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Gomitolo n. 9. La finestra dell’indiano

19 agosto 2010

Abito in un palazzo popoloso. Un quadrato con finestre quadrate e un verde quadrato al centro:  un cortile curato sul quale si affacciano le strette cucine romane a forma di elle dei pesanti appartamenti dalle mura spesse. E’ un palazzo del “ventennio” in cui tutto è troppo alto: l’androne, le scale, i soffitti, con la conseguenza che, a volte, mi dà l’idea di essere abitato da persone troppo piccole.

La tapparella della finestra della cucina è l’unica di tutta la casa che non abbasso mai. Nelle altre stanze inseguo l’intimità proteggendola dietro gli scuri e le penombre. Tutta la mia cucina, invece, è una finestra sul cortile.

Quando la sera torno a casa mi soffermo a guardare lo smog che si scioglie nel lavandino e con fare risoluto affogo i rumori cittadini sotto la doccia, lego i capelli in una coda alta e mi affaccio a piedi nudi alla finestra della cucina.

Guardo in faccia gli alberi del cortile e, quando nelle case si accendono le luci, riesco a cogliere quei gesti intimi delle consuetudini domestiche. Quel trafficare fra pentole e fornelli diviene familiare, sera dopo sera: il bicchiere che cade frantumandosi, il bambino che piange perché non vuole mangiare, la televisione dei nonni con il volume troppo alto e gli schiamazzi degli studenti fuori corso. Respiro qualche minuto tra le foglie degli alberi e mi impregno delle voci che salgono piano dalle case insieme agli odori della cena.

Vivere da solo ti porta inevitabilmente a stabilire un rapporto stretto con la casa che impari a conoscere in ogni suo più insignificante gorgoglio, forse perché non è coperto dalle voci dei genitori, del marito, dei bambini o dei coinquilini. E La casa, docilmente, asseconda le tue abitudini, risponde ai richiami, accoglie i tuoi orari sregolati, culla la tua malinconia ed essa stessa diviene la forma concava e convessa della solitudine, un po’ come la grande città che accoglie e respinge, ti annette e ti isola ad un tempo.

Cucinare e apparecchiare in cucina, lentamente, mi dà il tempo di chiudere con la giornata appena trascorsa e ritornare a me.  Con la musica in sottofondo mi siedo a tavola di fronte alla finestra e sorseggio un po’ di vino prima di cominciare a mangiare.

E’ in uno di questi momenti che l’ho rivisto il ragazzo indiano dai lunghissimi capelli neri che lavora nella frutteria sotto casa. Seduto, con i gomiti sul tavolo, guardava pensieroso il suo piatto. E’ solo da qualche giorno che mi sono accorta della sua presenza dall’altro lato del cortile, non so da quanto abiti  lì.

Per una settimana abbiamo cenato alla stessa ora. Quella sera però era più tardi del solito, non c’era la luna e cominciava a far freddo ma non ho chiuso la finestra. Ho mangiato senza fretta mentre il cellulare nell’altra stanza squillava incessantemente. Sembravamo due invitati ad una cena che siedono allo stesso tavolo pur non conoscendosi. Poi, d’improvviso, si è alzato ed è sparito; dopo qualche minuto è ritornato sostenendo una donna con un pancione enorme che faceva fatica a tenersi in piedi. La sorreggeva per la vita mentre le faceva bere un bicchiere d’acqua. Poi sono andati via, lentamente, nel buio. Il ragazzo è tornato a tavola con aria preoccupata, ha mangiato svogliatamente mentre io avevo già finito. Per un attimo i nostri sguardi si sono incontrati e allora mi sono alzata ma non ho sparecchiato, ho lasciato la luce accesa  in cucina e sono andata in un’altra stanza, seguita dal suo sguardo un po’ triste.

Nelle sere successive la luce della finestra dell’indiano è rimasta spenta. Qualche giorno dopo sono entrata nella sua frutteria e, prima di andar via, mentre mi passava la busta con la spesa gli ho chiesto: <<Come sta la signora?>>.  Lui ha alzato lo sguardo e il suo viso è diventato tutto un sorriso. Mi ha risposto emozionato: << Ora bene, è nato Kamir, il nostro bambino>>. Ho  sorriso anche io abbassando lo sguardo e gli ho fatto gli auguri mentre andavo via.

Dopo circa dieci giorni la finestra dell’indiano si è illuminata di nuovo. Io ero con il mio bicchiere di vino, lui con il piccolo in braccio che cullava con vigore nel tentativo di sedarne il pianto. La sua tavola era apparecchiata, il piatto ancora intonso.  Mi è venuto da sorridere pensando che le nostre cene tête à tête, oramai, erano terminate. Lui mi ha sorriso dall’altro lato del cortile. Mi sono alzata e ho sparecchiato, ho lasciato la luce accesa in cucina. Sono ritornata per spegnerla, come ogni sera,  prima di andare a letto.

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10 commenti leave one →
  1. 19 agosto 2010 19:54

    grazie per averci invitato a queste cene.

  2. 19 agosto 2010 20:56

    Un film.

    Meno male che non ci sono donne seppellite nel cortile…

  3. aranciaverde permalink
    20 agosto 2010 11:34

    Ma quanto mi piace come scrivi e quello che scrivi!

  4. 20 agosto 2010 12:48

    Ho portato una bottiglia di vino per la cena..

  5. Jessica Carrieri permalink
    20 agosto 2010 13:13

    Arancia, mi emoziono sempre un po’ quando mi commenti:) grazie molte

  6. Jessica Carrieri permalink
    20 agosto 2010 13:14

    Elena buon vino e buonissima compagnia, cosa volere di più? La prossima volta che vieni a Roma brindiamo insieme 😉

  7. Peppermind permalink
    21 agosto 2010 18:27

    Il mormorio di una casa, che diventa un dialogo, e un incontro… così, naturalmente… bello.

  8. Jessica Carrieri permalink
    22 agosto 2010 08:54

    grazie Pepper 🙂

  9. 24 agosto 2010 13:24

    Delizioso 🙂

  10. Jessica Carrieri permalink
    26 agosto 2010 09:16

    grazie, molto gentile 🙂

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