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Gomitolo n. 17. Gli voltò le spalle e sparì tra i bagagli ingombranti dei turisti.

24 giugno 2014

Aveva appena attraversato la strada trafficata. Rincasava col sole per la prima volta dopo tanto tempo. Un tramonto fra le macchine in coda all’ora di punta. Eppure le sembrava bellissimo. Le lamiere piene di riflessi, le note di Last goodbye in cuffia, il telefono spento dalla mattina.

La chiave difettosa e la consueta spinta col ginocchio per aprire la porta di casa. Le scarpe all’ingresso, il fresco del pavimento, la doccia ad occhi chiusi.

Sono in stazione, ti aspetto. Ti prego vieni. Un unico messaggio in tutta la giornata. Rimase a guardare quelle parole per qualche minuto, poi decise di vestirsi.

Direzione Battistini. Le scale mobili. I piedi veloci e la testa leggera.  Sapeva dove trovarlo, il suo treno sarebbe partito da lì a poco. Lo vide attraverso una folla di turisti chiassosi che si guardava intorno e con cadenza regolare abbassava la testa sul telefono.

Lo aveva aspettato tanto, da quando il suo viso cominciava a diventare familiare e la sua voce accogliente. Aveva accettato i suoi impegni, i suoi silenzi e la sua onnipresente volubilità. Lo aveva aspettato così tanto che infine, senza accorgersene, aveva imparato a fare a meno di lui e in quel momento, a pochi passi dal suo sguardo tutto sbiadiva e diventava insapore.

Gli voltò le spalle e sparì tra i bagagli ingombranti dei turisti. La strada per il ritorno e ancora le note di Last goodbye.

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Gomitolo n.16. Due bambine

24 maggio 2014
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La giornata più afosa di tutta l’estate. Gli ultimi giorni di agosto. La pelle rimane bagnata solo pochi attimi, poi si scalda in maniera insopportabile e ritorno in acqua. C’è così tanta luce che fatico a tenere gli occhi aperti per leggere o anche solo per parlare. Io e Nina, i teli sgargianti, le sigarette e la crema solare nella borsa, le nostre chiacchiere alle due del pomeriggio.

La spiaggia non permette distrazioni. Attraverso con lo sguardo tutto quel mare e poi torno sul viso arrossato della mia amica che forse dorme o forse, come me, sorveglia attenta i suoi pensieri. Mai come in questo momento i miei sono lontani dai suoi. Io alla fine e lei all’inizio di un nuovo viaggio. Cerco di sfuggire ai raggi del sole tenendo la faccia sul telo e mi intorpidisco in quella posizione fino a quasi addormentarmi. Da un cubo di pietra frangionde, a pochi metri da noi, arrivano le voci di due bambine che parlano piano, sorridono, poi tornano serie e intente. Non c’è niente di più importante in quel momento che lo smalto color azzurro acceso che si passano sulle unghie minuscole, a vicenda, con quella assorta concentrazione con cui ci si dedica alle cose veramente importanti.

Non la guardo Nina perché una ovattata distanza non ci permette ora di affidarci alla complicità che da anni ci accompagna. Non la guardo, ma sono sicura che come me sta pensando a tutte le volte che abbiamo fatto la stessa cosa. Lei è più brava di me a passare lo smalto e ha mani più curate delle mie, ma tutte le volte ci guardiamo le dita agitandole e soffiandoci sopra per ammirare il colore assurdo che abbiamo scelto mentre le nostre confidenze, soprattutto le più intime, rimangono sigillate nell’ampolla dello smalto appena messo. Sono sicura che Nina, anche ora che siamo lontane pur sdraiate a pochi centimetri l’una dall’altra, sta pensando che nonostante i nostri recenti litigi, siamo noi quelle bambine che ridono al sole contente di essere insieme lì, sempre, estate dopo estate.

