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Padreterra – racconto di Pietro Annicchiarico

6 marzo 2009

Padreterra, racconto in prima persona del narratore, veicola l’interezza di un’emozione personale e narrativa, che rimane intrappolata, concentrata e quasi strozzata, nel veloce evolversi del racconto senza rischiare di diluirsi e ingrigirsi persa in un’eccessiva e dannosa verbosità e prolissità.

padreterrafotoLe frasi si susseguono con l’incalzante velocità dettata dall’urgenza dei sentimenti e dal ricordo commosso degli eventi passati; è come se si percepisse una pungente fretta che scaturisce dalla premura e dalla paura di non riuscire a tradurre in immagini i ricordi che affiorano copiosi alla memoria nel momento stesso in cui si traducono in scrittura; avvertiamo il precipitoso susseguirsi delle frasi che rivela la preoccupazione di dimenticare qualche particolare caro all’autore. Il narratore ci coinvolge con l’urgenza di emozioni e ricordi, mettendoci di fronte ai momenti di malumore e alle piccole vittorie del nanetto grottagliese.

Il ritmo incalzante della sintassi, la punteggiatura franta, l’aggettivazione pressante, il ripetersi e l’accavallarsi di frasi nominali, come anche di frasi brevi, coincise, prive di estensioni, oltre a sottolineare nuovamente l’urgenza di un contenuto che vuole scaturire in tutta la sua foga, torrenziale e fragoroso, riecheggia il lavoro nei campi, la cadenza dei gesti maestri dei villani, la velocità delle braccia dei contadini, il tempo che scorre veloce sotto l’egida del sole cocente, dei profumi intensi ed acri, della fatica fisica.

La concitazione dell’autore si manifesta anche nel momento in cui avviene una sorta di attenuazione tra il registro linguistico, sintattico e grammaticale di chi dice io (che, di norma, l’autore tiene ben distinto utilizzando un italiano corretto e corrente) e quello del racconto delle gesta dei contadini che lascia intravedere una grammatica ed una sintassi più popolare, quasi a ricalcare il registro linguistico di un dialetto italianizzato. Quando questi due piani sono ben distinti è come se l’autore prendesse le distanze da un passato e da una realtà contadina che non gli appartiene più e che guarda e ricorda a volte con trasognata ironia; altre volte invece, l’autore fa fatica a divincolarsi dal colore di un linguaggio e da una realtà fin troppo familiare, e in quel momento avverti il dolore di un uomo suo malgrado ormai sradicato dalla sua terra, dalle sue origini, dal suo passato e immerso in una struggente malinconia.

Passato e presente si fondono con sofferenza in quel “Stiamo vendendo le terre”, che significa dire addio per sempre ad una parte di sé.

Padreterra, già dal titolo ridesta in noi l’idea di un mondo ancestrale, primordiale, un legame stretto tra uomo e natura; comunemente (o meglio sarebbe parlare di archètipo) l’immagine della terra ha connotati femminili: la Madre Terra, Gaia per i greci, che accoglie nel suo ventre caldo gli uomini che la abitano e, fertile e generosa, dona loro i suoi frutti come farebbe una madre col proprio figlio; in questo caso il legame padre-terra rimane ancora più simbolico e caro all’autore poiché l’amore filiale non può prescindere dall’amore del padre per la terra. Un padre che ha amato i suoi figli, la sua terra, il suo lavoro e che ha trasmesso questo amore al piccolo Pietro; il nanetto grottagliese alterna momenti di passione sviscerata e di deferenza verso questa terra a volte un po’ ingrata ma sempre amata perché permette a Pietro-figlio-bambino di avvicinarsi, di capire, di amare l’uomo che più di tutti ha influenzato la sua vita, il suo caro padre.

Padreterra inoltre delinea i contorni di una persistente società patriarcale del Sud laddove, benché siano soprattutto le donne a lavorare nelle campagne, il potere rimane fermo e saldo nelle mani degli uomini, che si occupano delle mansioni più importanti come vendere, contrattare, comprare, comandare insomma.

Di cosa parla il racconto? Parla di terra, di origini, di vita. E’ il racconto della memoria di un ragazzo grottagliese ormai uomo che sente l’esigenza di rifondare la sua esistenza e rinascere dalle origini. E’ un ribattezzarsi alla fonte della terra, un ricomunicarsi con un passato lontano, amato e sofferto, forse per lenire il dolore struggente che prova un uomo quando si sradica dalla propria terra, dal proprio paese. Allora diventa urgente riconciliarsi; non c’è esperienza più viscerale, intima ed arcaica che quella di ricongiungersi col più primordiale degli elementi, proprio la terra, quella terra rossa ed arsa che tante volte ho visto anche io, quella terra che langue e soffre arroventata dal sole.

