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Seicento chilometri a Natale

24 dicembre 2010

Torcevo il collo in maniera impercettibile spingendo lo sguardo verso il lato del conducente per controllare di continuo l’orologio digitale sul cruscotto, il contachilometri e l’indicatore di velocità. E in quell’allineamento di numeri che variavano di poche unità ogni volta che spegnevo una sigaretta, mi perdevo in un torpore tiepido e sordo che lasciava fuori il mio amico che guidava ormai da ore. Così, perché Luca mi sentisse presente, aprivo con cadenza regolare il finestrino e facevo entrare l’aria gelida di quel dicembre infinito e presuntuosamente piovoso.

Luca passò a prendermi quel pomeriggio della vigilia di Natale, verso le cinque. Ero preoccupata e dispiaciuta per non aver pensato, anche solo per un momento, a quella eventualità. Doveva nascere all’inizio del nuovo anno e, invece, Elena mi chiamò dopo pranzo per dirmi che aveva le contrazioni e andava in ospedale.

Attraversammo diversi paesi prima di imboccare l’autostrada. Tutti accesi di luminarie di ogni sorta, brulicanti di passi svelti, affollati di bocche rumorose e scoppiettanti come pop corn in un tegame bollente. Sprofondata nel sedile sorridevo davanti a quel paesano balletto scomposto nel quale riconoscevo le timide aspettative e le speranze, camuffate da istituzionale eccitazione prenatalizia, che siamo soliti affidare agli ultimi giorni dell’anno. Mi sorprendevo ogni volta nel constatare quanta gente a Natale affollasse i paesi del sud nei quali anche io ritornavo, in fondo, per prendere parte al clima festoso e familiare della mia terra che profumava di buono in ogni suo vicolo fra vapori di olio fritto e zucchero sciolto dei dolci tradizionali.

Arrivammo in ospedale alle undici passate. Era già nato.

La stanza di Elena era calda e Il suo viso nascosto dal camice del medico che la stava visitando. Sentivo il suo profumo. Lentamente si spostò verso un lato del letto e ci guardammo. Aveva gli occhi gonfi e lucidi, era visibilmente stanca, ma tranquilla. Mi sorrise e io finalmente mi rilassai cercando di rimanere dritta sulle gambe che un po’ cedevano. La vidi farsi concava e allargare le braccia  mentre l’infermiera ci passava accanto con suo figlio in braccio. E poi divennero una cosa sola, morbida e calda, mentre, incuranti degli astanti, si abbandonavano l’uno all’altra quasi addormentandosi.

Elena e Francesco riempivano tutta la stanza, completamente. Incorporea, come se avessi ingoiato una nuvola di euforia che non mi faceva quasi toccar terra, spinsi piano Luca verso la porta. I nostri abbracci potevano aspettare. Era più importante per loro vivere da soli quel momento esatto in cui si erano trovati, ormai, per tutta la vita. Elena lo aveva atteso, voluto, amato da subito, anche quando il suo compagno l’aveva lasciata molti mesi prima. Elena, caparbia, che aveva lavorato fino all’ultimo momento per ingannare l’attesa e non farsi fagocitare dall’ansia, dalle mancanze e dalla solitudine. Elena che bastava a se stessa anche se condivideva tutto con me. Elena, la mia amica, che era diventata mamma e lo sarebbe stata per sempre.

Guardavo gli occhi umidi del mio amico sempre composto e mi sentivo felice. Sedemmo su una panchina a bere cioccolata calda e merendine del distributore automatico. E mentre le nostre chiacchiere in dialetto e le nostre risate riempivano quel corridoio vuoto, mi resi conto che noi assegniamo quasi sempre al Natale una dimensione temporale, più o meno consapevolmente.

Ma in quell’ospedale non abitato dal tempo dove la mezzanotte era passata senza regali, fuochi di artificio o laute cene in compagnia, per la prima volta, pensai al Natale come a uno spazio.  Anzi, forse aveva a che fare con qualcosa di simile alla geometria: la circonferenza di un abbraccio, le pareti quadrate di una stanza asettica, una strada asfaltata che, come una linea immaginaria, unisce i punti della nostra più esposta emotività disegnando la mappa di una memoria affettiva. Proprio come quel nostro Natale che, cominciato da una indicazione stradale, era la proiezione di una direzione, il risultato di uno spostamento nello spazio, dal sud al nord, lungo seicento chilometri.

Buon viaggio o, se preferite, buon Natale.

Questo è il mio piccolo contributo per il PslA (Post sotto l’albero), una bellissima raccolta di scritti e immagini sul tema del Natale che ogni anno il Sir impacchetta e ci regala.

Scaricatelo, leggetelo e regalatelo perché ha un buon profumo.

Scarica qui il Psla 2010

Gomitolo n. 11. Taglia e incolla

10 novembre 2010

Quando ero bambina ritagliavo i ricordi degli altri e me li cucivo addosso.

Un lavoro di ricerca e selezione sapiente, laborioso, per niente sminuito dalle capacità dell’età infantile, a cui mi dedicavo quando a casa si tiravano fuori le lise fotografie in bianco e nero,  indurite e sbiadite, dei parenti dai nomi curiosi e dalle fogge improbabili.

