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Della Guerra e della Morte. La trilogia della città di K. di Agota Kristof

5 marzo 2009

La trilogia della città di K. di Agota Kristof

La trilogia della città di K. di Agota Kristof

C’era una volta la Guerra, c’era una volta la Morte: è una favola antica ma dannatamente attuale.

Permeata da un’atmosfera kafkiana, La trilogia della città di K. di Agota Kristof, è una storia nera e maledetta, di quelle che graffiano fin sotto l’epidermide, che scavano un tunnel nello stomaco del lettore e si aggrappano alle paure nascoste ferendo il senso del pudore e toccando il lato più oscuro delle verità.

Due bambini, due fratelli gemelli, Lucas e Claus nel mezzo di una grande guerra, probabilmente la seconda, in un non specificato paese dell’Est. La scrittrice non ci dice quale sia il paese in questione, quale la città, o di quale guerra stia raccontando, eppure l’orrore agghiacciante della guerra cala come una pesante cortina fra il lettore e la pagina scritta a dimostrazione che, di qualsiasi guerra si tratti e di qualsiasi paese, il dolore, la violenza, la morte che le guerre portano con sé destano il medesimo ribrezzo.

Abbandonati dalla mamma a casa della nonna materna, i due fratellini, iniziano una nuova vita che determinerà per sempre la fine dell’ infanzia e dell’innocenza. Gli affetti familiari perdono da subito i connotati rassicuranti: la nonna è una strega, sporca e crudele, non prova amore per la figlia, maltratta i nipoti, li sfrutta, li fa lavorare, li insulta e li abbandona a loro stessi. Ho l’impressione di trovarmi di fronte ad una delle fiabe dei fratelli Grimm con quelle note ambientazioni tetre e descrizioni lapidarie che ti fanno sentire il freddo della pietra nuda e vedere solo il grigio e il nero delle cose perché i colori sono stati inghiottiti dal dolore; e proprio come nelle loro fiabe avverti come uno schiaffo la crudeltà umana e la mancanza di speranza perchè i fatti di sangue, efferati ed esecrabili, sono prosaicamente scritti senza edulcorazioni e con quello stile semplice e coinciso comprensibile anche dai bambini.

Due gli elementi dai connotati fortemente interessanti dal punto di vista narrativo: la costruzione dei personaggi (due fratelli gemelli) e un manoscritto, ossia il diario sul quale i bambini annotano giorno per giorno la loro vita. Il romanzo è suddiviso in tre parti distinte ma che si diluiscono una nell’altra così come lo stile e i piani narrativi che si sdoppiano e si raddensano all’improvviso.

L’inseguimento del manoscritto-diario pone narrazione su un duplice livello: la voce narrante si accavalla e si confonde con il manoscritto facendo prevale in alcuni momenti ora l’una ora l’altra. E in questa alternanza si spalleggiano diversi registri narrativi: diario, lettera, confessione, flusso di coscienza.

La prima parte “Il grande quaderno” è un pugno nello stomaco, un dolore acuto, il cui ricordo ti accompagna per molto tempo; potrebbe sostenere da sola l’intero romanzo tanto è rivelatrice ed esaustiva. Sono le pagine del diario di Lucas e Claus raccolte non per data, come in un classico diario, ma per tema. Due paginette scandiscono un’esperienza, un episodio; ogni episodio è un nodo alla gola, un gradino nella scala di una difficile educazione alla vita che mostra sempre e costantemente il rovescio della medaglia: la morte. Il quaderno crea un legame indissolubile fra i due fratelli che si completano l’un l’altro, che vivono uno per l’altro; parola dopo parola i due fratelli definiscono la loro esistenza istruendosi, lavorando, autodeterminandosi con le proprie forze in un mondo violento che non conoscono ma di cui sono parte. Sono due bambini speciali, a tratti “magici” che riescono a fare di sofferenza e stenti una virtù, perché l’imperativo categorico è sopravvivere alla guerra, alla nonna, alla povertà, alla fame.

Il lettore avverte una vertigine mentre legge le pagine del diario sugli esercizi di sopravvivenza che Luca e Claus si impongono di fare per resistere e continuare a vivere: esercizio di irrobustimento del corpo, esercizio di irrobustimento dello spirito, esercizio di accattonaggio, esercizio di sordità e cecità, esercizio di digiuno, esercizio di crudeltà.

La vita scorre tra le sirene del coprifuoco, l’allarme dei bombardamenti, le violenze sessuali, gli omicidi, le malattie e la morte che ha un volto talmente familiare da non fare più paura. Il sesso è sporco, è una ferita, è una devianza morbosa, è violenza, è atto di sopraffazione, è un gesto anch’esso bellicizzato. I bambini si sottopongono ad una crescente desensibilizzazione nei confronti dell’umanità; Lucas e Claus hanno una ratio lucida e aprioristica che è al disopra del bene e del male e di ogni morale: bisogna fare ciò che è necessario per sopravvivere e anche la crudeltà autoimposta è indispensabile per raggiungere tale scopo. L’autrice, come i suoi piccoli protagonisti, non indulge alla pietas: le pagine sono brevi istantanee narrative che illuminano per un momento il fatto cruento spegnendosi subito dopo. La scrittrice non si sofferma sulle ferite; il fattaccio violento è ritratto in due parole, come un fendente che in un attimo attraversa il corpo. Lo stile è scarno e soffocato, le parole non hanno alcuna valenza suggestiva, servono solo a registrare un avvenimento; a tratti però ritroviamo un copioso utilizzo degli aggettivi che, con una pioggia di virgole, colano sulla pagina come zampilli di sangue.

