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Gomitolo n. 17. Gli voltò le spalle e sparì tra i bagagli ingombranti dei turisti.

24 giugno 2014

Aveva appena attraversato la strada trafficata. Rincasava col sole per la prima volta dopo tanto tempo. Un tramonto fra le macchine in coda all’ora di punta. Eppure le sembrava bellissimo. Le lamiere piene di riflessi, le note di Last goodbye in cuffia, il telefono spento dalla mattina.

La chiave difettosa e la consueta spinta col ginocchio per aprire la porta di casa. Le scarpe all’ingresso, il fresco del pavimento, la doccia ad occhi chiusi.

Sono in stazione, ti aspetto. Ti prego vieni. Un unico messaggio in tutta la giornata. Rimase a guardare quelle parole per qualche minuto, poi decise di vestirsi.

Direzione Battistini. Le scale mobili. I piedi veloci e la testa leggera.  Sapeva dove trovarlo, il suo treno sarebbe partito da lì a poco. Lo vide attraverso una folla di turisti chiassosi che si guardava intorno e con cadenza regolare abbassava la testa sul telefono.

Lo aveva aspettato tanto, da quando il suo viso cominciava a diventare familiare e la sua voce accogliente. Aveva accettato i suoi impegni, i suoi silenzi e la sua onnipresente volubilità. Lo aveva aspettato così tanto che infine, senza accorgersene, aveva imparato a fare a meno di lui e in quel momento, a pochi passi dal suo sguardo tutto sbiadiva e diventava insapore.

Gli voltò le spalle e sparì tra i bagagli ingombranti dei turisti. La strada per il ritorno e ancora le note di Last goodbye.

Gomitolo n.16. Due bambine

24 maggio 2014
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La giornata più afosa di tutta l’estate. Gli ultimi giorni di agosto. La pelle rimane bagnata solo pochi attimi, poi si scalda in maniera insopportabile e ritorno in acqua. C’è così tanta luce che fatico a tenere gli occhi aperti per leggere o anche solo per parlare. Io e Nina, i teli sgargianti, le sigarette e la crema solare nella borsa, le nostre chiacchiere alle due del pomeriggio.

La spiaggia non permette distrazioni. Attraverso con lo sguardo tutto quel mare e poi torno sul viso arrossato della mia amica che forse dorme o forse, come me, sorveglia attenta i suoi pensieri. Mai come in questo momento i miei sono lontani dai suoi. Io alla fine e lei all’inizio di un nuovo viaggio. Cerco di sfuggire ai raggi del sole tenendo la faccia sul telo e mi intorpidisco in quella posizione fino a quasi addormentarmi. Da un cubo di pietra frangionde, a pochi metri da noi, arrivano le voci di due bambine che parlano piano, sorridono, poi tornano serie e intente. Non c’è niente di più importante in quel momento che lo smalto color azzurro acceso che si passano sulle unghie minuscole, a vicenda, con quella assorta concentrazione con cui ci si dedica alle cose veramente importanti.

Non la guardo Nina perché una ovattata distanza non ci permette ora di affidarci alla complicità che da anni ci accompagna. Non la guardo, ma sono sicura che come me sta pensando a tutte le volte che abbiamo fatto la stessa cosa. Lei è più brava di me a passare lo smalto e ha mani più curate delle mie, ma tutte le volte ci guardiamo le dita agitandole e soffiandoci sopra per ammirare il colore assurdo che abbiamo scelto mentre le nostre confidenze, soprattutto le più intime, rimangono sigillate nell’ampolla dello smalto appena messo. Sono sicura che Nina, anche ora che siamo lontane pur sdraiate a pochi centimetri l’una dall’altra, sta pensando che nonostante i nostri recenti litigi, siamo noi quelle bambine che ridono al sole contente di essere insieme lì, sempre, estate dopo estate.

Gomitolo n. 15. Estate-Roma

22 luglio 2012
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Ho male ai piedi. L’asfalto di Roma è rovente, trapassa la suola delle mie scarpe basse e mi entra nei talloni. Brucia da non poter star fermi. È una bruttissima sensazione, come una costrizione, una violenza. Odio Roma quando mi costringe a odiarla con le sue sfiancanti abitudini estive: l’orario dei bus, i negozi che a poco a poco vanno in ferie, la maledetta cicala fissa da giorni nell’unico albero nel cortile proprio sotto al mio balcone. Poi però torno a casa e dopo una doccia che cancella la strada dalla pelle, mi metto scalza e tutto sembra rallentare di nuovo. Cammino per la casa a piedi nudi e sentire il contatto con il pavimento fresco mi dà pace. Esco in balcone e fumo con le spalle appoggiate al muro. Capelli umidi e pelle non asciugata del tutto sotto la mia maglietta slabbrata preferita che arriva quasi al ginocchio e ha due buchi piccoli all’altezza della coscia destra e una macchiolina bianca di candeggina sulla manica sinistra. Poi, arriva un refolo di vento insperato e tra lo sbuffo del fumo intravedo la palla bianca che immobile se ne fotte del traffico notturno e lontano della Colombo. Abbasso la testa e guardo i miei piedi bianchi di luna sul pavimento di cotto scuro. E in quell’istante faccio pace con Roma e con un sorriso che è quasi una smorfia all’angolo destro della bocca spengo la cicca e rientro in casa pensando e pure stanotte ti sei fatta perdonare.

Gomitolo n. 14. Caffè

12 febbraio 2012

Il giallo oro dell’insegna del bar sotto casa. La pioggia che la scolora ogni inverno. Cammino sempre lentamente la mattina quando vado a bere il mio primo caffè.

Mentre la città scivola sulle strade con i fanali e i lampioni ancora accesi io la tengo a distanza con il mio passo molle e indifferente, quasi fosse l’eco di uno sciabordio che ancora non mi riguarda.

 Il caffè è il mio contagocce nero del tempo nei pochi minuti che mi separano dal rumore e dalla velocità di una giornata arrogante che pretenderà i miei muscoli e ogni mia attenzione.

Gli occhi seguono distrattamente le mani agili del barista, indugiano su qualche riflesso freddo delle suppellettili di acciaio e incrociano furtivamente gli sguardi degli avventori trafelati.

Il profumo dello zucchero sciolto, lo sbuffo del vapore, le tazzine lavate velocemente nel lavello, i passi svelti alle mie spalle, la porta che si apre e richiude continuamente, quasi lamentandosi di quel via vai mentre io resto immobile al bancone davanti a quel tondo nero che diventa il mio specchio mattutino.

La bocca alita parole ancora notturne sul bordo caldo della tazzina, indecisa tra ieri e oggi, fino l’ultimo sorso di caffè che come una sveglia improvvisa mette fine all’inconsistente resoconto quotidiano al quale mi costringo ogni mattina giocando tra emozioni incoerenti e pensieri accumulati che mi illudo di saper archiviare diligentemente nello spazio e nel tempo e che, invece, mi limito a lasciare confusi al bancone del bar dove li ritrovo intatti il giorno dopo.

Impugno forte la borsa, tiro indietro le spalle e con gambe rigide e svelte mi lascio indietro quel profumo nero che mi insegue ancora per qualche metro, giusto il tempo di ricordarmi l’aroma malinconico e ormai lontano di un altro caffè, quello che non abbiamo mai bevuto insieme.

Gomitolo n. 13. Domenica

31 luglio 2011
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Questo è il  giorno in cui inciampo sempre maldestramente.
È il giorno del caffè in terrazza, dei piedi scalzi e dei panni stesi al vento. È il giorno delle ore lente ubriache di ricordi.
È il giorno delle chiacchiere intorno a un tavolo e degli odori di cucina che entrano dalle finestre. È il giorno in cui mi fa visita il pensiero di un amore mai vissuto e cammino per le stanze aggrappata a quel “senso” di casa che un tempo lontano mi apparteneva.
È il giorno in cui la nostalgia è una brutta e comoda vestaglia indossata fino a mezzogiorno, in cui la canzone triste che sento in testa mi farà compagnia fino ai clacson delle prime luci di  domani mattina.
La domenica è quell’attimo esatto in cui scuoto la testa, faccio una doccia e  preparo il pranzo per gli ospiti: le orecchiette, gli involtini, la purea di fave con la cicoria selvatica, il sedano fresco che mi ricorda il profumo delle mani di mia nonna.
Va così di domenica. I miei ospiti che parlano il dialetto mentre io concedo qualcosa al mio languore. Non si tratta di vera tristezza, ma di seguire docilmente la direzione dell’ago di una bussola emotiva che punta costantemente a sud.
La domenica è quel giorno in cui se piove è ancora più domenica. E oggi promette pioggia.

Cara Mara

9 maggio 2011

Domani occupiamo le fabbriche e la notte ci restituisce già i primi albori, quasi volesse renderci orfani in fretta di questa attesa. Le ore ci passano in rassegna chiamandoci per nome, uno per uno, perché il momento è di quelli importanti e lo sentiamo nelle gambe che faticano a star ferme anche quando sono stanche. Lo sentiamo nello stomaco, nel suo vuoto, nell’eco di ogni parola che lo sazia. Lo sentiamo nell’aria ferrosa che nasconde la luna, nell’umidità di questo bosco che ci ha fatto da letto, nel profilo della montagna che ci ha offerto ricovero. I sensi sono accesi, i compagni qui accanto a me.
Oggi al torrente ho lavato il mio fazzoletto rosso, ci sono macchie che non vengono più via. L’ho steso al sole per farlo asciugare senza pieghe, ora è tiepido e morbido, come una carezza.
Scrivo ogni giorno sul quaderno che mi hai regalato. Scrivo soprattutto quando gli altri si addormentano anche se mi sembra che qui non dorma mai nessuno. Scrivo di come abbiamo passato questo tempo sospeso, questo tempo che è un’attesa di pace. Scrivo per ricordare ogni singolo evento che ci ha portato fino a questa notte, ogni passo fatto insieme, ogni piccolo traguardo raggiunto nel fraterno sodalizio di terra e sangue. Scrivo per ricordare quanto siamo stanchi questa notte e quanto siamo pronti a riprenderci domani la nostra città e le nostre officine.
Non mi importa di dormire, la notte è l’unico momento in cui le parole possono volare libere e attraversarci. E poi di notte posso guardare i volti dei miei compagni, essere fiero di loro, soffermarmi sulle loro smorfie e cercare conforto nei loro occhi. Lorenzo, sai, ha corso molti pericoli e le sue spalle sono diventate ricurve a forza di trasportare posta e libri e parole a cui aggrapparci. Lui e il comandante leggono spesso di notte. Siedono l’uno accanto all’altro, ci fanno un cenno e poi Lorenzo legge ad alta voce, scandendo ogni singola parola perché ci arrivi bene il suo significato.
Annoto velocemente quando Lorenzo legge i suoi poeti preferiti. Poi, come d’abitudine, si interrompe e con occhi impazienti si rivolge a ognuno di noi cercandoci con lo sguardo mentre ci dedica una delle sue riflessioni prima di chiudere il libro, lentamente, con la punta delle dita: «La parola è potente, a volte come un’arma. La parola deve schierarsi, compromettere, tagliare, ferire, lenire, mangiare, ma mai, in ogni caso, essere neutra. Se volete giudicare l’uomo, il soldato, il poeta, fatelo dalla sua parola che è come una promessa ma non giudicate mai nessuno dalle opinioni altrui, non peccate di accondiscendente superficialità perché esercitare la propria libertà significa anche questo compagni: avere e pretendere la possibilità di andare all’origine del pensiero, laddove si mischia la parola con la carne, senza filtri».
Oggi è l’ultima notte che passiamo qui, Lorenzo ci legge cose di un poeta che non conosco e trema quando legge i suoi versi. Forse trema perché sa che è l’ultima notte che legge per noi e fra qualche ora ci saluteremo. Noi lo ascoltiamo in silenzio mentre conclude la sua lettura in piedi, accompagnando la voce ferma con gesti ampi della mano, quasi a voler spingere quelle parole verso di noi:

«…e starò contro ai tristi facitori
di leggi che vi affamano;
sarà l’anima vostra che grida, rampogna e condanna;
e darò tutto il sangue in contro ai privilegi,
alle carceri orrende, alle guerre, alle stragi…
per Sol dell’avvenire…»*

Cara sposa è l’ora dei saluti. Tu mi sei accanto da quando bimbetti rubavamo le noci nel campo di sor Augusto. Ti amo da allora, ti amo da sempre perché sei una donna libera, perché sei la mia donna libera. Lorenzo rimarrà qui, è il più giovane di noi e gli abbiamo affidato i nostri saluti e i nostri oggetti. Ti porterà questa lettera e il quaderno avvolti nel mio fazzoletto. Quando lo vedrai abbraccialo, accoglilo come hai fatto con gli altri compagni.
Io tornerò per starti accanto e vivremo di nuovo insieme nella nostra terra, libera, perché ha saputo resistere. Come il nostro amore.
Ma se dovessi tardare, Mara, non disperarti. Leggi il quaderno ai nostri figli, ai nipoti e agli amici perché si conosca la nostra storia, perché si sappia che questa è la mia voce e che la mia parola è di parte come me che sono partigiano.
Ti abbraccio compagna di tutta una vita.
Giuliano

*Estratto da Meeting! in Revolverate di Giampietro Lucini.

Questo il mio contributo per Schegge di Liberazione 2011 e qui potete scaricare gratuitamente l’ebook a cura di Barabba e in collaborazione con ANPI Carpi. Tantissimi post resistenti da leggere, condividere e portare nel cuore.

Gomitolo n. 12. Vuoi ballare?

21 febbraio 2011

Aveva il passo felpato come un gatto, Leo, il mio coinquilino taciturno. Non parlavamo molto, ma ci capivamo. Il silenzio ci concedeva momenti di distillata complicità fatta di gesti e di sguardi cresciuti nella consuetudine, soprattutto a ora di cena, quando ritornavamo dal lavoro. Le sue faccende domestiche, tra il rumore dell’acqua corrente e le pentole sui fornelli, mi infondevano un senso di monotona continuità e nell’affezionarmi alle sue abitudini, io mi sentivo a casa.

Gli altri coinquilini lavoravano di notte, così finivamo per vivere la casa in un’alternanza animata ma composta. Solo la domenica, quando il ragù era già sul fuoco, ci ritrovavamo tutti quanti assonnati intorno al tavolo della cucina per chiacchierare e pianificare il ménage di convivenza, indecisi tra fare il caffè e buttare la pasta. E poi, con finta indifferenza, stordivamo la domenica pomeriggio con la lentezza  dei nostri discorsi in terrazza fra le lenzuola stese al sole.

La casa era molto grande anche se vecchia in ogni suo angolo, con i pavimenti sbiaditi e le volte a stella dalle quali scendevano pesanti lampadari arricchiti da inutili pendagli di vetro colorato.  Ma c’era sempre un buon odore di legno e io amavo stare in quella cornice scolorita di mobili troppo inadeguati per le nostre esigenze ma che, con ostinata fantasia,  cercavamo di riadattare ai nostri usi, fino a renderli complici delle nostre vite.

Come tutte le convivenze anche la nostra trascorreva tra alti e bassi, ma ogni singolo giorno arrivava un momento perfetto. Tutte le sere, verso le undici, passavo accanto alla stanza di Leo che affacciandosi in corridoio mi chiedeva Vuoi ballare?  E io, tutte le sere, anche quando ero stanca, gli rispondevo di sì.

