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Sulle scritture femminili del Novecento

16 gennaio 2010

Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile. Sibilla Aleramo, Una donna

Oh le parole prigioniere che lottano furiosamente alle porte dell’anima. Antonia Pozzi

Il Novecento offre un ampio panorama di autrici appassionate e ispirate ma non sempre conosciute. Inquietudini, disagi e isterie sembrano costituire, per una certa critica, l’unica fonte di ispirazione per le donne che cercano una rivalsa nella scrittura o che, più semplicemente, chiedono di essere ascoltate. Questo spazio vuole prestare la voce a quelle donne dimenticate o mal conosciute e rendere omaggio a una scrittura “altra” il cui valore artistico darà al lettore la possibilità di posare lo sguardo su orizzonti di parole dal sapore inedito.

Questi piccoli tributi alle scritture femminili si concentreranno sul Novecento perché proprio gli inizi di questo secolo vedono, per la prima volta, le narratrici intraprendere un cammino ben delineato nell’alveo dell’universo letterario e affermare con incisività una propria identità autorale.

Rotolando in ordine sparso da un romanzo all’altro e sfogliando le foto dei volti più o meno familiari delle scrittrici del secolo appena trascorso, capiterà di sostare per raccogliere qualche riflessione su quelli che si potrebbero definire i tratti distintivi della narrazione femminile.

Le problematiche legate alla donna e la creazione artistica, il riconoscimento di una scrittura al femminile con caratteristiche specifiche, hanno animato, nel corso degli anni, una lunga e appassionata querelle. L’opportunità e la legittimità di teorizzare una letteratura femminile contrapposta alla letteratura maschile è una tematica dibattuta e controversa e, secondo me, di minor rilievo rispetto alle motivazioni che ancora, al giorno d’oggi, non consentono di dare evidenza di percorsi autorali femminili artisticamente eccelsi. Basti pensare a quanto poco, nelle scuole ad esempio, vengano lette le nostre scrittrici del Novecento e a quale posto occupino negli scaffali delle nostre biblioteche casalinghe.

Si discute se esista una sintassi o una grammatica femminile contrapposta a quella maschile o se la mente dell’artista sia androgina o asessuata, ma credo, in ogni caso, che la conoscenza delle scritture femminili possa e debba passare attraverso l’analisi di alcune specificità che definiscono un’alterità articolata e ricca di sfaccettature artistiche e umane.

Chi ha familiarità con le “carte di donne” condividerà la sensazione di ascoltare un intimo e comune sottofondo musicale che ne accompagna la lettura: la profondità dello sguardo narrativo che illumina i personaggi fino a renderli diafani, l’insolente accuratezza nello scandaglio di momenti di intimità familiare, la verbalizzazione più o meno consapevole di percorsi di analisi psicologiche, la memoria usata come condotto narrativo funzionale alla emersione di una sgorgante emotività tattile, l’utilizzo di un linguaggio duttile e scevro da forzature stilistiche che traduce con immediatezza l’urgenza della realtà contingente. Note comuni e percorsi artistici convergenti che hanno svelato il modo di sentire e vivere la realtà attraverso uno sguardo “altro”, invasivo, coraggioso, discernitore che perfora il velo delle apparenze e si incunea nei rigagnoli di verità scomode.

Matilde Serao (1857-1927), Grazia Deledda (1871-1936), Ada Negri (1870-1945), Amalia Guglielminetti (1881-1941), Sibilla Aleramo (1876-1960) sono solo alcune delle autrici venute alla ribalta agli inizi del Novecento. Scorrendo i nomi delle narratrici è facile riscontrare la diffusa abitudine di servirsi di uno pseudonimo, quasi che all’autorato femminile si renda necessaria l’adozione un nom de plume per essere accettate come scrittrici nel circuito letterario maschile.

Agli inizi del Novecento, in effetti, la donna è ancora prigioniera di dogmatiche idealizzazioni ancorate a valori sacri e inconfutabili non compatibili con l’universo letterario. Mascherarsi, quindi, per aggirare la censura sociale e morale che conduce al silenzio o, peggio, a una sorta di riprovazione, è stata, in molti casi, l’unica strada percorribile da parte delle scrittrici, alcune delle quali, hanno utilizzato uno pseudonimo maschile, proponendosi mascolinizzate in una società maschilista che non riconosce alla donna talento creativo e professionalità letteraria.