Questa prima e superlativa parte termina con la divisione dei due fratelli gemelli.

Nella seconda parte “La prova il lettore rimane accanto ad uno dei due fratelli, Lucas, sopravvissuto alla separazione con Claus che ha varcato la frontiera alla ricerca di una nuova vita lontano dalla guerra; questa seconda parte si caratterizza per la ricerca di una ricostruzione, di una normalizzazione necessaria per ricominciare; sono dinanzi a noi le macerie che la fine del conflitto porta con sé: gli uomini scomparsi, imprigionati, giustiziati, la povertà assoluta, la fame e le malattie che si propagano ma anche l’istinto vitale di rimettere insieme i pezzi, la ricerca dell’amore, il desiderio di una famiglia, di una casa e di una stabilità. Ma è tutto sbagliato: si cercano gli affetti ma si allacciano rapporti umani dettati dalla disperazione, dalla pietà, e da un senso di rabbia e sadismo. Lucas finirà col crescere e adottare un bambino menomato che alla fine si suiciderà rendendo vani i suoi tentativi di dare un senso alla propria vita e portandolo sull’orlo della follia.

Nella III parte “La grande menzogna” assistiamo in un certo qual modo al ricongiungimento dei gemelli, ma questo ritrovamento innesta un rimescolamento delle carte. Ricompare la forma diaristica miscelata ad un delirio in forma di scrittura. Il manoscritto-diario si confonde con la voce narrante, uno stesso episodio viene raccontato da più punti di vista e da diversi personaggi destabilizzando il lettore che perde le certezze di quanto assunto fino a quel momento. Un onirismo accentuato si confonde con la verità e ribalta i punti di vista in un’alternanza tra il vero e il falso che rovescia il gioco narrativo; il lettore si sente tradito e, lasciato da solo, non può fare altro che abbandonarsi al fluire delle nuove infiorescenze narrative senza cercare di rimettere in piedi la storia. Il ritrovamento e il riconoscimento dei due fratelli, in una realtà completamente stravolta dalla guerra, determina la tragica fine dei sentimenti; non vi è senza speranza ma solo disperazione e una lucida follia che culmina con il suicidio di Lucas e la probabile emulazione da parte di suo fratello Claus.

Il diario riporta solo menzogne? Lucas e Cluas sono realmente esistiti? Sono due fratelli? Sono la stessa persona? Questi gli interrogativi alla fine del romanzo. Se Lucas e Cluas fossero la stessa persona, ci troveremmo di fronte ad una lucida schizofrenia, ad una doppia personalità, una malattia mentale determinata e alimentata dalle conseguenze delle nefandezze della guerra.

Se la scrittrice ci avesse realmente parlato di due gemelli, la tragica fine sarebbe una nitida ed inevitabile conseguenza delle devianze e delle ferite mortali inferte allo spirito e al corpo dei due fratelli che pur amandosi non sono riusciti a ricostruire e a tutelare la propria sanità psicofisica dopo la guerra.

Lucas e Claus sono un’anima e due corpi che si confondono a partire dal nome, l’uno l’anagramma dell’altro; sono lo specchio di un doppio narrativo molto spesso presente nella narrativa del Novecento. Provando ad applicare un’analisi psicanalitica alla letteratura, si può appena accennare al fatto di come la figura del doppio sia legata spesso alla paura della morte; il doppio rappresenta la raffigurazione della scissione psicologica che dà luogo ad un altro io, il quale a sua volta corrisponde ad una proiezione del conflitto interiore e può scatenarsi da un senso di colpa. Il senso di colpa può avere diverse origini e Freud lo ha dimostrato: può essere dovuto alla distanza tra l’io ideale e quello reale, oppure può nutrirsi di un’intensa paura di morte e dare luogo a forti impulsi autopunitivi che possono portare anche al suicidio. Il romanzo di Agota Kristof autorizza e suggerisce molteplici interpretazioni proprio perchè il teatro sul quale muovono i personaggi è quello della decadenza morale degli uomini nell’assurdità e nell’atrocità della guerra. E può succedere in un mondo al contrario, nell’assurdo del conflitto bellico e dell’odio da cui è generato e che a sua volta alimenta, che siano proprio i bambini, le prime vittime della guerra, a diventare quasi degli automi perfetti in grado di essere bastevoli a se stessi e portare avanti una famiglia.

Un grido di dolore, potrebbe essere questo il sottotitolo del romanzo, un dolore come quello che probabilmente ha provato la stesa scrittrice, ungherese di nascita, costretta a rifugiarsi in Svizzera durante l’invasione sovietica.

Vorrei lasciarvi con le parole del romanzo che rappresentano un secco j’accuse femminista alla società degli uomini, maschilista e guerrafondaia, che utilizza la guerra come strumento di sopraffazione:

Tu chiudi il becco! Le donne non sanno niente della guerra.

La donna dice:

– Non sanno niente? Coglione! Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni: i bambini da sfamare, i feriti da curare. Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi. Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi. E’ per questo che avete inventato la guerra, voi uomini. E’ la vostra guerra. L’avete voluta voi, fatela allora, eroi dei miei stivali!

Scrivere è vivere ma leggere a volte è un po’ come morire dentro.


Articolo pubblicato su www.artoong.net il 25 febbraio 2009:

http://www.artoong.net/2009/02/25/della-guerra-e-della-morte-la-trilogia-della-citta-di-k-di-agota-kristof/538/scienze-umane

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