Mentre Leo sceglieva un pezzo di jazz camminavo scalza nella sua stanza illuminata dall’abat-jour sul settimino e in quella scatola domestica, rivestita di carta da parati a fiori giallini, ballavamo in pigiama uno di quei balli che puoi ballare anche se sei fermo, magari ondeggiando solo un po’, come nei vecchi film, facendo finta di essere davanti all’orchestra, mentre la notte romana stava lì a guardare dalla finestra aperta.

Così io e Leo abbiamo ballato anno dopo anno per augurarci la buonanotte e in quel ballo ci infondevamo coraggio. Non avevamo molto in comune, ma nell’attimo esatto in cui ci abbandonavamo  alla musica, la distanza tra le nostre vite così diverse si assottigliava, fino a divenire una macchia perfetta su quella piccola mattonella, il palcoscenico privato di un affettuoso rituale al quale non riuscivamo a rinunciare.

Leo era il mio coinquilino silenzioso. Chissà se balla ancora di sera, mi chiedo spesso mentre giro in pigiama per la casa e oggi, sulle note di Li’l Darlin’ , io un po’ ci ho provato ad accennare qualche passo, ma senza di lui non è stato lo stesso.

Seicento chilometri a Natale

24 dicembre 2010

Torcevo il collo in maniera impercettibile spingendo lo sguardo verso il lato del conducente per controllare di continuo l’orologio digitale sul cruscotto, il contachilometri e l’indicatore di velocità. E in quell’allineamento di numeri che variavano di poche unità ogni volta che spegnevo una sigaretta, mi perdevo in un torpore tiepido e sordo che lasciava fuori il mio amico che guidava ormai da ore. Così, perché Luca mi sentisse presente, aprivo con cadenza regolare il finestrino e facevo entrare l’aria gelida di quel dicembre infinito e presuntuosamente piovoso.

Luca passò a prendermi quel pomeriggio della vigilia di Natale, verso le cinque. Ero preoccupata e dispiaciuta per non aver pensato, anche solo per un momento, a quella eventualità. Doveva nascere all’inizio del nuovo anno e, invece, Elena mi chiamò dopo pranzo per dirmi che aveva le contrazioni e andava in ospedale.

Attraversammo diversi paesi prima di imboccare l’autostrada. Tutti accesi di luminarie di ogni sorta, brulicanti di passi svelti, affollati di bocche rumorose e scoppiettanti come pop corn in un tegame bollente. Sprofondata nel sedile sorridevo davanti a quel paesano balletto scomposto nel quale riconoscevo le timide aspettative e le speranze, camuffate da istituzionale eccitazione prenatalizia, che siamo soliti affidare agli ultimi giorni dell’anno. Mi sorprendevo ogni volta nel constatare quanta gente a Natale affollasse i paesi del sud nei quali anche io ritornavo, in fondo, per prendere parte al clima festoso e familiare della mia terra che profumava di buono in ogni suo vicolo fra vapori di olio fritto e zucchero sciolto dei dolci tradizionali.

Arrivammo in ospedale alle undici passate. Era già nato.

La stanza di Elena era calda e Il suo viso nascosto dal camice del medico che la stava visitando. Sentivo il suo profumo. Lentamente si spostò verso un lato del letto e ci guardammo. Aveva gli occhi gonfi e lucidi, era visibilmente stanca, ma tranquilla. Mi sorrise e io finalmente mi rilassai cercando di rimanere dritta sulle gambe che un po’ cedevano. La vidi farsi concava e allargare le braccia  mentre l’infermiera ci passava accanto con suo figlio in braccio. E poi divennero una cosa sola, morbida e calda, mentre, incuranti degli astanti, si abbandonavano l’uno all’altra quasi addormentandosi.

Elena e Francesco riempivano tutta la stanza, completamente. Incorporea, come se avessi ingoiato una nuvola di euforia che non mi faceva quasi toccar terra, spinsi piano Luca verso la porta. I nostri abbracci potevano aspettare. Era più importante per loro vivere da soli quel momento esatto in cui si erano trovati, ormai, per tutta la vita. Elena lo aveva atteso, voluto, amato da subito, anche quando il suo compagno l’aveva lasciata molti mesi prima. Elena, caparbia, che aveva lavorato fino all’ultimo momento per ingannare l’attesa e non farsi fagocitare dall’ansia, dalle mancanze e dalla solitudine. Elena che bastava a se stessa anche se condivideva tutto con me. Elena, la mia amica, che era diventata mamma e lo sarebbe stata per sempre.

Guardavo gli occhi umidi del mio amico sempre composto e mi sentivo felice. Sedemmo su una panchina a bere cioccolata calda e merendine del distributore automatico. E mentre le nostre chiacchiere in dialetto e le nostre risate riempivano quel corridoio vuoto, mi resi conto che noi assegniamo quasi sempre al Natale una dimensione temporale, più o meno consapevolmente.

Ma in quell’ospedale non abitato dal tempo dove la mezzanotte era passata senza regali, fuochi di artificio o laute cene in compagnia, per la prima volta, pensai al Natale come a uno spazio.  Anzi, forse aveva a che fare con qualcosa di simile alla geometria: la circonferenza di un abbraccio, le pareti quadrate di una stanza asettica, una strada asfaltata che, come una linea immaginaria, unisce i punti della nostra più esposta emotività disegnando la mappa di una memoria affettiva. Proprio come quel nostro Natale che, cominciato da una indicazione stradale, era la proiezione di una direzione, il risultato di uno spostamento nello spazio, dal sud al nord, lungo seicento chilometri.

Buon viaggio o, se preferite, buon Natale.

Questo è il mio piccolo contributo per il PslA (Post sotto l’albero), una bellissima raccolta di scritti e immagini sul tema del Natale che ogni anno il Sir impacchetta e ci regala.

Scaricatelo, leggetelo e regalatelo perché ha un buon profumo.

Scarica qui il Psla 2010

Gomitolo n. 11. Taglia e incolla

10 novembre 2010

Quando ero bambina ritagliavo i ricordi degli altri e me li cucivo addosso.

Un lavoro di ricerca e selezione sapiente, laborioso, per niente sminuito dalle capacità dell’età infantile, a cui mi dedicavo quando a casa si tiravano fuori le lise fotografie in bianco e nero,  indurite e sbiadite, dei parenti dai nomi curiosi e dalle fogge improbabili.

Ritratti di uomini con la brillantina in posa sorniona e di donne esili con i capelli tirati in crocchie severe. E poi le foto di famiglia, quelle in cui i maschi sono in piedi e le femmine sedute e braccia conserte e schiene ritte. Fotografie mute, strozzate dal tempo, eppure a me sembravano raccontare quando col naso affondavo nella scatola che sapeva di canfora e respiravo quel giallo antico.

La ricerca e selezione dei ricordi proseguiva quando andavo a fare visita ai miei bisnonni.

Il papà di nonna viveva in una casa antica che profumava di cedro e lavanda, con mobili di legno intarsiato, divani di velluto fiorato e tende in macramè. Tuttavia, l’oggetto che attraeva sempre la mia attenzione era un vecchio grammofono che non mi era permesso toccare e così, mentre bevevamo l’aranciata fatta in casa, chiedevo insistentemente al bisnonno di farlo suonare perché mi piacevano tanto le note annunciate dallo sfrigolio dell’usura. Questo mio bisnonno era alto, canuto e sempre vestito come fosse domenica e, senza che glielo chiedessi, mi raccontava di quando portava in giro la famiglia col piccolo calesse e di quanto amasse i cavalli e cavalcare. Parlava con me ma non mi guardava, quasi mai.

