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Passeggiata n. 1: Edward Hopper

25 luglio 2010

(Io e Alessandro inauguriamo una giocosa collaborazione sul tema dell’arte. Chiacchiere in forma di dialogo durante visite virtuali nei musei, come due turisti o due amici che si ritrovano a commentare e a scambiarsi opinioni sui quadri che catturano la loro attenzione)

Edward Hopper, Chair car, 1965 (collezione coniugi Pal)

25 dicembre 2009, Palazzo Reale – Milano

(L’euforia triste della festa all’ora di pranzo, qualche turista, una panca e Hopper)

J. Che ora è?

A. Sono le 13:15. La mostra l’abbiamo girata tutta. C’è però un dipinto, di cui fino ad oggi ignoravo l’esistenza, che non riesco a togliermi dalla testa. Torniamo nella stanza 5. Guardiamolo di nuovo.

J. Lo senti quanto stride questo quadro muto? E’ afono, quasi soffocato da un pennello intinto nella pesante solitudine del quotidiano. Vi trovi la solitudine e, poi, la solitudine di chi guarda la solitudine altrui. E ci siamo noi, seduti, come i viaggiatori ritratti da Hopper, che sorvegliamo la solitudine dei loro volti e alla fine ci anneghiamo dentro.

A. Siamo come quella luce breve ma meticolosa che colpisce il centro del dipinto. Una luce che divide implacabilmente le persone nel quadro e dividendole le fa sentire, paradossalmente, a casa: ognuna di esse distratta dal suo vizio prediletto. La solitudine deve essere questo dividere e rasserenare, al tempo stesso. Anche osservare, sbirciare, decifrare la solitudine altrui offre un impavido calore allo sguardo: l’occhio dello spettatore viene prima allontanato e ripartito, poi riavvicinato da quella luce dalle spesse geometrie ma, a suo modo, tagliente.

J. In questo dipinto la solitudine ha il colore del sole, è stretta come le pareti di un  treno e squadrata come i rettangoli dorati che una luce solida proietta attraverso i finestrini della carrozza. Tu di che colore avresti dipinto la solitudine?

A. Non riesco a legare la solitudine a dei colori specifici o all’idea, generica, di colore. Se penso alla solitudine penso alla cornice di un quadro, alla mosca che passa vicino a una tela e ci proietta sopra l’ombra per il baluginare di un secondo, al pittore che si allontana dal quadro quando questo è terminato e se ne sente orfano. Perché il colore che troviamo dipinto è una scelta, l’incontro di qualcuno con la materia e lo sposalizio fragile di questa con un’idea: nella solitudine ci si trova gettati su una scelta già avvenuta. Ecco, forse un plumbeo e denso grigio, raggrumato sulla tela come un edificio privo di ombre, può farmi venire in mente quell’aspetto precipuo della solitudine che è l’abbandono.

J. E’ un brillore fioco che riposa tra le ciglia la solitudine e diventa, poi, polvere diffusa che si sedimenta sotto lo sguardo altrui. E’ la luce di questo quadro, costretta in forme nette, distinte, definite. Rigida e contratta come il collo della viaggiatrice che si torce per sbirciare e muta come una porta senza pomello. E’ il riverbero verdognolo dell’intimità, il barbaglio affievolito dall’avanzare della notte.

A. Sì. Hai fatto caso come, nel quadro, l’unico personaggio della “scena teatrale” che desti interesse negli altri stia semplicemente leggendo? Come se per Hopper l’unica attività umana degna di attenzione, almeno durante questa tipica solitudine pubblica, sia una chiusura in se stessi che sia anche un’apertura verso un mondo narrato da altri. Tutti gli altri personaggi hanno atteggiamenti in apparenza più liberi (sguardi vaganti, posture disinvolte) ma, in fondo, sono rinchiusi in una solitudine senza mondi da esplorare: la lettrice è rigida e ferma ma richiama tutta l’attenzione sulla scena. Ci sono spazi liberi e aperti nella sua rigidezza.

J. La fissità momentanea e vibrante della lettrice è determinata dall’attesa, potrebbe essere la protagonista di un film e questa essere l’inquadratura iniziale della scena di un lungo viaggio. Un fotogramma silenzioso, una sospensione, un anfratto di solitudine prima di respirare di nuovo la vita, fuori dalla scatola che scivola silenziosamente sui binari. Lei ne è consapevole e si attarda tra le parole, prima di abbandonarsi con tutta se stessa alla promessa di un abbraccio desiderato.

Che silenzio, sembra non ci sia più nessuno. Si deve essere fatto tardi, che ora è?

A. Ah. Sono passati già venti minuti da quando siamo ritornati a guardare il quadro. Non me ne ero neanche accorto.

J. Ho fame, andiamo a rimediare il pranzo di Natale?

______________________________

Forse io non sono molto umano.
Tutto quello che volevo fare era dipingere
la luce del sole sul lato di una casa.
Edward Hopper
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One Comment leave one →
  1. 25 luglio 2010 12:26

    L’arte è una sensazione, un modo di vedere e di interpretare tramite i propri filtri mentali..

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