Gomitolo n. 15. Estate-Roma

22 luglio 2012
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Ho male ai piedi. L’asfalto di Roma è rovente, trapassa la suola delle mie scarpe basse e mi entra nei talloni. Brucia da non poter star fermi. È una bruttissima sensazione, come una costrizione, una violenza. Odio Roma quando mi costringe a odiarla con le sue sfiancanti abitudini estive: l’orario dei bus, i negozi che a poco a poco vanno in ferie, la maledetta cicala fissa da giorni nell’unico albero nel cortile proprio sotto al mio balcone. Poi però torno a casa e dopo una doccia che cancella la strada dalla pelle, mi metto scalza e tutto sembra rallentare di nuovo. Cammino per la casa a piedi nudi e sentire il contatto con il pavimento fresco mi dà pace. Esco in balcone e fumo con le spalle appoggiate al muro. Capelli umidi e pelle non asciugata del tutto sotto la mia maglietta slabbrata preferita che arriva quasi al ginocchio e ha due buchi piccoli all’altezza della coscia destra e una macchiolina bianca di candeggina sulla manica sinistra. Poi, arriva un refolo di vento insperato e tra lo sbuffo del fumo intravedo la palla bianca che immobile se ne fotte del traffico notturno e lontano della Colombo. Abbasso la testa e guardo i miei piedi bianchi di luna sul pavimento di cotto scuro. E in quell’istante faccio pace con Roma e con un sorriso che è quasi una smorfia all’angolo destro della bocca spengo la cicca e rientro in casa pensando e pure stanotte ti sei fatta perdonare.

Gomitolo n. 14. Caffè

12 febbraio 2012

Il giallo oro dell’insegna del bar sotto casa. La pioggia che la scolora ogni inverno. Cammino sempre lentamente la mattina quando vado a bere il mio primo caffè.

Mentre la città scivola sulle strade con i fanali e i lampioni ancora accesi io la tengo a distanza con il mio passo molle e indifferente, quasi fosse l’eco di uno sciabordio che ancora non mi riguarda.

 Il caffè è il mio contagocce nero del tempo nei pochi minuti che mi separano dal rumore e dalla velocità di una giornata arrogante che pretenderà i miei muscoli e ogni mia attenzione.

Gli occhi seguono distrattamente le mani agili del barista, indugiano su qualche riflesso freddo delle suppellettili di acciaio e incrociano furtivamente gli sguardi degli avventori trafelati.

Il profumo dello zucchero sciolto, lo sbuffo del vapore, le tazzine lavate velocemente nel lavello, i passi svelti alle mie spalle, la porta che si apre e richiude continuamente, quasi lamentandosi di quel via vai mentre io resto immobile al bancone davanti a quel tondo nero che diventa il mio specchio mattutino.

La bocca alita parole ancora notturne sul bordo caldo della tazzina, indecisa tra ieri e oggi, fino l’ultimo sorso di caffè che come una sveglia improvvisa mette fine all’inconsistente resoconto quotidiano al quale mi costringo ogni mattina giocando tra emozioni incoerenti e pensieri accumulati che mi illudo di saper archiviare diligentemente nello spazio e nel tempo e che, invece, mi limito a lasciare confusi al bancone del bar dove li ritrovo intatti il giorno dopo.

Impugno forte la borsa, tiro indietro le spalle e con gambe rigide e svelte mi lascio indietro quel profumo nero che mi insegue ancora per qualche metro, giusto il tempo di ricordarmi l’aroma malinconico e ormai lontano di un altro caffè, quello che non abbiamo mai bevuto insieme.

Gomitolo n. 13. Domenica

31 luglio 2011
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Questo è il  giorno in cui inciampo sempre maldestramente.
È il giorno del caffè in terrazza, dei piedi scalzi e dei panni stesi al vento. È il giorno delle ore lente ubriache di ricordi.
È il giorno delle chiacchiere intorno a un tavolo e degli odori di cucina che entrano dalle finestre. È il giorno in cui mi fa visita il pensiero di un amore mai vissuto e cammino per le stanze aggrappata a quel “senso” di casa che un tempo lontano mi apparteneva.
È il giorno in cui la nostalgia è una brutta e comoda vestaglia indossata fino a mezzogiorno, in cui la canzone triste che sento in testa mi farà compagnia fino ai clacson delle prime luci di  domani mattina.
La domenica è quell’attimo esatto in cui scuoto la testa, faccio una doccia e  preparo il pranzo per gli ospiti: le orecchiette, gli involtini, la purea di fave con la cicoria selvatica, il sedano fresco che mi ricorda il profumo delle mani di mia nonna.
Va così di domenica. I miei ospiti che parlano il dialetto mentre io concedo qualcosa al mio languore. Non si tratta di vera tristezza, ma di seguire docilmente la direzione dell’ago di una bussola emotiva che punta costantemente a sud.
La domenica è quel giorno in cui se piove è ancora più domenica. E oggi promette pioggia.

