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Anna Banti ci scrive da un paese lontano

20 febbraio 2009

Anna Banti

Anna Banti

Vorrei condurvi per qualche istante nel “paese lontano” del e dal quale ci scrive Anna Banti (1895-1985), nei 4 racconti riuniti nel volume “Je vous écris d’un pays lointain” (Milano, Mondadori, 1971 – Premio Bagutta 1972 ), una raccolta fortemente connotata dalla simbologia del viaggio nel senso più ampio e ricco del termine. Arriva per ognuno di noi il momento di “partire”, di ricercare e di capire. Gli scrittori sono, in questo senso, dei viaggiatori privilegiati per due motivi: possono utilizzare il “veicolo scrittura” per intraprendere un viaggio esistenziale, possono spaziare pericolosamente dentro il perimetro della propria esperienza, dei propri ricordi, possono incontrare le proprie paure, toccare spavaldamente i confini oltre i quali c’è la perdita di sé per poi ritornare, utilizzando lo stesso veicolo, ad una realtà riabilitata e un poco più vicina alla desiderata “salvezza” (per chi, come me, crede nella funzione taumaturgica della scrittura). Ad un secondo livello, l’autore-viaggiatore diventa una guida che conduce per mano il lettore attraverso le sue mappe e mete spazio-temporali-mentali. La nostra scrittrice-viaggiatrice segue un duplice movimento, antitetico nella forma, ma che tende verso un unico ed esaustivo esito finale.

La scrittura della Banti riflette, ora che la vecchiaia è una lucida realtà (scrive questa raccolta a 73 anni) e ora che ha perso il suo amato e inseparabile compagno e maestro (il famoso critico d’arte Roberto Longhi), le note dolenti dell’esistenza di una donna che ha vissuto a lungo e intensamente, senza lesinare, e ora, approssimandosi alla fine della vita, non ha paura di narrare l’esistenza nelle sue luci e nelle sue ombre. Il viaggio interiore della scrittrice ci parla di desiderio, di fame di conoscenza, di ricerca, di distacco, di solitudine, di perdita, di allontanamento da sé e dalle cose più care. Il viaggio personale della donna si sovrappone, nei racconti, alla narrazione di un viaggio inteso realisticamente come spostamento nello spazio e nel tempo, un viaggio impegnativo e ricercato che riflette l’amore della scrittrice per le epoche di trapasso e decadenza, i buchi neri della Storia. La scrittura conduce la Banti indietro in un tempo tra le cui amare vicende il viaggio si delinea come ricerca spasmodica di una meta agognata dall’autrice e dai suoi personaggi. I primi tre racconti sono ambientati in un passato remoto, l’epoca delle invasioni barbariche, mentre l’ultimo è un piccolo esperimento, quasi un racconto di fantascienza. Una scrittura virile, essenziale, un andamento saggistico contraddistinguono la narrazione dalla quale emerge chiaramente il concetto del viaggio come paradigma di vita/morte; si muore e si rinasce quando si intraprende un viaggio e quando si ritorna a casa in una eterna e bivalente altalena esistenziale. Anna Banti si comporta come un’inviata spazio-temporale: si siede in terra e con l’accorta e la minuziosa ispirazione di un cronista, registra gli attimi cruciali di avvenimenti che non conosciamo poiché appartengono a momenti bui della Storia, ma la scrittrice invece è li nel fango, tra le scorribande dei barbari (i goti, i franchi, i godoari). Il viaggio personale della donna, l’esigenza di purificarsi dopo tanto dolore e di ritornare alle origini del male si sovrappone al racconto della scrittrice sulle origini delle barbarie (guerre, devastazioni, epidemie, fratricidi).

La Banti descrive i viaggi erratici dei barbari, ci parla di uomini e di donne e dei loro spostamenti, delle loro speranze, delle loro guerre; il nomadismo viene narrato come una condizione esistenziale, a volte esaltato come un valore. Gli uomini si mettono in cammino per superare le crisi, risolvere i dubbi, mettersi in discussione, incontrare un altro da sé per ridefinire la propria identità anche attraverso il dolore, la fatica e la solitudine (L’Altipiano). Nei campi attraversati dai barbari senti l’olezzo dei cadaveri in putrefazione perché il viaggio conduce anche allo scontro, all’assassinio, alla morte. Il viaggio dell’uomo, e il conseguente incontro con altri uomini e altre esperienze, creano nell’individuo la necessità, l’esigenza e il sogno di una convivenza umana (La Villa Romana, Joveta di Betania).

Il viaggio è vita e morte, è una parabola al galoppo del tempo. Il viaggio e il tempo sono le coordinate che permettono ad ognuno di noi di proiettare i nostri comportamenti, le nostre attitudini, le nostre domande, i nostri interrogativi, quelli di sempre, quelli dell’uomo che cerca, che si cerca: colui che viaggia diventa naufrago alla ricerca della salvezza.

Dalle pagine di questa raccolta è possibile cogliere una velata polemica ecologista imbastita sul rimpianto per una natura incontaminata oramai perduta, soprattutto nell’ultimo racconto (Je vous écris d’un pays lointain) dove si fa menzione di una catastrofe nucleare che ha reso la Terra un paese sterile, inospitale, “lontano”. Il viaggio della Banti termina in un paese “lontano”, un momento oscuro della Storia, un punto di non ritorno della coscienza, un tempo e un passato allegorico nelle vesti di eterno presente che comunica costantemente con la nostra esperienza per aiutarci nella ricerca della “salvezza” o della speranza di una “salvezza”. La Banti si è “salvata” nell’interstizio di qualche flusso temporale e del resto la stessa scrittrice ci aveva avvertiti: << Presente e passato sono un istante da catturare e stringere come una lucciola nella mano. Non ci riesce chi vuole>>.

Nascosto sotto diversi libri polverosi di una bancarella ambulante ho trovato “Je vous écris d’un pays lointain” durante un mio viaggio in Toscana.


Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 22 gennaio 2009: http://www.noituttinoi.com/?p=596

Note biografiche:

Quelle illustri sconosciute

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Anna Banti

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Anna Banti

Anna Banti, nom de plume di Lucia Lopresti Longhi, nasce a Firenze nel 1895; trascorre gli anni della sua formazione a Roma, dove si laurea in storia dell’arte. Innamorata del proprio maestro, il famoso critico d’arte Roberto Longhi, ne diviene la moglie nel 1924 rinunciando così ad un impegno professionale vero e proprio, ma in compenso la sua vita è ricca di esperienze culturali ad alto livello. Il corso degli eventi ha alimentato la leggenda di Anna Banti, nata critico d’arte e costretta a farsi narratore, “sospinta” dallo stesso compagno. La sua esperienza come donna e come scrittrice si integra e si vivifica con la partecipazione quarantennale a Paragone, rivista ancipite con le due sezioni di Letteratura e Arte. Instancabile poligrafa scrive opere di narrativa, saggistica, teatro, traduzioni, critica d’arte. Il suo romanzo più famoso Artemisia è un amorevole quanto eclettico tributo alla pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi. Scrisse sulla “fama” infelice Lorenzo Lotto, pittore inquieto del rinascimento: “E’ difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto: e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole”. In queste parole anche il destino di Anna Banti.

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One Comment leave one →
  1. 1 dicembre 2009 22:49

    vorrei sapere cosa pensano le studiose di anna banti della similarità di un recente romanzo con il suo che tratta dell’orfana veneziana. grazie, barina

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