L’erotismo, la passione, il femminismo, la voglia di indipendenza si fondono nel corpo di una scrittura quasi clandestina perché protetta dall’anonimato di una maschera; il nome fittizio, in questo caso e soprattutto per le donne di un elevato stato sociale, crea un filtro funzionale a evitare lo scandalo negli ambienti di appartenenza.

Forse arbitrarie, ma al tempo stesso stimolanti, le riflessioni che scaturiscono analizzando, in un’ottica squisitamente psicanalitica, la scelta di adottare uno pseudonimo allorché suggeriscono motivazioni spesso inconsce, legate al vissuto della scrittrice, che svelano desideri, mancanze e necessità attraverso la proiezione di un’altra da sé che agisce in sovrapposizione, e spesso in contrasto, con una se stessa socialmente accettata. Funzionale a questo singolare “sdoppiamento”, il nom de plume può divenire, allora, un mezzo per realizzarsi su un piano congiuntivo * e dare voce a un alter ego creativo e fantasioso che esprime liberamente passioni e sogni troppo spesso vietati a una donna.

Nel Novecento la consuetudine di ricorrere allo pseudonimo è ancora profonda. Per citare solo alcuni esempi nell’ambito della letteratura italiana: Rina Faccio scrisse Una donna con lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, Gianna Manzini all’inizio della sua carriera letteraria firmò i suoi articoli con lo pseudonimo di Vanessa, Grazia Deledda ai suoi esordi letterari usava firmarsi Ilia de Saint’Ismael, Lucia Longhi Lopresti – l’autrice di Artemisia– ci è nota con lo pseudonimo Anna Banti. E via di seguito.

Per moltissimo tempo la creatività femminile si è espressa principalmente nella scrittura privata delle lettere e dei diari a causa di fattori storici, ambientali e sociali. Gli ostacoli per la donna sulla via della creazione artistica riflettono, in realtà, il percorso lento e accidentato della storia sociale della donna. Questo stato di cose comincia a mutare con la seconda guerra mondiale; quegli anni videro poco a poco consolidarsi l’autonomia della donna all’interno del mondo letterario di pari passo con la sua emancipazione politica e civile. Il processo di emancipazione, passando attraverso la rivoluzione culturale del 1968, porterà al femminismo degli anni settanta e alle inalienabili conquiste raggiunte nei vari contesti.

All’inizio del Novecento le strade per accedere al circuito letterario erano davvero poche anche per le donne di spiccato talento. Qualche chance in più di riconoscibilità era riservata alle scrittrici legate a uomini importanti che diventavano “garanti” del loro talento in virtù di un legame affettivo. Un’altra strada per guadagnarsi visibilità era quella di offrirsi allo scandalo oltrepassando i limiti della “decenza” perbenista borghese e infrangendo le convenzioni sociali. Le donne più fragili hanno conosciuto opprimenti silenzi, quelle socialmente più disinibite, e quindi “scomode”, hanno conosciuto persino costrizioni claustrali e ricoveri coatti in cronicari o manicomi.

Nelle opere delle scrittrici che vivono e raggiungono la maturità artistica pressappoco nella metà del Novecento si possono ravvisare caratteristiche comuni. Mi riferisco a scrittrici come Maria Bellonci, Paola Masino, Elsa Morante, Alba de Céspedes, Gianna Manzini, Lalla Romano, Natalia Ginzburg, Carla Cerati, Fausta Cialente e moltissime altre narratrici che, anche se cronologicamente lontane, percorrono in parte un iter comune.

Molti i romanzi che rivelano o sottintendono la storia di un difficile quanto sofferto cammino verso la creazione e l’affermazione letteraria. Lontane da convenzioni e da koinè letterarie dominanti, la fedeltà verso se stesse diviene la prima esigenza per queste scrittrici pioniere di un cammino che hanno scelto liberamente, facilitate in questo, probabilmente, dall’essere orfane di una tradizione letteraria femminile. Questo sradicamento ha costituito, nondimeno, un momento costruttivo di instancabile ricerca: la vocazione letteraria di queste narratrici nasce da motivazioni interiori e si declina attraverso una sperimentazione personale lontana da canoni estetici univoci con la conseguenza che ogni percorso si rivela nuovo per ciascuna scrittrice e sempre in divenire, complesso e difficoltoso come la sua essenza e la sua ispirazione.

