.noituttinoi.com/?p=596

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Anna Banti

Anna Banti

Anna Banti

Anna Banti, nom de plume di Lucia Lopresti Longhi, nasce a Firenze nel 1895; trascorre gli anni della sua formazione a Roma, dove si laurea in storia dell’arte. Innamorata del proprio maestro, il famoso critico d’arte Roberto Longhi, ne diviene la moglie nel 1924 rinunciando così ad un impegno professionale vero e proprio, ma in compenso la sua vita è ricca di esperienze culturali ad alto livello. Il corso degli eventi ha alimentato la leggenda di Anna Banti, nata critico d’arte e costretta a farsi narratore, “sospinta” dallo stesso compagno. La sua esperienza come donna e come scrittrice si integra e si vivifica con la partecipazione quarantennale a Paragone, rivista ancipite con le due sezioni di Letteratura e Arte. Instancabile poligrafa scrive opere di narrativa, saggistica, teatro, traduzioni, critica d’arte. Il suo romanzo più famoso Artemisia è un amorevole quanto eclettico tributo alla pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi. Scrisse sulla “fama” infelice Lorenzo Lotto, pittore inquieto del rinascimento: “E’ difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto: e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole”. In queste parole anche il destino di Anna Banti.

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L’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza

Pubblicato da Jessica Carrieri su 19 Febbraio 2009

Goliarda Sapienza

Goliarda Sapienza

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.”


Questo l’incipit del romanzo scandalo di Goliarda Sapienza: a questo punto il lettore decide se andare avanti nella lettura; sono presenti, infatti, da subito succulenti esche narrative, preambolo di un’avventura inusuale e dalle tinte forti.

Ho deciso di inseguire Modesta, la protagonista, vorticosamente, pagina dopo pagina, in questa favola epica autobiografica nella quale Goliarda, per oltre seicento pagine, tesse le fila di una saga che non risparmia al lettore nessun argomento “scomodo”: la libertà sessuale della donna, la politica antifascista, il concetto non convenzionale della famiglia; tutti temi infilzati dalla lama temporale del Novecento in un Sud isolano e arretrato. Lo stretto connubio fra arte e vita, evidentemente rintracciabile nel romanzo “maledetto” di Goliarda, (per il quale andò anche in galera) non le fu perdonato al punto che nessun editore volle pubblicarlo fino al 2000, anno in cui vide la luce (solo dopo la morte della scrittrice) grazie alla casa editrice Stampa Alternativa, sull’onda del successo riscosso in Francia fra lettori e critici.

Ma chi è Modesta che ha scandalizzato tanti benpensanti? Modesta è il nome di un’anima e di un corpo: il romanzo racconta la vita di una bambina che diventa adulta. Il concetto di gioia viene delineandosi, sin dall’inizio, non come astratto traguardo salvifico ma come un difficoltoso percorso che passa attraverso una vita coraggiosamente libera (anche libertina e licenziosa), attraverso l’amore totalizzante e emancipato (rivolto sia a uomini che a donne), attraverso una cultura non dogmatica ma pragmatica.

Modesta nasce il primo gennaio del 1900 in una poverissima famiglia che vive in una desolata landa siciliana. Destinata a divenire “un’esclusa pirandelliana” si adopera con ingegno e scaltrezza ai limiti della legalità per migliorare la sua condizione: studia da autodidatta, coltiva numerosi interessi, impara a capire e conoscere le persone e imbastisce relazioni, anche opportunistiche, che in prospettiva le consentiranno di diventare una ricca nobildonna e proprietaria terriera. Modesta costruisce passo dopo passo, errore dopo errore, la propria persona con la forza immaginifica di una bambina che crescendo, fa scoperte, anche le più crude, sulla sua pelle. Con la coscienza e la volontà di essere sempre fedele a se stessa, la piccola Modesta prosegue la sua esistenza saggiando le possibili varianti nel bene e nel male che la vita offre, ignorando le mode, il giudizio della gente, le regole codificate da altri, le consuetudini sociali, sessuali e religiose ma andando inevitabilmente incontro a solitudine, amarezza, incomprensione e violenza. La forza di Modesta-bambina come anche di Modesta-adulta sta nello sconfiggere la malinconia, il mal di vivere, con la propria corporalità, con l’appagamento dei sensi inseguendo quella felicità che rivendica con fermezza perché tutti vi hanno diritto. Mai paga e sempre alla ricerca di nuovi stimoli, Modesta rappresenta la diversità del femminile come mai in quegli anni si sarebbe potuto immaginare: una donna, anche per molti contemporanei, scandalosa e provocatrice ma che di fatto esiste e vive in assenza totale di sensi di colpa: pensiamo alle pagine del romanzo nelle quali ci confida con candida normalità i suoi amori promiscui con donne, uomini più grandi di lei e consanguinei o quando si sofferma sulla vita libertina del convento che la ospita e delle suore che lo popolano.

