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Passeggiata n. 2: Ernst Ludwig Kirchner

8 agosto 2010

(Continua la collaborazione tra me e Alessandro sul tema dell’arte. Il dialogo fra due lettere puntate si svolge, questa volta, a Düsseldorf)

Ernst Ludwig Kirchner, Two Women in the Street, 1914

22 Agosto 2007, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

(Caldo, ressa di turisti, guida in lingua tedesca)

J. Ascolto questa lingua robusta e invadente che si dilata, amplificandosi, nelle stanze dai soffitti così alti. E mi prende alla gola, quasi mi soffoca, insieme ai turisti che si accalcano intorno alla guida tedesca dalla voce stridula.

A. È un effetto strano, sì, come se intorno ai dipinti avessero messo un’ulteriore cornice. Una cornice vagolante, ma densa e opaca come una nube che annulli le distanze tra i visitatori nascondendo gli uni agli altri. È una voce che sembra dare un prolungato allarme: non si sa contro cosa e non si sa per salvare chi. E in questa incertezza ci chiude nel suo cerchio. Ci mette le mani sul collo, come le opere di Kirchner in questa stanza.

J. Il colore denso e il tratteggio pesante di questa tela sono asfissianti; il verde striato di nuances acide ricopre e svela, a un tempo, una città notturna e i suoi abitanti. I corpi appaiono irrigiditi per l’effetto del taglio sbieco delle forme geometriche in cui Kirchner li costringe. Non vi è nessuna concessione alla rotondità, alla sinuosità e alla morbidezza neanche per il corpo della donna che diventa sferzante e tagliente, privo di ogni rassicurante amenità. Le curve si allungano distorcendosi fino a diventare linee irregolari e pungenti. I personaggi sono congelati in una posa, in un’attitudine metropolitana consueta, a metà tra l’indifferenza e la perseverante solitudine. I volti sono indecifrabili come il legame di questi uomini con la città, nei vicoli della quale si stagliano come figure senza carne né sangue.

A. È la folla meccanica e sghemba di cui scrive Baudelaire, costretta in gesti ripetitivi e che manifestano un costante disturbo, pur nel conforto delle azioni infinitamente uguali a se stesse. Gli unici elementi di morbido calore nel quadro sono le frivole piume dei cappelli e lo sguardo scambiato dalle due donne in primo piano. Ma, se osservi meglio, ti accorgi che anche quello sguardo possiede qualcosa di meccanico e stereotipato: è un vile e umidiccio rapporto di dominazione quello tra la donna di statura minore e la più slanciata. Uno sguardo fragile che ricerca rassicurazioni e uno sguardo di vitrea supponenza. Quello che sembra un legame è solo gerarchia, una replicazione della medesima gerarchia che intercorre tra i personaggi di primo piano e quelli di sfondo: anche in un ipotetico contatto umano, attraverso la grande e liquida umanità degli occhi, non c’è salvezza. Solo distanza.

J. Gli abiti e gli accessori che riflettono, nel dettaglio, la moda dell’epoca acuiscono la sensazione di livido languore che proviene da una città imbellettata ma ammalata. Il trionfo dell’apparenza ma anche del mascheramento. I volti sono impenetrabili  sotto i pesanti cappelli, l’espressività umana è ridotta a un’ombra. Ognuno procede sulla sua strada, anonimamente. Gli uomini e le donne di Kirchner sono manichini che sfilano nella notte rigida, escono da un fumoso locale notturno o adescano clienti sotto la luce artificiale di un lampione.

A. Mi incuriosisce quella porta sulla sfondo. Ci sono due soglie nel quadro. Una è quella porta, che divide il dipinto da ciò che è esterno al dipinto e, al tempo stesso, erige nella mente dello spettatore l’ambiente sordido da cui provengono le due figure sullo sfondo; l’altra soglia è data dallo iato – generato dalla prospettiva – che si crea tra i due gruppi di personaggi. I due sullo sfondo hanno la fretta del consumo, uscendo da quel locale immaginario e immaginato; nelle due donne in primo piano il consumo è invece quello dei corpi, metaforico ma anche fisico, perché è come se con la loro presenza sulla tela consumassero e annullassero i corpi delle figure poste sullo sfondo. Consumo, consunzione, degradazione. Questo dipinto ha un potente impianto unitario che non lascia scampo alla vista.

J. La porta sullo sfondo mi fa pensare a un punto di fuga, a una sosta obbligata per lo sguardo dello spettatore e a un ricovero cercato dai personaggi, quasi una speranza di umana condivisione ma, allo stesso tempo, una indulgenza alla disperazione. E’ una promessa non mantenuta, un inganno, una trappola cittadina, una prigione che relega e divide ogni essere umano, lasciandolo alla fine da solo in balia degli incubi silenziosi che evaporano lungo le strade notturne gelide di bruma.

A. Essere in due, come le due figure in primo piano, è possibile ma al costo di accettare il compromesso dell’automatismo nella vicinanza, sembra dire Kirchner, al costo di far finta che la ripetizione della azioni non corrisponda alla genericità della comunanza umana e che la società non sia una sorta di lingua costituita da sparute parole fredde e dure. Forse l’ossessione di Kirchner è proprio in questo guardare con occhi spalancati la comunanza umana, l’affollarsi di corpi e vite e città furiose, e nel ritrarsi immediatamente dopo con la certezza di non avere nulla tra le mani. È possibile che in ciò si trovi l’origine della ripetitività ostentata da Kirchner nelle opere di questo periodo: è come se ad ogni dipinto il suo sguardo ritornasse vergine, per eccesso e saturazione del sentire, e ricominciassero a comparire sulla tela linee sghembe, colori velenosi, figure incerte.

J. I fantasmi screziati delle tele di Kirchner si dileguano nella notte di Düsseldorf come suoni in lontananza mentre, lentamente, ci avviamo all’uscita della mostra. Rimangono sospese nell’aria le sue parole che ci accompagnano sulla via del ritorno: “Se ci fosse qualcuno. Qualcuno. Almeno uno. Almeno. Per camminare insieme, per parlare insieme, per giocare insieme. Se non si fosse soli, così soli. Se non si fosse i soli a morire in questa città. Se ci fosse qualcuno, uno almeno, almeno un altro. Per avere meno paura. Per avere paura insieme”.

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