Skip to content

Divine, lussureggianti rose! L’altra verità. Diario di una diversa di Alda Merini

23 febbraio 2009

Alda Merini

Alda Merini

Queste righe rappresentano il mio sentito omaggio ad una poetessa e una donna tra le più affascinanti del nostro panorama letterario contemporaneo. L’altra verità. Diario di una diversa (Universale Rizzoli 2007) raccoglie le riflessioni di Alda Merini sui dieci anni trascorsi in manicomio. Un invito alla lettura, il mio, con l’augurio che possiate, come me, essere sedotti dai preziosi fregi poetici dei suoi versi e della sua prosa.

Una dopo l’altra, le pagine del diario raccontano i patimenti di un’anima bella internata in un ospedale psichiatrico e le sofferenze della umanità fragile e ferita che lo abita e che cammina sopita, strisciando e adornando le pareti del manicomio come quei fiori selvatici che talora vediamo spuntare effimeri e occasionali nei muretti delle case derelitte.

Non ci troviamo di fronte ad una cronaca temporale del tempo trascorso in manicomio ma piuttosto si tratta di un’epifania di lampi poetici attraverso i quali la scrittrice cattura gli istanti più significativi ma anche quelli insipidi della vita ospedaliera, dilatandoli e deformandoli sotto l’effetto di uno stato d’animo prepotente, una sensazione ingannevole, un sentimento accecante, ubriacando il lettore che oramai, suo malgrado, è salito sulla giostra vorticosa della follia.

Il tempo lineare è il grande assente della vita in manicomio nel quale si alternano momenti di infinita solitudine e di “sonno cerebrale” a raptus violenti dovuti dall’acuirsi del male psichico e alimentati dalla somministrazione eccessiva di farmaci. << Credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire>>, scrive la Merini ricordando il momento del suo internamento. Il diario è testimone di una accorata denuncia sociale; le condizioni in cui versano gli ospiti del manicomio sono disumane: la violenza fisica e mentale perpetrata dal personale ospedaliero, l’elettrochoc come punizione/correzione, le umiliazioni subite, il sovradosaggio di psicofarmaci.

I pazzi per Alda Merini non esistono, esistono persone che hanno disturbi della sfera emotiva, esistono persone che hanno problemi, preoccupazioni e che mancano d’amore. L’abbrutimento avviene in un secondo momento ed esattamente con la reclusione coatta e l’internamento. Quello che sorprende, scorrendo le pagine del diario, è la difesa strenua della diversità come valore e non come degenerazione o deformità. <<…Del resto ero poeta..>>, scrive Alda Merini nelle prime pagine del diario sottolineando, in questa maniera, la sua personale e dignitosa alterità senza nascondere al contempo i demoni che si impossessano di lei a fasi alterne e dei quali proverà a liberarsi grazie alla psicoanalisi. Sa bene la scrittrice che anche una volta “guarita” e “reintrodotta” nella società, porterà con se il marchio vergognoso di quella casa di cura: << Il manicomio non finisce più. E’ una lunga pesante catena che ti porti fuori, che tieni legata ai piedi. Non riuscirai a disfartene mai>>.

E’ commovente l’atteggiamento di purezza con il quale la poetessa accoglie il male: la struggente mancanza d’amore, le atroci sofferenze fisiche e mentali purificano il suo spirito fino a renderlo innocente e in attesa di qualcosa di buono e di salvifico. <<Ma l’anima si rarefaceva ogni giorno. Ogni giorno diventavo più spirituale e, da quella immensa vetrata, da quel grande lucernario che illuminava la sala, qualche volta vedevo scendere gli angeli>>. Il malato, spiega la Merini, subisce un processo per cui si abitua al posto in cui è rinchiuso e rifiuta la società anche perché al momento dell’internamento, sente sopra di sé il peso della condanna, condanna che riversa sulla società tutta ed anche sui congiunti. E dopo il dolore arriva la catarsi: <<così capita ai martiri che attraverso la chiusura del proprio corpo, vedono finalmente sprigionarsi l’anima, in un aspetto più libero>>.

Nei momenti di sofferenza e in quelli di feroce solitudine, la poesia della Merini diventa visionaria e la poetessa si “aggrappa” alla potenza della parola, e ricorre alla sua funzione salvifica. La scrittura è la salvezza: << io quando scrivo, è come se dormissi ed entrassi nel profondo della mia anima. Mi fa paura il risveglio, il contatto matematico, aggressivo con la realtà dalla quale vorrei finalmente slegarmi.>>

Dal manicomio spuntano i fiori, e il fiore più prezioso di questi anni di sofferenze è il ricordo dell’amore che l’ha unita a Pierre, un paziente dell’ospedale psichiatrico, in una storia d’amore pura e sincera dalla quale è nata una figlia.

L’amore e la scrittura costituiscono la salvezza; la libertà ha il suono dolce della redenzione e l’odore intenso delle rose:

Ma il giorno che ci apersero i cancelli,

che potemmo toccarle con le mani quelle

rose stupende, che potemmo finalmente

inebriarci del loro destino di fiori.

Divine, lussureggianti rose!

Non avrei potuto scrivere in quel

momento nulla che riguardasse i fiori

perché io stessa ero diventata un fiore,

Io stessa avevo un gambo ed una linfa


Articolo pubblicato su www.noituttinoi.com il 4 febbraio 2009: http://www.noituttinoi.com/?p=596

Note biografiche:

Quelle illustri sconosciute

____________________

Alda Merini

Alda Merini

Alda Merini

Poche e sintetiche notizie sulla biografia e le opere non renderebbero giustizia all’intensa vita e alla copiosa produzione in versi e prosa dell’amatissima scrittrice Alda Merini.

La musa che vive in un piccolo appartamento sui navigli a Milano non ha bisogno di presentazioni; quindi lascio che sia la sua prosa poetica a parlare di lei e per lei.

Ti ho mandato un messaggio antico,

un messaggio di amore chiuso

(o tu, nuvoletta leggera,

apriti al pianto infine)

Ho blandito ogni mia notte

ma tu eri l’unica stella

che cantavi una musica felice

(o tu nuvoletta leggera

scostati dal creato

ch’io veda infine il sole!)

Annunci
One Comment leave one →
  1. 15 marzo 2010 18:26

    Ho un bel ricordo della Merini, era, se non ricordo male, il 1996 quando le scrissi chiedendole se secondo lei valesse la pena continuare a buttare storie a caso sui fogli. Passarono mesi, avevo pensato che la mia piccola lettera fosse finita nel peso dell’assoluto dimenticatoio di chissà quante altre che riceveva quotidianamente. Poi invece mi arrivò una piccola busta senza mittente, dentro c’era una lettera, anzi un piccolo foglio col bordo strappato, scritto a mano e firmato A.M. (proprio così con le lettere puntate). Diceva che non rispondeva quasi mai alle missive, ma le era piaciuta una frase che avevo scritto, la citava e concludeva che dovevo smetterla di rimuginarci sopra perché non ero io quello che scriveva ma la scrittura a farlo attraverso di me. Sinceramente sulle prime sono stato contento, poi ho pensato che fosse uno scherzo o che l’avesse scritto per cortesia, tanto per non farmi rimanere male. Rileggendola tornavo contento, l’ambivalenza di sensazioni è durata un po’, insomma avevo 18 anni all’epoca e la scrittura mi sembrava ancora una cosa che avevo tra le mani così, senza neanche un perché. Quel biglietto è finito fagocitato dal mio disordine chissà dove, non l’ho più ritrovato.
    .:.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: