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Il soffio della terra

8 maggio 2009

Il soffio della terraTitolo: Il soffio della terra Regia: Stefano Russo Cast: Fabio De Caro, Enrico Ianniello Fotografia: Rocco Marra Musiche originali: Pasquale Catalano Produzione: Davide Contessa, Marisa Evangelista

E’ la storia di una scelta, della scelta.

Parteciperà ai più importanti Festival internazionali il nuovo cortometraggio di Stefano Russo Il Soffio della terra, proiettato in questi mesi secondo la modalità partecipativa del cinedibattito, voluta dallo stesso regista al fine di stimolare, attraverso il film, una discussione collettiva su una tematica importante come quella del fine vita.

Le proiezioni di Napoli (Marabù Club, 1 marzo) e Roma (Caffè letterario, 28 marzo) hanno contato sulla significativa presenza, oltre che di associazioni impegnate sul fronte dei diritti civili, come l’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti, di un pubblico attento e ricettivo, desideroso di comprendere e confrontarsi su un tema di dolorosa attualità che costringe le coscienze sopite a porsi degli interrogativi.

Paura fondante e naturale dell’uomo, passaggio obbligato e momento finale di una parabola terrena, la morte sembra diventare sempre più estranea alla nostra società che riflette il messaggio dell’invincibilità dell’uomo contemporaneo che attraverso il progresso e la tecnologia si illude di esercitare un pieno controllo sulla natura. La morte ci fa paura, cerchiamo di estrometterla dalle nostre vite, di negarla fino a non sentirla più come un accadimento naturale, eppure è quotidianamente sotto i nostri occhi a ricordarci che non siamo né invincibili né immortali.

Trascurando le considerazioni di ordine etico su un argomento tanto sentito quanto controverso, vorrei soffermarmi esclusivamente sul cortometraggio, quel ganglio artistico in cui la narrazione (la storia in sé) e il narrare (i modi della narrazione) si coniugano attraverso il ricco linguaggio cinematografico. Il mio intervento si pone, quindi, dalla parte della storia narrata solo per suggerire alcune riflessioni sulla dolorosa poesia che scaturisce dal racconto di Stefano Russo e sull’immaginario e i simboli che esso richiama.

Il Soffio della terra narra per immagini la vita e la morte, l’uomo e la natura. Tra frasi sussurrate, suggestioni animistiche e sfumature panteistiche affiora un percorso di vita, una storia fra tante con un finale fra quelli possibili.

Nicola vive in ospedale da anni a causa di una malattia degenerativa che lo costringe a letto e ad un respiratore artificiale. La quotidianità ospedaliera, ricca, nonostante tutto, di relazioni umane e affetti, viene improvvisamente interrotta da un circostanza scatenante che muoverà gli avvenimenti e farà procedere l’azione: l’arrivo di un respiratore portatile.

Ora che ne ha la possibilità Nicola chiede al suo medico e amico Daniele di aiutarlo a realizzare un desiderio: rivedere il mare. La narrazione subisce un’accelerazione e si dirige in tutt’altra direzione, verso una scelta radicale dalla quale il protagonista non vorrà e potrà tornare più indietro.

La struttura binaria della storia permette di isolare due momenti narrativi del corto: in una corrispondenza speculare, pervasa da un sentimento quasi panistico della natura, si contrappongono spazi chiusi e spazi aperti che riflettono le contrapposte categorie di Artificiale/Naturale che, a loro volta, si declinano in due pragmatiche alternative: vita artificiale/morte naturale:

Spazi chiusi/Spazi aperti

Vita Artificiale/Morte naturale

Scienza/Natura

L’ospedale (scienza) e la terra (natura) rappresentano l’incipit e il climax di un filo diegetico in cui le ambientazioni sceniche sono semanticamente funzionali alla comprensione del sottotesto. Le scene girate negli interni raccontano di una vita condizionata, legata artificialmente ad una macchina: una non vita.

Le scene girate in esterna raccontano di un viaggio in una natura viva, a volte prepotente e cruenta, una natura che contempla la morte come congenita e che proprio per questo riflette il ciclo della vita nella sua interezza.

La fotografia e le musiche assecondano in maniera connotativa la dualità del registro narrativo. Il riverbero dell’atmosfera fredda e azzurrina dell’ospedale si contrappone ai colori vividi e brillanti della natura; la poesia si sprigiona dal basso verso l’alto, dalla terra fino al cielo, in un vortice di verde, foglie, brezza.

Le musiche originali di Pasquale Catalano accompagnano con vibrante espressività questa immersione nella natura: esse riproducono la disarmonia tra il respiro umano e quello della terra, l’orecchio avverte due ritmi distinti, due echi che si rincorrono e si sovrappongono. Sono i due battiti, quello della natura e quello dell’uomo.