Ritratti di uomini con la brillantina in posa sorniona e di donne esili con i capelli tirati in crocchie severe. E poi le foto di famiglia, quelle in cui i maschi sono in piedi e le femmine sedute e braccia conserte e schiene ritte. Fotografie mute, strozzate dal tempo, eppure a me sembravano raccontare quando col naso affondavo nella scatola che sapeva di canfora e respiravo quel giallo antico.

La ricerca e selezione dei ricordi proseguiva quando andavo a fare visita ai miei bisnonni.

Il papà di nonna viveva in una casa antica che profumava di cedro e lavanda, con mobili di legno intarsiato, divani di velluto fiorato e tende in macramè. Tuttavia, l’oggetto che attraeva sempre la mia attenzione era un vecchio grammofono che non mi era permesso toccare e così, mentre bevevamo l’aranciata fatta in casa, chiedevo insistentemente al bisnonno di farlo suonare perché mi piacevano tanto le note annunciate dallo sfrigolio dell’usura. Questo mio bisnonno era alto, canuto e sempre vestito come fosse domenica e, senza che glielo chiedessi, mi raccontava di quando portava in giro la famiglia col piccolo calesse e di quanto amasse i cavalli e cavalcare. Parlava con me ma non mi guardava, quasi mai.

Il salotto dell’altro bisnonno, papà di nonno, che chiamavo Tata, profumava invece di origano e, quando andavo nella sua casa senza soprammobili, mi preparava due friselle con i pomodori rossi. Anche Nonnotata aveva tante cose da raccontarmi; i suoi ricordi erano più vivaci e allegri dell’altro nonno e tristi allo stesso momento. Magrissimo, rugoso e piccolo, si appoggiava a un bastone che faceva roteare come Charlot per farmi ridere; mi parlava di quando in famiglia il companatico era un lusso e mimava con l’accento e le movenze i soldati tedeschi, anche se quando ero piccola mica lo sapevo chi erano i tedeschi, ma pensavo fossero persone con un po’ di tic da come il Tata me li raccontava. E a 4 anni mi aveva insegnato Bella Ciao.

Poi andavo a casa e le storie si confondevano sotto il cuscino prima di addormentarmi.  Si accavallavano nomi e racconti mentre stabilivo, tra il sonno e la veglia, relazioni inesistenti fra volti ritratti nelle foto e persone di cui avevo sentito parlare.

Alla domenica, poi, quando ci si ritrovava con i cuginetti per il pranzo in campagna dai nonni, tiravo fuori le mie storie, al pomeriggio presto, mentre i grandi riposavano. E, dal momento che ero la più grande, mi divertivo proprio tanto a tenere quella piccola folla in balia della mia più sfrenata fantasia.

E inventando e raccontando, vantavo di conoscere la storia della cugina Marta, donna bellissima, che era andata a vivere in America perché un uomo molto ricco la aveva chiesta in sposa. Del prozio Alfredo che era diventato dottore e di Filippo che dopo aver litigato col padre  se ne era andato in giro per il mondo a suonare il sassofono.

Una volta però passai il limite e raccontai a un mio cuginetto che il suo papà non era il marito di sua mamma, ma che, in realtà, il suo vero papà era Lorenzo, un altro zio alla lontana, che se era andato ad abitare in Australia quando lui era appena nato e che ne ero sicura perché avevo visto le foto in cui lo teneva in braccio ed erano “uguali uguali”.

Me ne pentii subito dopo anche se non lo feci con cattiveria; di quel giorno ricordo bene  il pianto a dirotto di mio cugino e il rumore degli zoccoli di mia nonna che si avvicinavano velocemente e lei che mi rincorreva con un cucchiaio di legno mentre scalza affondavo con i piedi nella terra rossa bollente delle due del pomeriggio, inseguita dalle galline, in libera uscita a quell’ora.

Le presi per colpa del cuginetto piagnone ma non smisi di raccontare storie, anche se, da quel giorno, lasciai perdere l’albero genealogico di famiglia.

Di lì a poco un’amica di famiglia mi regalò il primo libro. Lo lessi tutto, velocemente e in affanno.

Mi disse che dalla lettura non si tornava più indietro e anche se ero piccola io capii cosa voleva dire. Da quel momento i libri mi avrebbero permesso di prendere in prestito parole, tante, tutte diverse, rimestarle per inventare nuove storie.

E da allora è stato così.

Gomitolo n. 10. La sedia a dondolo

18 settembre 2010

Ci guardammo per l’ultima volta attraverso il vetro graffiato della metropolitana.

Non ci furono altre parole fino a un sabato mattina di dodici anni dopo.

Risposi al telefono fiaccamente mentre cercavo di distanziarmi dal sonno sfuggendo alle coperte, con gli occhi ancora chiusi e le mani molli.

Mi arrivavano parole avvolte nel cellophane e faticavo a capirne il senso, ma più quella voce si faceva nitida, più la stanza riacquistava tutti i colori del giorno.