Cara Mara

9 maggio 2011

Domani occupiamo le fabbriche e la notte ci restituisce già i primi albori, quasi volesse renderci orfani in fretta di questa attesa. Le ore ci passano in rassegna chiamandoci per nome, uno per uno, perché il momento è di quelli importanti e lo sentiamo nelle gambe che faticano a star ferme anche quando sono stanche. Lo sentiamo nello stomaco, nel suo vuoto, nell’eco di ogni parola che lo sazia. Lo sentiamo nell’aria ferrosa che nasconde la luna, nell’umidità di questo bosco che ci ha fatto da letto, nel profilo della montagna che ci ha offerto ricovero. I sensi sono accesi, i compagni qui accanto a me.
Oggi al torrente ho lavato il mio fazzoletto rosso, ci sono macchie che non vengono più via. L’ho steso al sole per farlo asciugare senza pieghe, ora è tiepido e morbido, come una carezza.
Scrivo ogni giorno sul quaderno che mi hai regalato. Scrivo soprattutto quando gli altri si addormentano anche se mi sembra che qui non dorma mai nessuno. Scrivo di come abbiamo passato questo tempo sospeso, questo tempo che è un’attesa di pace. Scrivo per ricordare ogni singolo evento che ci ha portato fino a questa notte, ogni passo fatto insieme, ogni piccolo traguardo raggiunto nel fraterno sodalizio di terra e sangue. Scrivo per ricordare quanto siamo stanchi questa notte e quanto siamo pronti a riprenderci domani la nostra città e le nostre officine.
Non mi importa di dormire, la notte è l’unico momento in cui le parole possono volare libere e attraversarci. E poi di notte posso guardare i volti dei miei compagni, essere fiero di loro, soffermarmi sulle loro smorfie e cercare conforto nei loro occhi. Lorenzo, sai, ha corso molti pericoli e le sue spalle sono diventate ricurve a forza di trasportare posta e libri e parole a cui aggrapparci. Lui e il comandante leggono spesso di notte. Siedono l’uno accanto all’altro, ci fanno un cenno e poi Lorenzo legge ad alta voce, scandendo ogni singola parola perché ci arrivi bene il suo significato.
Annoto velocemente quando Lorenzo legge i suoi poeti preferiti. Poi, come d’abitudine, si interrompe e con occhi impazienti si rivolge a ognuno di noi cercandoci con lo sguardo mentre ci dedica una delle sue riflessioni prima di chiudere il libro, lentamente, con la punta delle dita: «La parola è potente, a volte come un’arma. La parola deve schierarsi, compromettere, tagliare, ferire, lenire, mangiare, ma mai, in ogni caso, essere neutra. Se volete giudicare l’uomo, il soldato, il poeta, fatelo dalla sua parola che è come una promessa ma non giudicate mai nessuno dalle opinioni altrui, non peccate di accondiscendente superficialità perché esercitare la propria libertà significa anche questo compagni: avere e pretendere la possibilità di andare all’origine del pensiero, laddove si mischia la parola con la carne, senza filtri».
Oggi è l’ultima notte che passiamo qui, Lorenzo ci legge cose di un poeta che non conosco e trema quando legge i suoi versi. Forse trema perché sa che è l’ultima notte che legge per noi e fra qualche ora ci saluteremo. Noi lo ascoltiamo in silenzio mentre conclude la sua lettura in piedi, accompagnando la voce ferma con gesti ampi della mano, quasi a voler spingere quelle parole verso di noi:

«…e starò contro ai tristi facitori
di leggi che vi affamano;
sarà l’anima vostra che grida, rampogna e condanna;
e darò tutto il sangue in contro ai privilegi,
alle carceri orrende, alle guerre, alle stragi…
per Sol dell’avvenire…»*

