Gomitolo n. 12. Vuoi ballare?
Aveva il passo felpato come quello di un gatto, Leo, il mio coinquilino taciturno. Non parlavamo molto, ma ci capivamo. Il silenzio ci concedeva momenti di distillata complicità fatta di gesti e di sguardi cresciuti nella consuetudine, soprattutto a ora di cena, quando ritornavamo dal lavoro. Le sue faccende domestiche, tra il rumore dell’acqua corrente e le pentole sui fornelli, mi infondevano un senso di monotona continuità e nell’affezionarmi alle sue abitudini, io mi sentivo a casa.
Gli altri coinquilini lavoravano di notte, così finivamo per vivere la casa in un’alternanza animata ma composta. Solo di domenica, quando il ragù era già sul fuoco, ci ritrovavamo assonnati tutti quanti intorno al tavolo della cucina per chiacchierare e pianificare il ménage di convivenza, indecisi tra fare il caffè e buttare la pasta. E poi, con finta indifferenza, stordivamo la domenica pomeriggio con la lentezza dei nostri discorsi in terrazza fra le lenzuola stese al sole.
La casa era molto grande anche se vecchia in ogni suo angolo, con i pavimenti sbiaditi e le volte a stella dalle quali scendevano pesanti lampadari arricchiti da inutili pendagli di vetro colorato. Ma c’era sempre un buon odore di legno e io amavo stare in quella cornice scolorita di mobili troppo inadeguati per le nostre esigenze che con ostinata fantasia cercavamo di riadattare ai nostri usi, fino a renderli complici delle nostre vite.
Come tutte le convivenze anche la nostra scivolava via tra alti e bassi, ma ogni singolo giorno arrivava un momento perfetto. Tutte le sere, verso le undici, passavo accanto alla stanza di Leo che affacciandosi in corridoio mi chiedeva Vuoi ballare? E io, tutte le sere, anche quando ero stanca, gli rispondevo di sì.
Mentre Leo sceglieva un pezzo di jazz entravo scalza nella sua stanza illuminata dall’abat-jour sul settimino e in quella scatola domestica rivestita di carta da parati a fiori giallini ballavamo in pigiama uno di quei balli che puoi ballare anche se sei fermo, magari ondeggiando solo un po’, come nei vecchi film, facendo finta di essere davanti all’orchestra, mentre la notte romana entrava dalla finestra aperta.
Così io e Leo abbiamo ballato anno dopo anno per augurarci la buonanotte e in quel ballo ci infondevamo coraggio. Non avevamo molto in comune, ma nell’attimo esatto in cui ci abbandonavamo alla musica, la differenza di età e la distanza tra le nostre vite così diverse si assottigliavano fino a divenire una macchia perfetta su quella piccola mattonella, il palcoscenico privato di un affettuoso rituale al quale non riuscivamo a rinunciare.
Leo era il mio coinquilino silenzioso. Chissà se balla ancora di sera, mi chiedo spesso mentre giro in pigiama per la casa e oggi sulle note di Li’l Darlin’ io un po’ ci ho provato ad accennare qualche passo, ma senza di lui non è stato lo stesso.









Ah, secondo me balla sempre…
Un sogno leggero di lenzuola, pigiami scalzi e magoni.
pure secondo me balla sempre
Da quando ho chiuso i vecchi Percorsiavolteurbani non ero più passata di qui. Avevo messo questo blog fra quelli seguiti, ma, non aprendo il mio vecchio blog, non visualizzavo nemmeno i tuoi nuovi post. Che spreco!
Un bacio.
Elena baci anche a te e grazie
Un tacito accordo che si affida ad una musica, a un rituale in cui i gesti, i silenzi e le pause riempiono più delle parole, è a mio parere, un bellissimo – e duraturo – modo per volersi bene.
Si è vero Elle, è come fosse una promessa che si rinnova