Il salotto dell’altro bisnonno, papà di nonno, che chiamavo Tata, profumava invece di origano e, quando andavo nella sua casa senza soprammobili, mi preparava due friselle con i pomodori rossi. Anche Nonnotata aveva tante cose da raccontarmi; i suoi ricordi erano più vivaci e allegri dell’altro nonno e tristi allo stesso momento. Magrissimo, rugoso e piccolo, si appoggiava a un bastone che faceva roteare come Charlot per farmi ridere; mi parlava di quando in famiglia il companatico era un lusso e mimava con l’accento e le movenze i soldati tedeschi, anche se quando ero piccola mica lo sapevo chi erano i tedeschi, ma pensavo fossero persone con un po’ di tic da come il Tata me li raccontava. E a 4 anni mi aveva insegnato Bella Ciao.

Poi andavo a casa e le storie si confondevano sotto il cuscino prima di addormentarmi.  Si accavallavano nomi e racconti mentre stabilivo, tra il sonno e la veglia, relazioni inesistenti fra volti ritratti nelle foto e persone di cui avevo sentito parlare.

Alla domenica, poi, quando ci si ritrovava con i cuginetti per il pranzo in campagna dai nonni, tiravo fuori le mie storie, al pomeriggio presto, mentre i grandi riposavano. E, dal momento che ero la più grande, mi divertivo proprio tanto a tenere quella piccola folla in balia della mia più sfrenata fantasia.

E inventando e raccontando, vantavo di conoscere la storia della cugina Marta, donna bellissima, che era andata a vivere in America perché un uomo molto ricco la aveva chiesta in sposa. Del prozio Alfredo che era diventato dottore e di Filippo che dopo aver litigato col padre  se ne era andato in giro per il mondo a suonare il sassofono.

Una volta però passai il limite e raccontai a un mio cuginetto che il suo papà non era il marito di sua mamma, ma che, in realtà, il suo vero papà era Lorenzo, un altro zio alla lontana, che se era andato ad abitare in Australia quando lui era appena nato e che ne ero sicura perché avevo visto le foto in cui lo teneva in braccio ed erano “uguali uguali”.

Me ne pentii subito dopo anche se non lo feci con cattiveria; di quel giorno ricordo bene  il pianto a dirotto di mio cugino e il rumore degli zoccoli di mia nonna che si avvicinavano velocemente e lei che mi rincorreva con un cucchiaio di legno mentre scalza affondavo con i piedi nella terra rossa bollente delle due del pomeriggio, inseguita dalle galline, in libera uscita a quell’ora.

Le presi per colpa del cuginetto piagnone ma non smisi di raccontare storie, anche se, da quel giorno, lasciai perdere l’albero genealogico di famiglia.

Di lì a poco un’amica di famiglia mi regalò il primo libro. Lo lessi tutto, velocemente e in affanno.

Mi disse che dalla lettura non si tornava più indietro e anche se ero piccola io capii cosa voleva dire. Da quel momento i libri mi avrebbero permesso di prendere in prestito parole, tante, tutte diverse, rimestarle per inventare nuove storie.

E da allora è stato così.

Gomitolo n. 10. La sedia a dondolo

18 settembre 2010

Ci guardammo per l’ultima volta attraverso il vetro graffiato della metropolitana.

Non ci furono altre parole fino a un sabato mattina di dodici anni dopo.

Risposi al telefono fiaccamente mentre cercavo di distanziarmi dal sonno sfuggendo alle coperte, con gli occhi ancora chiusi e le mani molli.

Mi arrivavano parole avvolte nel cellophane e faticavo a capirne il senso, ma più quella voce si faceva nitida, più la stanza riacquistava tutti i colori del giorno.

Avevamo condiviso un rapporto denso e spudoratamente simbolico: il primo amore, per entrambi. Eravamo cresciuti dentro un sentimento che ci modellava ogni giorno, che ci scopriva sempre in attesa e desiderosi di appellarci con forte slancio al non ancora vissuto.

Era in città e sarebbe passato per un saluto.

Un’ora prima dell’appuntamento ero pronta. Mi ero truccata lentamente in una di quelle giornate in cui il colore si stende pieno sulla pelle riposata, i capelli prendono docilmente la piega sotto i gesti addestrati dalla consuetudine e hai un nuovo paio di scarpe mai ancora indossato.

La caffettiera era già pronta sul fornello e, dopo la seconda sigaretta spenta a metà nel posacenere smaltato di rosso, io avevo il ghiaccio nel sangue.

Mi misi seduta sulla vecchia sedia a dondolo, ampia e accogliente, un po’ una cuccia un po’ capriccio. Mi dondolavo con le gambe stese e guardavo le mie scarpe nuove: belle, lucide, alte. Mi stringevano. Le sfilai.

Non c’entravano niente quelle scarpe con noi. I nostri piedi erano spesso nudi nelle lunghe passeggiate sulla sabbia e sull’erba, sui pavimenti freschi d’estate, nei viaggi in cui non smetti mai di camminare perché cerchi di catturare con gli occhi il più possibile.

Avevo il respiro spezzato da una appuntita agitazione per il timore di incontrare me stessa a vent’anni e misurare la distanza che mi separava da giorni che profumavano di università, di treno e di baci rubati. Mi contorcevo nella pavida euforia di riappropriarmi di sensazioni dimenticate. Si trattava di me. Non di noi. Non di lui.

Avevo riposto il ricordo del nostro amore in un cofanetto prezioso in fondo a un cassetto, quasi fosse una collana di perle. Ci eravamo allontanati in silenzio perché non avevamo più parole da mettere fra di noi, eppure il mio corpo, preso alla sprovvista quel sabato mattina, non riusciva contenere tutti insieme i ricordi di tanta vita. Avrei dovuto indossare la collana di perle e avevo paura di sentirmela addosso.

Raccolsi le ginocchia al petto e strinsi le gambe fra le braccia. Fra il dondolio e la musica mi addormentai.

Il citofono, petulante come un allarme metallico, mi fece sobbalzare interrompendo definitivamente quel tempo sospeso.

Mi alzai in fretta, non misi le scarpe, lo specchio dell’ingresso mi rifletteva spettinata, con il trucco un po’ sbiadito e gli occhi arrossati.

Dietro la porta il suo sorriso. E io smisi di respirare.

Gomitolo n. 9. La finestra dell’indiano

19 agosto 2010

Abito in un palazzo popoloso. Un quadrato con finestre quadrate e un verde quadrato al centro:  un cortile curato sul quale si affacciano le strette cucine romane a forma di elle dei pesanti appartamenti dalle mura spesse. E’ un palazzo del “ventennio” in cui tutto è troppo alto: l’androne, le scale, i soffitti, con la conseguenza che, a volte, mi dà l’idea di essere abitato da persone troppo piccole.

La tapparella della finestra della cucina è l’unica di tutta la casa che non abbasso mai. Nelle altre stanze inseguo l’intimità proteggendola dietro gli scuri e le penombre. Tutta la mia cucina, invece, è una finestra sul cortile.

Quando la sera torno a casa mi soffermo a guardare lo smog che si scioglie nel lavandino e con fare risoluto affogo i rumori cittadini sotto la doccia, lego i capelli in una coda alta e mi affaccio a piedi nudi alla finestra della cucina.

Guardo in faccia gli alberi del cortile e, quando nelle case si accendono le luci, riesco a cogliere quei gesti intimi delle consuetudini domestiche. Quel trafficare fra pentole e fornelli diviene familiare, sera dopo sera: il bicchiere che cade frantumandosi, il bambino che piange perché non vuole mangiare, la televisione dei nonni con il volume troppo alto e gli schiamazzi degli studenti fuori corso. Respiro qualche minuto tra le foglie degli alberi e mi impregno delle voci che salgono piano dalle case insieme agli odori della cena.