I ricordi e le esperienze personali del piccolo Pietro si uniscono e confondono a momenti di vita vissuta del contado grottagliese; la strada che Pietro deve percorrere per diventare adulto nella realtà della campagna grottagliese degli anni 70/80 è attraversata da immagini di uomini, donne, colori e odori forti, sole e fatica. E’ un fanciullo in un mondo di adulti, un piccolo uomo che conserva però la facoltà di immaginare, di fantasticare, di sognare.

Il racconto racchiude tutta una serie di ricordi che appartengono ad una iconografia del Sud popolare e contadina come è facile constatare; iconografia che non ha una connotazione negativa di stasi, affettazione e di bozzettistica cartolina; anzi, ogni parola che viene fuori da questo concentrato di umanità contadina si traduce immediatamente in immagine, franca, schietta. La parola, filtrata dai ricordi dell’autore e innestata sulla quotidianità delle azioni e delle espressioni dei villani, acquisisce visibilità, diventa tangibile, tattile, si traduce in sensazione, in esperienza, in vita.

Vorrei concludere questa mia lettura del testo di Annicchiarico indicando quelli che secondo me sono i passaggi più armoniosi, descrittivi e ariosi del racconto:

la famiglia raccolta intorno al focolare a bruciare “carte”; il compratore che a testa in giù fa una stima approssimativa dell’uva per quantificarla e valutarla; il piccolo Pietro fermo immobile di fronte al suo omonimo dottore; i vicini di casa seduti dinanzi alle abitazioni a fare salotto e pronti a spettegolare; la maestria dei villani e il loro linguaggio esoterico fatto di poche parole, di gesti spicci, di sguardi, di ammiccamenti; il sapere e la saggezza trasfusa dal padre al figlio; la ribellione del giovane a talune convenzioni; l’attaccamento alla famiglia, al lavoro; il racconto dei due serpenti avvinghiati (è noto come l’argomento del sesso, spesso nella cultura popolare assuma una veste puramente fantastica e allegorica, soprattutto in un Sud che conserva ancora molti tabù) ed infine il racconto dell’uomo che, posto di fronte alla tentazione di accaparrarsi un tesoro, a causa della sua avidità rischia di perdere la vera ricchezza, le sue pecore.

Ad un lettore attento non sfuggirà il sapore verghiano di alcuni episodi e soprattutto di talune immagini; per questa ragione, forse, il testo appare così familiare ad una prima lettura; si avvertono profumi e colori già acquisiti nel nostro immaginario e nella nostra esperienza di lettori.

E’ stata la prima sensazione che ho comunicato a Pietro, il quale con mia grande sorpresa mi ha rivelato che di Verga ha reminescenze scolastiche lontane nel tempo, e non stento a crederlo conoscendo i suoi interessi e le sue passioni.

Mi sembra si possa dire che esiste un Sud che si racconta da sé attraverso i suoi figli, direi meglio, attraverso l’amore dei suoi figli.

Sono legata a questo racconto come anche all’autore, motivo per cui la mia non vuole sembrare una riflessione oggettiva, e non lo è. Mi sono soffermata sull’emotività che trasmette secondo me il testo, la genuinità e la freschezza della narrazione tralasciando quelli che possono ravvisarsi come ineleganze formali e stilistiche oltre che sintattiche; in un autore come Pietro, privo com’è di pregiudizi letterari, penso si possa apprezzare qualcos’altro.

Io e Pietro abbiamo in comune il luogo di nascita, il nostro amato/odiato paese; non viviamo più a Grottaglie, ce ne siamo staccati, come molti giovani della nostra età, ma lo portiamo nel cuore.

La vecchina di cui parla Pietro nel racconto me la ricordo bene, la vedevo anche io negli orari più impensati camminare in una strada di periferia, curva, piegata in avanti fino all’inverosimile, vestita di nero; il suo viso non si vedeva neanche racchiuso in un fazzoletto scuro annodato sotto il mento; mi sembrava vecchia e rugosa, ricordo il suo passo caduco ma veloce e la cesta sulla schiena. Quando ero piccola fantasticavo, credevo fosse una fattucchiera che trasportava le sue erbe magiche; mi hanno detto che era una raccoglitrice di cicoria e che la sua schiena si è ridotta così per la consuetudine di stare piegata tutto il giorno a lavorare nei campi.

Padreterra è un racconto che parla di terra, di contadini, di fatica, di vita, di abbandono. Noi siamo andati via da Grottaglie, ma un po’ di quella terra è sempre con noi, ovunque andiamo.


Il racconto Padreterra di Pietro Annicchiarico è disponibile sul sito del comune di San Lazzaro di Savena (Bo) al seguente indirizzo: http://www.comune.sanlazzaro.bo.it/grafio/impesp/pieann.htm

Foto di Pietro Annicchiarico: bambino nel vigneto

Per contattare l’autore: p_annicchiarico@hotmail.com


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