Cara sposa è l’ora dei saluti. Tu mi sei accanto da quando bimbetti rubavamo le noci nel campo di sor Augusto. Ti amo da allora, ti amo da sempre perché sei una donna libera, perché sei la mia donna libera. Lorenzo rimarrà qui, è il più giovane di noi e gli abbiamo affidato i nostri saluti e i nostri oggetti. Ti porterà questa lettera e il quaderno avvolti nel mio fazzoletto. Quando lo vedrai abbraccialo, accoglilo come hai fatto con gli altri compagni.
Io tornerò per starti accanto e vivremo di nuovo insieme nella nostra terra, libera, perché ha saputo resistere. Come il nostro amore.
Ma se dovessi tardare, Mara, non disperarti. Leggi il quaderno ai nostri figli, ai nipoti e agli amici perché si conosca la nostra storia, perché si sappia che questa è la mia voce e che la mia parola è di parte come me che sono partigiano.
Ti abbraccio compagna di tutta una vita.
Giuliano

*Estratto da Meeting! in Revolverate di Giampietro Lucini.

Questo il mio contributo per Schegge di Liberazione 2011 e qui potete scaricare gratuitamente l’ebook a cura di Barabba e in collaborazione con ANPI Carpi. Tantissimi post resistenti da leggere, condividere e portare nel cuore.

Gomitolo n. 12. Vuoi ballare?

21 febbraio 2011

Aveva il passo felpato come quello di un gatto, Leo, il mio coinquilino taciturno. Non parlavamo molto, ma ci capivamo. Il silenzio ci concedeva momenti di distillata complicità fatta di gesti e di sguardi cresciuti nella consuetudine, soprattutto a ora di cena, quando ritornavamo dal lavoro. Le sue faccende domestiche, tra il rumore dell’acqua corrente e le pentole sui fornelli, mi infondevano un senso di monotona continuità e nell’affezionarmi alle sue abitudini, io mi sentivo a casa.

Gli altri coinquilini lavoravano di notte, così finivamo per vivere la casa in un’alternanza animata ma composta. Solo di domenica, quando il ragù era già sul fuoco, ci ritrovavamo assonnati tutti quanti intorno al tavolo della cucina per chiacchierare e pianificare il ménage di convivenza, indecisi tra fare il caffè e buttare la pasta.  E poi, con finta indifferenza, stordivamo la domenica pomeriggio  con la lentezza  dei nostri discorsi in terrazza  fra le lenzuola stese al sole.

La casa era molto grande anche se vecchia in ogni suo angolo, con i pavimenti sbiaditi e le volte a stella dalle quali scendevano pesanti lampadari arricchiti da inutili pendagli di vetro colorato.  Ma c’era sempre un buon odore di legno e io amavo stare in quella cornice scolorita di mobili troppo inadeguati per le nostre esigenze che con ostinata fantasia cercavamo di riadattare ai nostri usi, fino a renderli complici delle nostre vite.

Come tutte le convivenze anche la nostra scivolava via tra alti e bassi, ma ogni  singolo giorno arrivava un momento perfetto. Tutte le sere, verso le undici, passavo accanto alla stanza di Leo che affacciandosi in corridoio mi chiedeva Vuoi ballare?  E io, tutte le sere, anche quando ero stanca, gli rispondevo di sì.

Mentre Leo sceglieva un pezzo di jazz entravo scalza nella sua stanza illuminata dall’abat-jour sul settimino e in quella scatola domestica rivestita di carta da parati a fiori giallini ballavamo in pigiama uno di quei balli che puoi ballare anche se sei fermo, magari ondeggiando solo un po’, come nei vecchi film, facendo finta di essere davanti all’orchestra, mentre la notte romana entrava dalla finestra aperta.

Così io e Leo abbiamo ballato anno dopo anno per augurarci la buonanotte e in quel ballo ci infondevamo coraggio. Non avevamo molto in comune, ma nell’attimo esatto in cui ci abbandonavamo  alla musica, la differenza di età e la distanza tra le nostre vite così diverse si assottigliavano fino a divenire una macchia perfetta su quella piccola mattonella, il palcoscenico privato di un affettuoso rituale al quale non riuscivamo a rinunciare.

Leo era il mio coinquilino silenzioso. Chissà se balla ancora di sera, mi chiedo spesso mentre giro in pigiama per la casa e oggi sulle note di Li’l Darlin’ io un po’ ci ho provato ad accennare qualche passo, ma senza di lui non è stato lo stesso.

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