Vivere da solo ti porta inevitabilmente a stabilire un rapporto stretto con la casa che impari a conoscere in ogni suo più insignificante gorgoglio, forse perché non è coperto dalle voci dei genitori, del marito, dei bambini o dei coinquilini. E La casa, docilmente, asseconda le tue abitudini, risponde ai richiami, accoglie i tuoi orari sregolati, culla la tua malinconia ed essa stessa diviene la forma concava e convessa della solitudine, un po’ come la grande città che accoglie e respinge, ti annette e ti isola ad un tempo.

Cucinare e apparecchiare in cucina, lentamente, mi dà il tempo di chiudere con la giornata appena trascorsa e ritornare a me.  Con la musica in sottofondo mi siedo a tavola di fronte alla finestra e sorseggio un po’ di vino prima di cominciare a mangiare.

E’ in uno di questi momenti che l’ho rivisto il ragazzo indiano dai lunghissimi capelli neri che lavora nella frutteria sotto casa. Seduto, con i gomiti sul tavolo, guardava pensieroso il suo piatto. E’ solo da qualche giorno che mi sono accorta della sua presenza dall’altro lato del cortile, non so da quanto abiti  lì.

Per una settimana abbiamo cenato alla stessa ora. Quella sera però era più tardi del solito, non c’era la luna e cominciava a far freddo ma non ho chiuso la finestra. Ho mangiato senza fretta mentre il cellulare nell’altra stanza squillava incessantemente. Sembravamo due invitati ad una cena che siedono allo stesso tavolo pur non conoscendosi. Poi, d’improvviso, si è alzato ed è sparito; dopo qualche minuto è ritornato sostenendo una donna con un pancione enorme che faceva fatica a tenersi in piedi. La sorreggeva per la vita mentre le faceva bere un bicchiere d’acqua. Poi sono andati via, lentamente, nel buio. Il ragazzo è tornato a tavola con aria preoccupata, ha mangiato svogliatamente mentre io avevo già finito. Per un attimo i nostri sguardi si sono incontrati e allora mi sono alzata ma non ho sparecchiato, ho lasciato la luce accesa  in cucina e sono andata in un’altra stanza, seguita dal suo sguardo un po’ triste.

Nelle sere successive la luce della finestra dell’indiano è rimasta spenta. Qualche giorno dopo sono entrata nella sua frutteria e, prima di andar via, mentre mi passava la busta con la spesa gli ho chiesto: <<Come sta la signora?>>.  Lui ha alzato lo sguardo e il suo viso è diventato tutto un sorriso. Mi ha risposto emozionato: << Ora bene, è nato Kamir, il nostro bambino>>. Ho  sorriso anche io abbassando lo sguardo e gli ho fatto gli auguri mentre andavo via.

Dopo circa dieci giorni la finestra dell’indiano si è illuminata di nuovo. Io ero con il mio bicchiere di vino, lui con il piccolo in braccio che cullava con vigore nel tentativo di sedarne il pianto. La sua tavola era apparecchiata, il piatto ancora intonso.  Mi è venuto da sorridere pensando che le nostre cene tête à tête, oramai, erano terminate. Lui mi ha sorriso dall’altro lato del cortile. Mi sono alzata e ho sparecchiato, ho lasciato la luce accesa in cucina. Sono ritornata per spegnerla, come ogni sera,  prima di andare a letto.

Passeggiata n. 2: Ernst Ludwig Kirchner

8 agosto 2010

(Continua la collaborazione tra me e Alessandro sul tema dell’arte. Il dialogo fra due lettere puntate si svolge, questa volta, a Düsseldorf)

Ernst Ludwig Kirchner, Two Women in the Street, 1914

22 Agosto 2007, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

(Caldo, ressa di turisti, guida in lingua tedesca)

J. Ascolto questa lingua robusta e invadente che si dilata, amplificandosi, nelle stanze dai soffitti così alti. E mi prende alla gola, quasi mi soffoca, insieme ai turisti che si accalcano intorno alla guida tedesca dalla voce stridula.

A. È un effetto strano, sì, come se intorno ai dipinti avessero messo un’ulteriore cornice. Una cornice vagolante, ma densa e opaca come una nube che annulli le distanze tra i visitatori nascondendo gli uni agli altri. È una voce che sembra dare un prolungato allarme: non si sa contro cosa e non si sa per salvare chi. E in questa incertezza ci chiude nel suo cerchio. Ci mette le mani sul collo, come le opere di Kirchner in questa stanza.

J. Il colore denso e il tratteggio pesante di questa tela sono asfissianti; il verde striato di nuances acide ricopre e svela, a un tempo, una città notturna e i suoi abitanti. I corpi appaiono irrigiditi per l’effetto del taglio sbieco delle forme geometriche in cui Kirchner li costringe. Non vi è nessuna concessione alla rotondità, alla sinuosità e alla morbidezza neanche per il corpo della donna che diventa sferzante e tagliente, privo di ogni rassicurante amenità. Le curve si allungano distorcendosi fino a diventare linee irregolari e pungenti. I personaggi sono congelati in una posa, in un’attitudine metropolitana consueta, a metà tra l’indifferenza e la perseverante solitudine. I volti sono indecifrabili come il legame di questi uomini con la città, nei vicoli della quale si stagliano come figure senza carne né sangue.

A. È la folla meccanica e sghemba di cui scrive Baudelaire, costretta in gesti ripetitivi e che manifestano un costante disturbo, pur nel conforto delle azioni infinitamente uguali a se stesse. Gli unici elementi di morbido calore nel quadro sono le frivole piume dei cappelli e lo sguardo scambiato dalle due donne in primo piano. Ma, se osservi meglio, ti accorgi che anche quello sguardo possiede qualcosa di meccanico e stereotipato: è un vile e umidiccio rapporto di dominazione quello tra la donna di statura minore e la più slanciata. Uno sguardo fragile che ricerca rassicurazioni e uno sguardo di vitrea supponenza. Quello che sembra un legame è solo gerarchia, una replicazione della medesima gerarchia che intercorre tra i personaggi di primo piano e quelli di sfondo: anche in un ipotetico contatto umano, attraverso la grande e liquida umanità degli occhi, non c’è salvezza. Solo distanza.

J. Gli abiti e gli accessori che riflettono, nel dettaglio, la moda dell’epoca acuiscono la sensazione di livido languore che proviene da una città imbellettata ma ammalata. Il trionfo dell’apparenza ma anche del mascheramento. I volti sono impenetrabili  sotto i pesanti cappelli, l’espressività umana è ridotta a un’ombra. Ognuno procede sulla sua strada, anonimamente. Gli uomini e le donne di Kirchner sono manichini che sfilano nella notte rigida, escono da un fumoso locale notturno o adescano clienti sotto la luce artificiale di un lampione.

A. Mi incuriosisce quella porta sulla sfondo. Ci sono due soglie nel quadro. Una è quella porta, che divide il dipinto da ciò che è esterno al dipinto e, al tempo stesso, erige nella mente dello spettatore l’ambiente sordido da cui provengono le due figure sullo sfondo; l’altra soglia è data dallo iato – generato dalla prospettiva – che si crea tra i due gruppi di personaggi. I due sullo sfondo hanno la fretta del consumo, uscendo da quel locale immaginario e immaginato; nelle due donne in primo piano il consumo è invece quello dei corpi, metaforico ma anche fisico, perché è come se con la loro presenza sulla tela consumassero e annullassero i corpi delle figure poste sullo sfondo. Consumo, consunzione, degradazione. Questo dipinto ha un potente impianto unitario che non lascia scampo alla vista.

