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I Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino

20 febbraio 2009

I Fratelli dItalia di Alberto Arbasino

I Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino

I “Fratelli d’Italia“di Alberto Arbasino sono gli italiani degli anni ’60, gli anni del boom economico, dei facili entusiasmi e del perbenismo programmatico, gli anni sbandati e smodati in cui tutto è alla ricerca di equilibrio.

Questo romanzo, che io ho letto nella prima edizione del 1963, potrebbe risultare di non immediata fruizione fitto com’è, nei primi capitoli, di prolisse conversazioni sulla teoria del romanzo. Per questa ragione vorrei soffermarmi a parlare più che dell’autore, conosciuto dai più quale intellettuale eclettico e restio a parlare di sé, del lettore che si avvicina per la prima volta al romanzo e che potrebbe non sentire una istintiva attrazione per un’opera fiume come quella di Arbasino che, del resto, non si presta al riassunto di una trama perché troppo ricca di personaggi e avvenimenti.

Credo ci si debba accostare a Fratelli d’Italia con spirito leggero e atteggiamento quasi “indifferente”, lo stesso con cui si ascoltano le chiacchiere da cortile o i pettegolezzi dal parrucchiere, silenti in mezzo alla confusione, ma con l’orecchio ben teso a cogliere l’essenza di un discorso che altrimenti non si sarebbe potuto ascoltare. In un primo tempo non si coglieranno i numerosi riferimenti e di sicuro non si potranno riconoscere tutti i nomi più o meno noti di cui il romanzo è ricco, ma, nonostante questo, il lettore scivolerà da subito nello spirito di quella cordiale invidia e civettuola cattiveria nella quale si muovono gli interlocutori-personaggi che reputano le loro conversazioni quanto di più importante, interessante e intellettualmente vivace possa esistere.

Proseguendo nella lettura accade che dal cicaleccio confuso si sollevano piano piano delle intuizioni, delle piccole illuminazioni cognitive che rischiarano a ritroso pagine appena lette; dalla pagina si stacca un elemento che si imprime per un istante nella memoria regalando un lampo, un immediato brillore e quella scossa che ogni buon lettore avverte quando realizza di aver intuito un ammiccamento, di aver legato due concetti o riscoperto un reperto prezioso nascosto in qualche cassetto della memoria. Credo che il lettore debba avvicinarsi così a questo romanzo, con un critico e salutare distacco, ma pronto in ogni istante a farsi sorprendere dallo scrittore.

Apre il romanzo un’atmosfera di attesa e di aspettativa, preludio di una singolare avventura: quattro personaggi di differente nazionalità si mettono in viaggio per l’Italia alla ricerca di spunti per la realizzazione di un film; il viaggio segna l’inizio di rocambolesche vicissitudini in un clima di confronto e diversità.

Le prime pagine descrivono un gruppo di borghesi intellettuali tronfi dei loro miti e le loro leggende, intenti a seguire ogni minima occasione di divertimento, immersi nelle comodità e annacquati di champagne, con il solo obiettivo, in fondo, di vincere una noia latente.

La letteratura engagée del dopo guerra ci ha abituati a racconti di dolore e malessere di poveri disperati; i protagonisti di Fratelli d’Italia sono, invece, volgarmente ricchi, sfaccendati e disposti a spendere piccole fortune in modaioli passatempi; sono disinibiti e privi di ogni pregiudizio, appagati dal proprio libertinaggio etero e omosessuale, sempre alla ricerca di sensazioni forti e illusi che il loro modo di vivere così sfrenato e culturalmente intenso sia il segreto della vita.

Il teatrino di macchine di lusso, pranzi e cene sofisticate, cenacoli letterari, incontri galanti, notti brave e sveglia all’una del pomeriggio, ricorda qualche pagina del Giorno del Parini, che accompagna il giovin signore da quando si sveglia a quando va a dormire seguendolo nei suoi frivoli impegni quotidiani.

