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Gomitolo n. 11. Taglia e incolla

10 novembre 2010

Quando ero bambina ritagliavo i ricordi degli altri e me li cucivo addosso.

Un lavoro di ricerca e selezione sapiente, laborioso, per niente sminuito dalle capacità dell’età infantile, a cui mi dedicavo quando a casa si tiravano fuori le lise fotografie in bianco e nero,  indurite e sbiadite, dei parenti dai nomi curiosi e dalle fogge improbabili.

Ritratti di uomini con la brillantina in posa sorniona e di donne esili con i capelli tirati in crocchie severe. E poi le foto di famiglia, quelle in cui i maschi sono in piedi e le femmine sedute e braccia conserte e schiene ritte. Fotografie mute, strozzate dal tempo, eppure a me sembravano raccontare quando col naso affondavo nella scatola che sapeva di canfora e respiravo quel giallo antico.

La ricerca e selezione dei ricordi proseguiva quando andavo a fare visita ai miei bisnonni.

Il papà di nonna viveva in una casa antica che profumava di cedro e lavanda, con mobili di legno intarsiato, divani di velluto fiorato e tende in macramè. Tuttavia, l’oggetto che attraeva sempre la mia attenzione era un vecchio grammofono che non mi era permesso toccare e così, mentre bevevamo l’aranciata fatta in casa, chiedevo insistentemente al bisnonno di farlo suonare perché mi piacevano tanto le note annunciate dallo sfrigolio dell’usura. Questo mio bisnonno era alto, canuto e sempre vestito come fosse domenica e, senza che glielo chiedessi, mi raccontava di quando portava in giro la famiglia col piccolo calesse e di quanto amasse i cavalli e cavalcare. Parlava con me ma non mi guardava, quasi mai.

Il salotto dell’altro bisnonno, papà di nonno, che chiamavo Tata, profumava invece di origano e, quando andavo nella sua casa senza soprammobili, mi preparava due friselle con i pomodori rossi. Anche Nonnotata aveva tante cose da raccontarmi; i suoi ricordi erano più vivaci e allegri dell’altro nonno e tristi allo stesso momento. Magrissimo, rugoso e piccolo, si appoggiava a un bastone che faceva roteare come Charlot per farmi ridere; mi parlava di quando in famiglia il companatico era un lusso e mimava con l’accento e le movenze i soldati tedeschi, anche se quando ero piccola mica lo sapevo chi erano i tedeschi, ma pensavo fossero persone con un po’ di tic da come il Tata me li raccontava. E a 4 anni mi aveva insegnato Bella Ciao.

Poi andavo a casa e le storie si confondevano sotto il cuscino prima di addormentarmi.  Si accavallavano nomi e racconti mentre stabilivo, tra il sonno e la veglia, relazioni inesistenti fra volti ritratti nelle foto e persone di cui avevo sentito parlare.

Alla domenica, poi, quando ci si ritrovava con i cuginetti per il pranzo in campagna dai nonni, tiravo fuori le mie storie, al pomeriggio presto, mentre i grandi riposavano. E, dal momento che ero la più grande, mi divertivo proprio tanto a tenere quella piccola folla in balia della mia più sfrenata fantasia.

E inventando e raccontando, vantavo di conoscere la storia della cugina Marta, donna bellissima, che era andata a vivere in America perché un uomo molto ricco la aveva chiesta in sposa. Del prozio Alfredo che era diventato dottore e di Filippo che dopo aver litigato col padre  se ne era andato in giro per il mondo a suonare il sassofono.

Una volta però passai il limite e raccontai a un mio cuginetto che il suo papà non era il marito di sua mamma, ma che, in realtà, il suo vero papà era Lorenzo, un altro zio alla lontana, che se era andato ad abitare in Australia quando lui era appena nato e che ne ero sicura perché avevo visto le foto in cui lo teneva in braccio ed erano “uguali uguali”.

Me ne pentii subito dopo anche se non lo feci con cattiveria; di quel giorno ricordo bene  il pianto a dirotto di mio cugino e il rumore degli zoccoli di mia nonna che si avvicinavano velocemente e lei che mi rincorreva con un cucchiaio di legno mentre scalza affondavo con i piedi nella terra rossa bollente delle due del pomeriggio, inseguita dalle galline, in libera uscita a quell’ora.

Le presi per colpa del cuginetto piagnone ma non smisi di raccontare storie, anche se, da quel giorno, lasciai perdere l’albero genealogico di famiglia.

Di lì a poco un’amica di famiglia mi regalò il primo libro. Lo lessi tutto, velocemente e in affanno.

Mi disse che dalla lettura non si tornava più indietro e anche se ero piccola io capii cosa voleva dire. Da quel momento i libri mi avrebbero permesso di prendere in prestito parole, tante, tutte diverse, rimestarle per inventare nuove storie.

E da allora è stato così.

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12 commenti leave one →
  1. Neurotico permalink
    10 novembre 2010 13:29

    M’hai ricordato quando da piccolo andavo a casa degli zii, che mi raccontavano le storie di famiglia. Che purtroppo ho dimenticato per la maggior parte. Mi rimangono i libri, però.

  2. 10 novembre 2010 13:48

    Leggere i tuoi post è tonificante per l’anima. Per qualche minuto si viene trasportati in una dimensione che sa di atemporalità e adesso ho capito il perché. 🙂

  3. crisss permalink
    10 novembre 2010 14:04

    sorprendente donna. Lov amica mia.

  4. Jessica Carrieri permalink
    10 novembre 2010 14:11

    Antonio e ti par poco? 🙂

  5. Jessica Carrieri permalink
    10 novembre 2010 14:14

    Mi hai scritto una cosa bellissima Elena, atemporale sa di sempre, di ciclico, di nascita, forse perché siamo donne il tempo lo sentiamo sempre come uno stato d’animo piuttosto che come cronaca, non so 🙂

  6. Neurotico permalink
    10 novembre 2010 14:44

    No, non è poco.
    Ma vorrei non avere solo reminiscenze.
    Ed i ricordi di un altro, sotto forma di libri.
    🙂

  7. 27 novembre 2010 17:50

    L’abilità del far nascere una storia nella storia e soprattutto di saperla raccontare è un dono straordinario.
    E tu, indubbiamente, ce l’hai.

  8. Peppermind permalink
    27 novembre 2010 22:10

    Scrivi poco… mannaggia.
    Ha ragione Elena, proietti in un mondo che sembra non esistere, eppure lo senti che esiste.

  9. Jessica Carrieri permalink
    27 novembre 2010 22:42

    Elle se queste parole mi arrivano da te e dalla tua penna delicata e sognante ne sono onorata :*

  10. Jessica Carrieri permalink
    27 novembre 2010 22:45

    Forse Pepper un po’ come quei momenti che ricordiamo bene ma non riusciamo a capire se li abbiamo vissuti davvero o solo sognati

  11. 9 dicembre 2010 18:23

    Com’è bello aprire lo scrigno e lasciarsi trasportare dai colori, i sapori, gli odori, i volti, le storie che ci hanno formato.
    Grazie per avere condiviso i tuoi.

  12. Jessica Carrieri permalink
    11 dicembre 2010 14:15

    Grazie a te tener1 sei molto gentile 🙂

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