J. La porta sullo sfondo mi fa pensare a un punto di fuga, a una sosta obbligata per lo sguardo dello spettatore e a un ricovero cercato dai personaggi, quasi una speranza di umana condivisione ma, allo stesso tempo, una indulgenza alla disperazione. E’ una promessa non mantenuta, un inganno, una trappola cittadina, una prigione che relega e divide ogni essere umano, lasciandolo alla fine da solo in balia degli incubi silenziosi che evaporano lungo le strade notturne gelide di bruma.

A. Essere in due, come le due figure in primo piano, è possibile ma al costo di accettare il compromesso dell’automatismo nella vicinanza, sembra dire Kirchner, al costo di far finta che la ripetizione della azioni non corrisponda alla genericità della comunanza umana e che la società non sia una sorta di lingua costituita da sparute parole fredde e dure. Forse l’ossessione di Kirchner è proprio in questo guardare con occhi spalancati la comunanza umana, l’affollarsi di corpi e vite e città furiose, e nel ritrarsi immediatamente dopo con la certezza di non avere nulla tra le mani. È possibile che in ciò si trovi l’origine della ripetitività ostentata da Kirchner nelle opere di questo periodo: è come se ad ogni dipinto il suo sguardo ritornasse vergine, per eccesso e saturazione del sentire, e ricominciassero a comparire sulla tela linee sghembe, colori velenosi, figure incerte.

J. I fantasmi screziati delle tele di Kirchner si dileguano nella notte di Düsseldorf come suoni in lontananza mentre, lentamente, ci avviamo all’uscita della mostra. Rimangono sospese nell’aria le sue parole che ci accompagnano sulla via del ritorno: “Se ci fosse qualcuno. Qualcuno. Almeno uno. Almeno. Per camminare insieme, per parlare insieme, per giocare insieme. Se non si fosse soli, così soli. Se non si fosse i soli a morire in questa città. Se ci fosse qualcuno, uno almeno, almeno un altro. Per avere meno paura. Per avere paura insieme”.

Passeggiata n. 1: Edward Hopper

25 luglio 2010

(Io e Alessandro inauguriamo una giocosa collaborazione sul tema dell’arte. Chiacchiere in forma di dialogo durante visite virtuali nei musei, come due turisti o due amici che si ritrovano a commentare e a scambiarsi opinioni sui quadri che catturano la loro attenzione)

Edward Hopper, Chair car, 1965 (collezione coniugi Pal)

25 dicembre 2009, Palazzo Reale – Milano

(L’euforia triste della festa all’ora di pranzo, qualche turista, una panca e Hopper)

J. Che ora è?

A. Sono le 13:15. La mostra l’abbiamo girata tutta. C’è però un dipinto, di cui fino ad oggi ignoravo l’esistenza, che non riesco a togliermi dalla testa. Torniamo nella stanza 5. Guardiamolo di nuovo.

J. Lo senti quanto stride questo quadro muto? E’ afono, quasi soffocato da un pennello intinto nella pesante solitudine del quotidiano. Vi trovi la solitudine e, poi, la solitudine di chi guarda la solitudine altrui. E ci siamo noi, seduti, come i viaggiatori ritratti da Hopper, che sorvegliamo la solitudine dei loro volti e alla fine ci anneghiamo dentro.

A. Siamo come quella luce breve ma meticolosa che colpisce il centro del dipinto. Una luce che divide implacabilmente le persone nel quadro e dividendole le fa sentire, paradossalmente, a casa: ognuna di esse distratta dal suo vizio prediletto. La solitudine deve essere questo dividere e rasserenare, al tempo stesso. Anche osservare, sbirciare, decifrare la solitudine altrui offre un impavido calore allo sguardo: l’occhio dello spettatore viene prima allontanato e ripartito, poi riavvicinato da quella luce dalle spesse geometrie ma, a suo modo, tagliente.

J. In questo dipinto la solitudine ha il colore del sole, è stretta come le pareti di un  treno e squadrata come i rettangoli dorati che una luce solida proietta attraverso i finestrini della carrozza. Tu di che colore avresti dipinto la solitudine?

A. Non riesco a legare la solitudine a dei colori specifici o all’idea, generica, di colore. Se penso alla solitudine penso alla cornice di un quadro, alla mosca che passa vicino a una tela e ci proietta sopra l’ombra per il baluginare di un secondo, al pittore che si allontana dal quadro quando questo è terminato e se ne sente orfano. Perché il colore che troviamo dipinto è una scelta, l’incontro di qualcuno con la materia e lo sposalizio fragile di questa con un’idea: nella solitudine ci si trova gettati su una scelta già avvenuta. Ecco, forse un plumbeo e denso grigio, raggrumato sulla tela come un edificio privo di ombre, può farmi venire in mente quell’aspetto precipuo della solitudine che è l’abbandono.

J. E’ un brillore fioco che riposa tra le ciglia la solitudine e diventa, poi, polvere diffusa che si sedimenta sotto lo sguardo altrui. E’ la luce di questo quadro, costretta in forme nette, distinte, definite. Rigida e contratta come il collo della viaggiatrice che si torce per sbirciare e muta come una porta senza pomello. E’ il riverbero verdognolo dell’intimità, il barbaglio affievolito dall’avanzare della notte.

A. Sì. Hai fatto caso come, nel quadro, l’unico personaggio della “scena teatrale” che desti interesse negli altri stia semplicemente leggendo? Come se per Hopper l’unica attività umana degna di attenzione, almeno durante questa tipica solitudine pubblica, sia una chiusura in se stessi che sia anche un’apertura verso un mondo narrato da altri. Tutti gli altri personaggi hanno atteggiamenti in apparenza più liberi (sguardi vaganti, posture disinvolte) ma, in fondo, sono rinchiusi in una solitudine senza mondi da esplorare: la lettrice è rigida e ferma ma richiama tutta l’attenzione sulla scena. Ci sono spazi liberi e aperti nella sua rigidezza.

J. La fissità momentanea e vibrante della lettrice è determinata dall’attesa, potrebbe essere la protagonista di un film e questa essere l’inquadratura iniziale della scena di un lungo viaggio. Un fotogramma silenzioso, una sospensione, un anfratto di solitudine prima di respirare di nuovo la vita, fuori dalla scatola che scivola silenziosamente sui binari. Lei ne è consapevole e si attarda tra le parole, prima di abbandonarsi con tutta se stessa alla promessa di un abbraccio desiderato.

Che silenzio, sembra non ci sia più nessuno. Si deve essere fatto tardi, che ora è?

A. Ah. Sono passati già venti minuti da quando siamo ritornati a guardare il quadro. Non me ne ero neanche accorto.

J. Ho fame, andiamo a rimediare il pranzo di Natale?

______________________________

Forse io non sono molto umano.
Tutto quello che volevo fare era dipingere
la luce del sole sul lato di una casa.
Edward Hopper

Gomitolo n. 8. La lavatrice

28 giugno 2010

Giro intorno, mi allontano e torno sempre a quel pensiero.

Cammino sui tacchi rumorosamente per richiamarmi all’ordine e sento i tuoi passi che mi corrono dietro.  Allora esco, prendo il sole in faccia, mi lascio schiaffeggiare dall’aria tiepida di una terrazza primaverile e i tuoi occhi mi pungono le spalle. Ti lavo strofinando forte le mani sotto l’acqua e ti vedo allo specchio nella fronte corrugata.

Rido, ritorno a me. Non oppongo più resistenza. Ti accolgo ovunque tu abbia fatto il nido: sotto le unghie, dentro i capelli, in una piega del collo, in un capriccio della mia vanità o nello sbuffo di fumo della mia sigaretta.

Costringo il tempo a inseguirmi ora che va più lento di me e a sera ti sento pesante nelle gambe e sulle palpebre impolverate.