Per quanto deprecabili, Arbasino non condanna questi uomini mediocri caduti nella più infima superficialità; egli sornione e compiaciuto deride le mitologie e le ideologie modaiole dietro le quali i suoi personaggi si camuffano pretendendo di essere innovativi e all’avanguardia e risultando, invece, conformisti e assolutamente incapaci di incidere con le loro azioni sul tessuto sociale.

Il romanzo riflette, attraverso gli eccentrici personaggi, i costumi e le tendenze culturali di un’Italia che non sa bene dove sta andando e lo scrittore si muove come il moderatore di un moderno talk show televisivo: dà la parola ai suoi ospiti osservando divertito come essi sfoggiano il loro sapere gareggiando in saccenza e presunzione.

Compagno di strada della neoavanguardia e del Gruppo ’63, Alberto Arbasino, ricerca una nuova identità del romanzo che spesso, soggetto alle mode di stagione, è rinchiuso in stereotipi soffocanti e rovinosamente perdenti. Una nuova strada per il romanzo, significa per il nostro, contrapporsi al contenutismo dei neorealisti e dei memorialisti e abbracciare lo sperimentalismo espressivo e linguistico (Gadda su tutti) nella consapevolezza che si debba puntare soprattutto sull’eversione linguistica e sulla centralità del linguaggio in tutte le operazioni culturali.

Il rifiuto di uno standard stilistico si coniuga al rifiuto della società borghese con la sua subcultura tranquilla e opportunistica, in cui il compromesso ha raggiunto il livello e la dignità di un’arte e il cui quietismo quasi sclerotico è mascherato da un falso perbenismo. Falsa la società, falso il linguaggio e la letteratura che essa esprime.

Arbasino scioglie le situazioni narrative in un contninuum linguistico indifferenziato che si arricchisce di contributi linguistici di varia provenienza e si nutre di una scrittura di secondo grado, costituita da citazioni di eventi (una mostra, un concerto, uno spettacolo, una serata mondana, una festa, un convegno, un libro) che fanno, a loro volta, bellamostra di sé rivelando, a sorpresa, con accumuli di rinvii e accostamenti inediti, i corsi e i ricorsi della mode culturali e le variazioni del gusto. Nel romanzo si alternano varie forme di narrazione: dalla confessione autobiografica, al pettegolezzo mondano, dal saggio critico, alla satira; come in Gadda lo stile diventa uno strumento di degradazione al fine di svalorizzare e demistificare i contenuti della narrazione. Anche l’uso della prima persona agisce, in Fratelli d’Italia, come corrosivo nel tessuto narrativo, e, nella sua apparente limpidezza, potendosi nascondere dietro il “secondo me”, permette l’accavallarsi, magari nella stessa pagina, di frasi e dichiarazioni di segno contrario; il risultato è un’altalena di reciproche smentite che non permettono di fare il punto della situazione, né identificare la voce narrante col pensiero dell’autore. Il lettore risulta spiazzato di fronte a questa realtà narrativa nella quale si manifesta un estenuante gioco di voci che accavallandosi impediscono di ricomporre una trama disciolta in un labirinto di parole.

Arbasino gioca con il lettore, gli tende agguati, lo stuzzica e lo sfida con astuzia e intelligenza; è per questo motivo che la fine del romanzo si rivela una perdonabilissima mascalzonata: la teoria sul romanzo avanzata da un personaggio all’inizio del libro si ricongiunge ad alcuni appunti del protagonista alla fine del libro, appunti che risultano essere frammenti di un romanzo in divenire ma che potrebbero essere anche quelli del romanzo che abbiamo appena letto perché alcune espressioni le abbiamo già incontrate nel corso della nostra lettura perse in questo mare magnum di affermazioni. E con questo ricercato gioco di scatole cinesi, l’autore compiaciuto, lascia il lettore disorientato con i suoi dubbi e con la forte sensazione di essere stato “giocato”.


Articolo pubblicato su www.artoong.net : http://www.artoong.net/2009/02/01/i-fratelli-ditalia-di-alberto-arbasino/411/scienze-umane/letteratura

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