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La scatola rossa

7 marzo 2010

<<Credo di averla riposta nel quarto cassetto del comò>>. E quando Clelia diceva “credo” sapeva di mentire.

Scatola Rossa Rettangolare

Nascosta Bene Ricoperta Da Sciarpe Di Lana E Seta

Avvolta In Profumo Di Lavanda

Giace Irrequieta Lontana Dai Suoi Sguardi E Dalle Sue Mani

Succedeva di domenica, in quell’ora del giorno in cui i sensi reggono a fatica luci, rumori e profumi. In quel momento, tra il torpore del corpo e l’abbandono della mente, Clelia si dirigeva verso l’unico posto dal quale desiderava fuggire.

A piedi nudi davanti al comò le bastava chiudere gli occhi e sfiorare il legno per intuirne di nuovo la forma, ricordarne l’odore e l’esatta sfumatura di colore, quel rosso intenso delle ciliege mature. Pregustava con pavido piacere l’attimo esatto in cui, immergendo la mano tra le sete nel cassetto, avrebbe toccato i suoi bordi e avvertito la sua pesante consistenza.

Da quel gesto non si tornava indietro. Con un movimento apparentemente distratto la scatola finiva al centro del letto che pareva un cuore strappato in un prato di latte. La sentiva pulsare. Lentamente si arrampicava su quell’altare immacolato e si sistemava di fronte alla scatola rossa con le gambe incrociate.

Il molle rituale incominciava. Clelia apriva la scatola meccanicamente, con gli occhi socchiusi, respirando l’aroma intenso dei fiori essiccati che il piccolo scrigno emanava insieme ai colori ingialliti di un tempo remoto del cuore.

In ordine sparso, raccolti da spaghi colorati, i ricordi di Clelia giocavano a rincorrersi nella scatola rossa. Strazianti e malinconici, dolci e mansueti, feroci e aggressivi spingevano uno contro l’altro con la vorace smania di saltare fuori dalla scatola e attaccare per primi.

Le mani, per vendetta, affondavano nella scatola provocando una marea scomposta di lettere datate il secolo scorso, imbevute di scritture curvilinee, tonde, arcuate, tremanti, ricalcate, gonfie di ricci e convolvoli: una eco affettuosa dell’accuratezza e dell’emotività giovanile che si diluiva nelle sue mani insieme con il languore della nostalgia.

Il rituale domenicale procedeva di solito con un graduale riconoscimento dello spessore del tempo, determinato da un appello muto di volti cari. Dopo ogni lettera ritornavano, come da un lungo viaggio, gli amori, le amicizie, i legami. Dopo ogni riga fioriva un ricordo che innestava un lento e ipnotico avvicinamento a una Clelia infantile e ostinata che cercava di rammendare, con ago e filo, gli strappi dell’anima.

STOP. Rituale interrotto da una fotografia dimenticata, creduta persa da molti anni.

12 x 15 CM – POLAROID COLORS

BAMBINA CON RICCIOLI BIONDI

ARIA IMBRONCIATA

GIOCA IN GIARDINO

AGOSTO 1979

Clelia avvicinò la fotografia al viso con entrambe le mani. Parecchi respiri dopo, davanti allo specchio, interrogò il suo sguardo: due ombre leggere e due piccole rughe incorniciavano gli stessi occhi castani e la stessa aria imbronciata. Sorrise.

(à l’incontraire)
Specchio
Foto
Cuore
Letto
Legno


Ripose la scatola rossa nel quarto cassetto del comò. Succedeva di domenica.

Quella volta Clelia lasciò che i ricordi danzassero fra loro specchiandosi in un lago di perché.

Nessun ago, nessun filo, nessuno strappo.

Non quella domenica.


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3 commenti leave one →
  1. 7 marzo 2010 18:48

    Ogni foto che una persona scatta o conserva è anche un autoritratto
    -f

  2. 7 marzo 2010 19:11

    Bel racconto, sarebbe stata una splendida microcenturia: peccato davvero.

  3. 8 marzo 2010 12:49

    Mi piace quel “mare” in cui affonda le mani, creando onde concentriche…

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