Dietro le imposte accostate mi spoglio della giornata e ti abbandono fiaccamente a terra insieme ai vestiti.

Poi li raccolgo con cura e li metto a lavare. Faccio una doccia così bollente che fa quasi male e finalmente ti addormenti nella centrifuga rumorosa ora che sei solo uno dei tanti pensieri che girano vorticosamente nell’oblò della lavatrice alla quale ho affittato l’anima per un paio d’ore.

 

Gomitolo n. 7. Ragnatela di sale

16 giugno 2010


E poi prendo un treno e il mare torna a essere un amico di penna. Non ne sento più l’odore e non posso abbracciarlo. Posso solo scrivergli, rivolgergli un pensiero ogni tanto, ma non dormirci insieme.

Man mano che passano i giorni finisco col dimenticare perché quel mare mi bagna sotto la pelle, oltre la carne, fino alle ossa.

Finché sono sul treno, però, ho ancora spazio per ricordare l’ultimo incontro insperato, frugale come si conviene a un rendez-vous di amanti lontani e perduti.

Il mio saluto l’ho bisbigliato, a labbra strette, per non amplificare il languore per la futura distanza proprio quando il sole si è abbassato, chinandosi lentamente, sulla linea marina.

E in quella immobilità rarefatta, mentre i piedi, affondati nella sabbia ormai fresca e umida, ricercavano l’eco del calore del giorno appena trascorso, come ogni volta, ho sentito di appartenergli di nuovo.

Prima di sollevarmi e dargli le spalle ho cercato le tracce del nostro amplesso salato sulle mani, sulle braccia e sulle gambe e ho ritrovato l’altra mia pelle, quella di salsedine e cristalli.

Il mare brucia, asciuga e tira per ricordarmi che sono una prigioniera libera avvolta in una sottile ragnatela di sale che è un sigillo amoroso, quasi una rete di protezione fatta di bianche ed effimere catene.

E sul treno che corre lontano dal mare, mentre i binari si sciolgono di sole, mi stringo le mani e sogno di non lavare mai la ragnatela di sale perché è da sempre la mia seconda pelle, quella più vecchia, quella che resiste e perché senza sale addosso, a volte, sento di non appartenere a nessun luogo.

(Ho scattato questa fotografia mentre il treno scivolava velocemente tra le campagne nell’afoso pomeriggio del viaggio di ritorno e, quasi per gioco, ho avvicinato l’obiettivo al vetro e ho fatto qualche scatto senza inquadrare niente poiché niente si vedeva. Quando ho rivisto le foto, con mia sorpresa, ho trovato l’immagine di questa costruzione derelitta ma fiorita in ogni sua crepa.  Mi è sembrato simbolico e l’ho tenuta)

Gomitolo n. 6. Era di maggio

30 maggio 2010

Maggio è sempre stato il mese che per me simboleggia la vita. Un mese di profumi rampicanti e di affetti rinnovati. Simbolicamente salvifico, da quando ne ho memoria. E’ il mese in cui la luce è più chiara, la pelle sente di più e ti cresce come un germoglio dentro.

Maggio mi veste e mi spoglia ad un tempo.

E’ un po’ come l’alba per me.

Forse perché vi cade il mio genetliaco, forse perché mi sono scoperta donna a maggio o, forse, perché ho amato per la prima volta a maggio. Le parole non riescono a star dietro alle sensazioni: è come se delle minuscole contrazioni e delle improvvise onde di un mare remoto mi spingessero a ridefinirmi.

Io amo sempre un po’ di più a maggio.

Anche questo maggio è arrivato e mi ha portato un disegno col volto di un uomo lontano, i contorni di una persona sconosciuta ma dal cuore familiare. Un nuovo amico è il maggio di questo anno, una primizia da accogliere nei pensieri ogni qualvolta vorrà condividere un poco di sé.

Ci leggiamo. Ha parole che a me mancano. Lo sento che vive aderendo generosamente alle pieghe di una vita concreta, pieghe nelle quali spesse volte dormo scomoda. La sua sintassi esprime un forte senso di “appartenenza” e per questo mi è cara la sua penna.

Gli ho stretto la mano perché è diverso da me. Abita dall’altro lato della luna, quello che non vedo mai ma so che esiste nello stesso cielo che anche lui guarda prima di andare a dormire.

Quello stesso cielo a cui affidiamo i nostri desideri e i nostri affetti, ognuno dall’albergo sperduto della sua anima.

Era di maggio, il trentaseiesimo maggio, il nuovo fiore del mio giardino


*Fotografia di matteoneone

Gomitolo n. 4. All’amico di sempre

4 maggio 2010

Mi sei caro e saperti felice stempera il languore di questo non vedersi.

Tra poco sarà il tempo delle more nella nostra terra amara. Ti ricordi le more? I nostri piedi che camminavano nella terra rossa stufa del sole. Il caldo secco e prepotente, il canto imperituro delle cicale. Le nostre parole sciolte nell’afa pomeridiana e l’ombra del grande ulivo che ci faceva chiudere gli occhi. Poi, ancora, passi sfocati e parole rotolate nel cesto di vimini sempre più rosso di more fino a che i nostri capelli non odoravano di albero e le nostre mani di zucchero sciolto. E i grilli che ci accompagnavano sulla strada del ritorno. In quegli odori che ci riportavamo a casa insieme alle more tu diventavi mio fratello.

Ora cammini verso il tuo sogno, lontano da me, ma, non temere, ripercorreremo presto il sentiero che tante volte ci ha fatto incontrare. Io ci provo, provaci anche tu in spregio alla nostalgia, perché il solo provarci ci proietta su un altro livello, quello che amorevolmente ci restituisce intensità, passione e naturale esaltazione della gioia.

Pensami vicino a te, sempre.

Jessica

Scacco alla luna

2 maggio 2010

Tu e la luna siete amici. A volte vi rincorrete. Spesso vi spalleggiate. E, come gli amici, finite per somigliarvi, giorno dopo giorno.

Mi sorprendi come la luna che si lava il viso di bruma e ritorna bianca bambina.

Sei indiscreto come la luna che rischiara, senza pudore, i pensieri addormentati all’ombra del mio gomito.

Elegante sei come la luna che mostra le sue leggere movenze per insegnarmi a danzare.

Forti come luna sono le tue mani ora che stringono il mio collo, tanto che smetto di respirare perché tu sciolga nel calore delle dita il mio battito che spinge dalle vene.

Mi fai rabbia come la luna impassibile che occhieggia eternamente solida e serena.

E io, che come la luna sono capricciosa,  la luna l’ho mangiata per tenerti prigioniero nella mia pancia riflesso nel suo tondo specchio pallido.

Almeno fino alla prossima luna.


*Fotografia di matteoneone

In aprile nacque Giacomo dall’ebook “Schegge di Liberazione”

25 aprile 2010

Erano passati oramai molti mesi da quando Maria aveva scoperto di essere incinta. Fu un giorno di festa nella casa in cima alla collina che in primavera diventava tutta un prato di camomilla in fiore. La casa distava qualche chilometro dal paese ed era isolata dalle altre abitazioni sparse a gruppetti per la vallata.

Venti anni e occhi limpidi Maria. Pelle bruna e mani ruvide Francesco. Si erano sposati in primavera. Un anno prima.

Era stata una gravidanza complicata che l’aveva costretta a letto per mesi, in assoluto riposo. Francesco la baciava all’alba prima di andare a lavorare nei campi e, al tramonto, ritornava con un cesto di pane, uova o formaggio, a seconda dei giorni. Per il resto, il piccolo orto che curavano insieme dava sempre frutta e verdura a sufficienza. Vivevano di terra in un tempo scandito dalla semina e dal raccolto.