Il Novecento è stato feroce teatro di tragedie orribili e indecenti censure. I molteplici avvenimenti come la rivoluzione russa, il socialismo, le due guerre, l’ascesa del fascismo, l’antifascismo riecheggiano nel romanzo, filtrati da un’assopita e assolata Sicilia, intrecciati alla vita della miriade di personaggi che compongono la famiglia di Modesta.

Un’accorata prima persona dialoga incessantemente con il lettore per tutta la durata del romanzo che accoglie numerosi inserti narrativi e vivaci dialoghi; un linguaggio posato e intellettuale si alterna ad un siciliano elegante ed antico mischiato a quello contadino. Goliarda/Modesta ammicca al lettore interrogandolo, pungolandolo, saggiandone la curiosità col fine di stupirlo col teatrino dei tanti personaggi spettacolari, uno diverso dall’altro e uno complementare dall’altro, tutti ugualmente suoi figli. La scrittrice non si rispecchia solo o totalmente in Modesta ma in una griglia di personaggi che rappresentano tutti una parte di se stessa.

Alla fine del romanzo la gioia si rivela tale nella sua semplicità più genuina, quella che scaturisce dalla coscienza di sé e dalla serena accettazione della propria e altrui vita, dalla convivenza attiva con tutti gli uomini, che cercano, ognuno come può, di raggiungere quella felicità che non può a nessun titolo esserci strappata. Modesta raggiunge la gioia a suo modo, passando molto spesso per il male, il peccato e il proibito ma non vivendolo come tale; ed è per questo motivo che al di là del senso di pudore o di ogni opinabile censura che la lettura del romanzo sollecita, dobbiamo per lo meno ammettere che tutti noi ci siamo imbattuti almeno una volta in quell’interstizio nel quale bene e male si confondono e le tutte certezze arretrano di fronte al semplice empirismo che non conosce morale prefabbricata o come direbbe meglio Goliarda:

Non sapevo che il buio non è nero

Che il giorno non è bianco

Che la luce acceca

E il fermarsi è correre

Ancora Di più

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 16 dicembre 2008: http://www.noituttinoi.com/?p=587

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Goliarda Sapienza

Goliarda Sapienza

Goliarda Sapienza

Per questa eclettica donna la scrittura è il tempo rubato alla felicità in una parabola che conduce alla gioia. Figlia di Giuseppe Sapienza e Maria Giudice, (sua madre è stata la prima donna dirigente della Camera del Lavoro di Torino), Goliarda Sapienza (Catania, 1924 – Gaeta, 1996) venne cresciuta in un clima di assoluta libertà dai vincoli sociali: il padre ritenne opportuno non farle frequentare la scuola per evitare che la figlia fosse soggetta ad imposizioni fasciste. Si distinse come attrice teatrale interpretando ruoli delle protagoniste pirandelliane; lavorò saltuariamente anche nel cinema, inizialmente spinta da Alessandro Blasetti, in seguito si limitò a piccole apparizioni, come in Senso di Luchino Visconti. Si legò sentimentalmente al regista Citto Maselli, sposando però, anni dopo, il copywriter Angelo Maria Pellegrino. Lasciò la carriera di attrice per dedicarsi a quella di scrittrice: verso la fine degli anni sessanta finì in carcere per un furto di oggetti presso casa di amiche. Sempre in carcere, ma anche successivamente, continuò l’opera di scrittrice: Lettera aperta (1967); Il filo di mezzogiorno (1969); L’Università di Rebibbia (1983); Le certezze del dubbio (1987); L’arte della gioia (2000); Destino coatto (2002).

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Mr. Pinky, un’ipotesi narrativa

Pubblicato da Jessica Carrieri su 18 Febbraio 2009

Mr. Pinky is Fabio De Caro

Mr. Pinky is Fabio De Caro

Titolo: Ludos Game’s Mr. Pinky

Regia: Alessandro Panichi

Cast: Fabio De Caro, Marco Liorni

Musiche: Simone Martella

Produzione: SimLabDigital 2008

Webisite: www.ludosgamefilm.com

Carlo è un uomo e non si tratta di una definizione scontata in Ludos Game’s Mr. Pinky che si potrebbe sinteticamente definire un cortometraggio sul tema del precariato, ma non sarebbe del tutto corretto.