Ne deriva che l’elemento autobiografico è un ganglio essenziale, ma certamente non esaustivo, della narrativa femminile ma, anche laddove non emerge in maniera esasperata, è stato troppo spesso ritenuto unico momento dell’ispirazione femminile insieme agli eccessivi illanguidimenti amorosi e alle stucchevoli sensibilità a discapito di valutazioni prettamente stilistiche dell’opera.

Le donne, il tempo e la memoria costituiscono un legame strettissimo della narrazione femminile del Novecento: le ricostruzioni e le ambientazioni storiche si sono piegate alle esigenze narrative di molte scrittrici che, lontane da contenutismi e impegni ideologici come voleva, ad esempio, il clima della stagione neorealista, hanno comunicato con una storia sempre attualizzata facendo scaturire sentimenti, passioni e paure che appartengono all’uomo di ogni epoca. Attraverso i personaggi, la Storia si diluisce nell’eterno presente della vita: il tempo lineare si interrompe dinanzi a una dimensione di atemporalità esistenziale, la narrazione effonde un senso ciclico del tempo e rimanda ininterrottamente alla rappresentazione di uomini e donne di ieri e di oggi in un continuum indifferenziato.

Scrivere risponde alla vocazione quasi mistica di essere in contatto con il mondo per aiutare se stessi e gli altri a conoscersi e riconoscersi. La scrittura ha un alto valore fondante per la consapevolezza di sé come donna nella dimensione privata e in quella pubblica. In questo percorso di autocoscienza la donna sente la responsabilità dei traguardi raggiunti e per questa ragione presta la propria voce a coloro che voce non hanno o come scrive Anais Nin : “Non è solo la donna Anais che deve parlare, ma io devo parlare per molte donne”.

Oggi la scrittura femminile si impone con tutta la sua vis creativa ma il senso di inadeguatezza della donna, che cerca affermazione artistica nell’aureo circuito letterario ufficiale, è inchiostro indelebile sulle pagine di molte scrittrici del Novecento che si sono trovate a dovere, quasi, “giustificare” la propria creazione e che sono arrivate a scrivere la propria autobiografia solo in tarda età quando è giunto qualche riconoscimento letterario che ha allontanato lo spettro di una lettura esclusivamente biografica e contenutistica della propria opera.

Abbiamo fra le mani un almanacco incompleto di nomi e volti di artiste, sono riflessi opachi come le parole delle donne che attendono di essere lette.

* Quando parlo di modo congiuntivo intendo stabilire un’analogia e riferirmi al modo verbale congiuntivo che esprime supposizione e potenzialità di contro al modo indicativo che esprime certezza e immanenza, quindi in senso traslato esprime la concretezza e la realtà della vita quotidiana

Fonti e note bibliografiche: Marina Zancan, Il doppio itinerario della scrittura: la donna nella tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998. Neria De Giovanni, Carta di donna, Torino, SEI, 1996. Paola Blelloch, Quel mondo dei guanti e delle stoffe…, Verona, Essedue, 1987. Anna Nozzoli, Tabù e coscienza. La condizione femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze, La Nuova Italia, 1978. Elisabetta Rasy, Le donne e la letteratura, Roma, Editori Riuniti, 1984.

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5 commenti leave one →
  1. 17 gennaio 2010 09:00

    Mi hai messo in moto tante riflessioni con questo tuo post. Grazie.
    .:.

  2. Jessica Carrieri permalink
    17 gennaio 2010 09:35

    Grazie a te per la lettura attenta che mi dedichi 🙂

  3. 10 novembre 2010 14:31

    Lettura molto interessante, approfondirò l’argomento per la tesina della mia maturità.
    🙂

  4. ken permalink
    23 gennaio 2012 17:26

    grazie anche a marina zancan. Ma non tutte le scrittrici hanno avuto lo stesso percorso, sibilla aleramo piu di altre aveva un fuoco che bruciava dentro…

  5. Jessica Carrieri permalink
    12 febbraio 2012 18:08

    sì, concordo

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