Lo spettatore percepisce che Nicola è come attirato e guidato verso una meta: il mare, forse! Non sappiamo se il paesaggio marino anelato dal protagonista sia un ricordo, un desiderio, un sogno; sicuramente è un paesaggio della coscienza necessario da raggiungere per sciogliere i nodi della propria esistenza, un luogo dell’anima che si conquista solo a contatto con la natura.

Forse Nicola ha già deciso quando i suoi occhi stanchi si posano sulla porta dell’ospedale che sbattendo lascia intravedere un altro mondo o, quando, in macchina vuole sentire l’aria sul viso nel tentativo di ingoiare il vento e sovrapporlo al suo tenue respiro.

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Il rapporto medico/paziente subisce una trasformazione durante il viaggio verso il mare. Si divarica per sempre lo stato d’animo dei due protagonisti: mentre il medico vive con entusiasmo le potenzialità del nuovo apparecchio di ventilazione che permetterà al suo paziente/amico di vivere una vita più completa e dignitosa, Nicola, intento a raggiungere il suo obiettivo, si distacca sempre più dalla contingenza.

La rottura è totale, il crescendo di rabbia di Daniele nell’intuire le vere intenzioni dell’amico, si contrappone alla quieta fermezza di Nicola oramai totalmente rivolto a quella terra che sente appartenergli più che il respiratore artificiale. Il ritorno verso la natura è un viaggio verso se stessi e in quanto tale è difficoltoso: la terra nuda è dura, pesante, umida, la carrozzina di Nicola arranca sul soffice e spesso tappeto di foglie che rallenta la sua corsa permettendogli di ancorare i suoi pensieri in maniera risolutiva.

Il corto vuole raccontare uno dei possibili percorsi che portano ad una scelta e lo fa piegandosi, secondo le direttive del regista che non si schiera ma racconta, su una curva narrativa poetica ma mai, assolutamente, patetica. La rappresentazione narrativa della scelta passa attraverso l’immagine del confine tra vita e non vita, un confine talmente sottile che copre la distanza di un respiro.

Il regista lascia parlare le immagini delegando ad esse parte della funzione narrativa. Ariose e generose inquadrature si contrappongono a primi piani tesi a indagare più a fondo l’animo dei protagonisti delle cui vite sappiamo molto poco.

Non c’è accanimento e morbosità nella costruzione dei personaggi: poche e decise pennellate delineano i caratteri dei protagonisti con un distacco funzionale ad evitare una immedesimazione epidermica da parte dello spettatore che è costretto a cercare, dentro di sé, un riscontro oggettivo di quanto vede messo in scena.

Il talentuoso Enrico Iannello recita nella parte del medico, personaggio fortemente combattuto tra l’entusiasmo professionale ed una consapevole ed empatica comprensione dei tormenti dell’amico.

Convincente la performance del bravo attore napoletano Fabio de Caro nelle vesti del protagonista che regala un’interpretazione intensa in cui la gestualità, gli sguardi e la fisicità reggono ad arte la rappresentazione di una sofferenza fisica e di uno stato d’animo specchio di una coscienza combattuta. I dialoghi brevi, incisivi, con sfumature sospese di poesia aprono gli spazi necessari alla riflessione dello spettatore.

Le suggestioni etimologiche suggerite dal titolo del cortometraggio, acuiscono il senso poetico di una visione dell’esistenza che, al di là della mera biologia, si diluisce nello spirito dell’universo.

Il soffio richiama alla mente un immaginario polisemantico e ancestrale: il soffio fisiologico della natura, il vento, l’aria (dal greco anemos) da un lato e il respiro biologico dell’uomo dall’altro.

Ma ancora, anemos nella versione latinizzata, il corradicale animus, è andato a indicare la razionalità e l’emotività dell’interiorità umana fino ad acquistare definitivamente, con il diffondersi del cristianesimo, l’accezione di parte spirituale e immortale dell’uomo.

Il soffio è respiro e anima, è vita che permea l’uomo e la natura, è poesia dell’universo.

E se, fra crocicchi etimologici un po’fumosi e digressioni irrorate da un afflato animistico, i pensieri si inarcano distaccandosi dalla prosaicità letteraria e contingente del film, non importa, l’arte fa anche questo, donarci la possibilità di divagare con la mente inseguendo allitterazioni emotive e cognitive.

E’ ora di lasciare Nicola al suo viaggio di ritorno alla natura, a contatto con quella terra di cui vuole sentire il battito e alla quale ha deciso di regalare quel soffio vitale che, secondo una concezione antica, viene espirato fuori al momento della morte.

Nicola si perde nell’anima della natura, il “soffio” artificiale del respiratore lascia il posto al “soffio” di una terra che lo abbraccerà e che respirerà per lui e con lui oramai per sempre.


Articolo pubblicato su Noi tutti Noi il 7 maggio 2009: http://www.noituttinoi.com/?p=702 e su Artoong il 7 maggio 2009: http://www.artoong.net/category/arte/sul-cinema

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