Il precariato è uno dei “motivi” del corto, “il pretesto narrativo”, sennonché in questo corto la stessa struttura narrativa e lo stesso montaggio divengono parte integrante della sceneggiatura .

Mr. Pinky mette in scena una dolorosa metamorfosi valorizzata dal forte simbolismo costituito dalla trasformazione dell’uomo in animale, in questo caso un maiale che per antonomasia è il più ripugnante fra gli animali.

Intenso ed efficace Fabio De Caro nel ruolo del protagonista, incarna fisiologicamente una drammaticità importante che mette, con arte, al servizio della metamorfosi che lo trasformerà in bestia quale paradigma di un’atrofizzazione sociale.

L’evoluzione di Carlo passa attraverso i seguenti stadi:

Carlo uomo -> Carlo disoccupato -> Carlo maiale

Mr. Pinky foto di scena

Mr. Pinky foto di scena

Una dolorosa chanche post moderna innesta questa surreale trasformazione, l’ultima possibilità per Carlo-Uomo di ritrovare un ruolo in una società che lo ha vomitato ai margini di se stessa quando la perdita del lavoro ha tolto dignità e significato ad una intera esistenza. La disperazione porterà Carlo, licenziato dall’azienda per la quale ha lavorato per tutta una vita, ad accettare un grottesco impiego: dovrà divenire un tamagotchi umano gestito e accudito a distanza in una gabbia-osservatorio che diventerà la sua prigione eterna perché il gioco sembra protrarsi all’infinito.

Il fenomeno del precariato costituisce il leitmotiv del corto osservato però per mezzo di un impianto narrativo che, all’interno di una orchestrazione cinematografica nell’epoca post-moderna e futurista delle “macchine” che permettono a un uomo di sottometterne un altro, conduce lo spettatore ad avvicinarsi a questa tematica con una lente di ingrandimento deformante per coglierne un aspetto e dilatarlo fino a scorgervi nuances di grottesco.

Il cortometraggio è suddiviso in due principali sequenze narrative e momenti musicali ben distinti che costituiscono al corto una struttura bipolare e parallela evidente. La musica ha una forte rilevanza in Mr. Pinky e in generale in un cortometraggio poiché sopperisce alla brevità di una sceneggiatura che deve rinunciare a ricchi fraseggi e ariose punteggiature.

Le musiche originali di Mr. Pinky assolvono precisamente a questo compito; agiscono in maniera assolutamente connotativa e descrittiva sdoppiandosi in un duplice registro che scandisce due momenti topici: il contrasto tra la vita normale e appagante di un uomo che lavora, che ha una casa, una famiglia, un uomo che è socialmente accettato ( sequenze nelle quali ritroviamo una musica per piano) di contro all’alienazione della non persona che sta diventando Carlo nella sua evoluzione-involuzione in Mr. Pinky (sequenze nelle quali risuona un’alienante motivetto psichedelico).

In questa alternanza di contestai narrativi e di registri musicali, l’apice è sintetizzato da uno squarcio, un punto di rottura, un urlo di dolore che da umano sta facendosi ferino: <<Buttami via… via…>>. Climax e punto di non ritorno, l’urlo mette fine a un’esistenza umana dignitosa e socialmente accettata.

Il regista, facendo spesso ricorso ad una voce fuori campo, ammicca al fumetto ma, laddove nel fumetto le vignette sono arricchite da didascalie al fine di compensare la staticità delle immagini, imprimere un movimento scenico o snocciolare la vicenda narrativa, nel corto vi è forse un’eccessiva voice over che coincide con la voce narrante e che rende l’informazione altamente ridondante – a meno che la ridondanza non sia un elemento voluto e cercato al fine di enfatizzare, in chiave caricaturale, una situazione di bassezza umana: <<ero un ex marito, un ex padre, un ex lavoratore, un ex uomo>>; <<ero una macchiolina marrone …….>> – .

Credo davvero che sarebbe stato straniante ma al tempo stesso stimolante e incisivo, ascoltare di meno la voce narrante, minimizzare i dialoghi e dilatare i momenti musicali che da soli avrebbero accompagnato l’azione scandendola drammaticamente.

Mr. Pinky parla della trasformazione dell’uomo in bestia, del civile in selvaggio, del socialmente accettato in reietto. E’ una favola amara, specchio di una contemporanea e amara società. Non c’è riscatto ma a volte va così.

Jessica Carrieri

Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 19 gennaio 2009:  http://www.noituttinoi.com/?p=594



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