Dal letto, di fronte alla finestra, Maria poteva scorgere il prato di fiori di camomilla, il profilo delle colline, il sole. Francesco le aveva portato delle matite carboncino insieme a fogli un po’ stropicciati, che un professore, per il quale faceva lavoretti di manodopera, gli regalava di tanto in tanto. Così Maria aveva cominciato a disegnare. Disegnava con mano ferma tutto ciò che vedeva dalla finestra. Ma quello che le piaceva di più disegnare erano senz’altro i fili d’erba. Li disegnava ora morbidi e accasciati, intrisi di rugiada e appesantiti dalla pioggia, ora ribelli e arruffati nel vortice di un vento forte che all’improvviso li piegava con violenza.

Maria non sapeva niente della guerra. Nella casa, tra prato e cielo, ascoltava i racconti di Francesco che, prendendole una mano, le diceva: << quando Giacomo nascerà tutto questo sarà finito. E resta tranquilla ché quassù siamo al sicuro>>. E sottovoce, quasi parlando a se stesso, raccontava dei partigiani, degli alleati che risalivano l’Italia e dei tedeschi che si ritiravano. Ma lei i tedeschi non li aveva mai visti. A dire il vero, le uniche persone incontrate nell’ultimo anno erano alcuni giovani che ogni tanto Francesco portava a casa tornando dai campi. Davano loro da mangiare e dormire per una notte. Il giorno dopo non c’erano più.

Maria non sapeva niente della guerra, neanche dopo nove mesi. Francesco, quella mattina, sarebbe andato dalla levatrice in paese per avvisare che sua moglie “aveva finito i giorni”.

Le divise arrivarono tra prato e cielo quello stesso pomeriggio. Maria dormiva sdraiata sul fianco; per tutta la notte il suo bambino si era agitato. I tedeschi ripiegavano rovinosamente su per le colline, gozzovigliando rumorosamente e disperatamente, accesi dalla più bruta e fanatica ferocia. Rastrellavano le case, velocemente. Freddamente puntavano e sparavano su donne e bambini inermi, soli in casa a quell’ora del giorno. Arrivarono anche nella casa tra prato e cielo, i tedeschi.

Maria non sapeva niente della guerra ma avvertì il pericolo annunciato da un tenue stridore in lontananza che la fece balzare in piedi come non succedeva da mesi. Sollevò la pancia con le mani, si mise addosso uno scialle e si incamminò sul prato, a piedi nudi, sporgendosi il più possibile per guardare nella vallata.

L’erba era fredda e umida sotto i piedi; il sole, che cominciava ad abbassarsi, le riempiva gli occhi di luce. Non riusciva a distinguere bene o, forse, teneva gli occhi socchiusi per non vedere del tutto quello che cominciava a capire. Le case sulle pendici erano state violate. Le porte divelte. Le bestie, disorientate, vagavano in pavida libertà fuori dai recinti. I cani abbaiavano rabbiosi attorno agli uomini in divisa. Pianti e lamenti portati dal vento.

Maria non sapeva niente della guerra ma ritornò indietro, quasi non respirava. Riattraversò la casa. Uscì dal retro. Passo dopo passo, dall’orto di pomodori e verze e dagli sparuti alberi da frutto si spinse in là, dove le erbacce erano diventate altissime, dove le piante selvatiche erano addobbate con spine spesse, dove i cespugli nascondevano dal sole gli animali selvatici. Fino ad un gruppo di rocce e pietre quasi del tutto nascosto dalla vegetazione. In un incavo naturale di quella capanna rocciosa, Maria e Francesco trovarono riparo quel giorno che la pioggia estiva li sorprese durante una passeggiata. Quella piega tra le rocce che allora le era sembrata un sorriso, rassomigliava a una ferita infetta.

Maria non sapeva niente della guerra ma i tedeschi arrivarono tra prato e cielo quel pomeriggio. Li sentì giungere dalla cuccia fredda come una tomba nella quale si era rifugiata. Li sentì entrare in casa, muoversi fra le sue cose, armeggiare fra lenzuola, cassetti, dispensa e odori domestici.

E sparavano i tedeschi tra prato e cielo, anche se in casa non c’era nessuno, sparavano. E ridevano i tedeschi tra prato e cielo, anche se non ce n’era motivo, ridevano.

Con le mani sulla pancia, quasi per trattenere il bimbo che aveva dentro, pensava a Francesco e sperava che non venisse lassù a cercarla. Fredda la terra, fredda la roccia, fredda la fronte. Pregava.

Maria non sapeva niente della guerra ma i tedeschi arrivarono nell’orto della casa tra prato e cielo quel pomeriggio. Ora poteva vederli i tedeschi, da dietro le spine: con la bottiglia in una mano e la pistola nell’altra ridevano e bevevano i tedeschi, ridevano e pisciavano nell’orto i tedeschi, bevevano e ridevano ululanti, barcollanti, disperatamente euforici i tedeschi.

Maria con gli occhi chiusi e il cuore in gola aspettava di essere trovata e ammazzata insieme al suo bambino.

Poi scese il buio sugli schiamazzi dei tedeschi tra prato e cielo e arrivarono le doglie, lancinanti, nella pancia della roccia.

Quella notte Maria diventò sughero in mezzo al mare: onde di dolore si alternarono a onde di freddo e di sudore nella roccia tra prato e cielo. Arrivarono le lacrime e, insieme alle lacrime, arrivò di nuovo la luce, fredda e silenziosa. Non si sentivano più i tedeschi tra prato e cielo, non si vedevano più le divise.

Il sole, appena sorto, reclamava definitivamente quella vita che non riusciva a trattenere più dentro la pancia. Pregò che Francesco li trovasse presto in quella conca nella roccia che anche le rondini avrebbero scelto per farvi il nido.

Giacomo nasceva sulla collina tra prato e cielo. Era aprile.

“Questo post è dedicato a quelle persone che, come Maria, non conoscevano il volto del l’invasore. Persone semplici e coraggiose che hanno aiutato i partigiani offrendo loro ricovero e conforto per difendere il diritto alla vita”.

Jessica Carrieri

E’ possibile scaricare l’ebook “Schegge di Liberazione” qui http://barabba-log.blogspot.com/2010/04/schegge-di-liberazione-un-ebook.html : raccoglie in 211 pagine una settantina di “post resistenti” su quel che la giornata di oggi ricorda e rappresenta, a cura di Barabba e in collaborazione con l’ANPI di Carpi.

Gomitolo n. 3. In cerca di…

28 marzo 2010

Si tratta solo di socchiudere gli occhi e abituarsi alla luce.

Avvertire il tepore di un corpo anche se siamo soli.

Riconoscere nell’aria fragranze amate anche se sconosciute ai sensi.

Leggere una poesia dentro una manciata di lettere sparse.

Intuire la danza segreta di mani che si muovono su un palcoscenico vuoto.

Tenere il ritmo sulle note di una musica nuova che riempie la stanza.

E’ un cammino, una ricerca a occhi chiusi.

Non è detto che si debba andare con lo stesso passo. Quel che conta è riconoscersi.

A volte sono ferma, eppure cammino e viaggio e corro e inciampo. Come tanti anche io sono in cerca di …

di cuori speziati, di elegie arroccate, di sonorità screziate, di lune empatiche, di reciprocità, della mia immagine allo specchio, di riflessi altrui dentro di me.

E cercando sbaglio. Non mi fermo e cerco ancora. E sbaglio di nuovo.

Talvolta cercare è un po’ come prendere un sentiero nel bosco di notte, c’è il rischio di perdersi ma anche la possibilità di incontrare un’altra anima che come me è in cerca di…


Fotografia di: Paolo Del Signore http://www.flickr.com/photos/padesig/

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