Avevamo condiviso un rapporto denso e spudoratamente simbolico: il primo amore, per entrambi. Eravamo cresciuti dentro un sentimento che ci modellava ogni giorno, che ci scopriva sempre in attesa e desiderosi di appellarci con forte slancio al non ancora vissuto.

Era in città e sarebbe passato per un saluto.

Un’ora prima dell’appuntamento ero pronta. Mi ero truccata lentamente in una di quelle giornate in cui il colore si stende pieno sulla pelle riposata, i capelli prendono docilmente la piega sotto i gesti addestrati dalla consuetudine e hai un nuovo paio di scarpe mai ancora indossato.

La caffettiera era già pronta sul fornello e, dopo la seconda sigaretta spenta a metà nel posacenere smaltato di rosso, io avevo il ghiaccio nel sangue.

Mi misi seduta sulla vecchia sedia a dondolo, ampia e accogliente, un po’ una cuccia un po’ capriccio. Mi dondolavo con le gambe stese e guardavo le mie scarpe nuove: belle, lucide, alte. Mi stringevano. Le sfilai.

Non c’entravano niente quelle scarpe con noi. I nostri piedi erano spesso nudi nelle lunghe passeggiate sulla sabbia e sull’erba, sui pavimenti freschi d’estate, nei viaggi in cui non smetti mai di camminare perché cerchi di catturare con gli occhi il più possibile.

Avevo il respiro spezzato da una appuntita agitazione per il timore di incontrare me stessa a vent’anni e misurare la distanza che mi separava da giorni che profumavano di università, di treno e di baci rubati. Mi contorcevo nella pavida euforia di riappropriarmi di sensazioni dimenticate. Si trattava di me. Non di noi. Non di lui.

Avevo riposto il ricordo del nostro amore in un cofanetto prezioso in fondo a un cassetto, quasi fosse una collana di perle. Ci eravamo allontanati in silenzio perché non avevamo più parole da mettere fra di noi, eppure il mio corpo, preso alla sprovvista quel sabato mattina, non riusciva contenere tutti insieme i ricordi di tanta vita. Avrei dovuto indossare la collana di perle e avevo paura di sentirmela addosso.

Raccolsi le ginocchia al petto e strinsi le gambe fra le braccia. Fra il dondolio e la musica mi addormentai.

Il citofono, petulante come un allarme metallico, mi fece sobbalzare interrompendo definitivamente quel tempo sospeso.

Mi alzai in fretta, non misi le scarpe, lo specchio dell’ingresso mi rifletteva spettinata, con il trucco un po’ sbiadito e gli occhi arrossati.

Dietro la porta il suo sorriso. E io smisi di respirare.

Gomitolo n. 9. La finestra dell’indiano

19 agosto 2010

Abito in un palazzo popoloso. Un quadrato con finestre quadrate e un verde quadrato al centro:  un cortile curato sul quale si affacciano le strette cucine romane a forma di elle dei pesanti appartamenti dalle mura spesse. E’ un palazzo del “ventennio” in cui tutto è troppo alto: l’androne, le scale, i soffitti, con la conseguenza che, a volte, mi dà l’idea di essere abitato da persone troppo piccole.

La tapparella della finestra della cucina è l’unica di tutta la casa che non abbasso mai. Nelle altre stanze inseguo l’intimità proteggendola dietro gli scuri e le penombre. Tutta la mia cucina, invece, è una finestra sul cortile.

Quando la sera torno a casa mi soffermo a guardare lo smog che si scioglie nel lavandino e con fare risoluto affogo i rumori cittadini sotto la doccia, lego i capelli in una coda alta e mi affaccio a piedi nudi alla finestra della cucina.

Guardo in faccia gli alberi del cortile e, quando nelle case si accendono le luci, riesco a cogliere quei gesti intimi delle consuetudini domestiche. Quel trafficare fra pentole e fornelli diviene familiare, sera dopo sera: il bicchiere che cade frantumandosi, il bambino che piange perché non vuole mangiare, la televisione dei nonni con il volume troppo alto e gli schiamazzi degli studenti fuori corso. Respiro qualche minuto tra le foglie degli alberi e mi impregno delle voci che salgono piano dalle case insieme agli odori della cena.

Vivere da solo ti porta inevitabilmente a stabilire un rapporto stretto con la casa che impari a conoscere in ogni suo più insignificante gorgoglio, forse perché non è coperto dalle voci dei genitori, del marito, dei bambini o dei coinquilini. E La casa, docilmente, asseconda le tue abitudini, risponde ai richiami, accoglie i tuoi orari sregolati, culla la tua malinconia ed essa stessa diviene la forma concava e convessa della solitudine, un po’ come la grande città che accoglie e respinge, ti annette e ti isola ad un tempo.

Cucinare e apparecchiare in cucina, lentamente, mi dà il tempo di chiudere con la giornata appena trascorsa e ritornare a me.  Con la musica in sottofondo mi siedo a tavola di fronte alla finestra e sorseggio un po’ di vino prima di cominciare a mangiare.

E’ in uno di questi momenti che l’ho rivisto il ragazzo indiano dai lunghissimi capelli neri che lavora nella frutteria sotto casa. Seduto, con i gomiti sul tavolo, guardava pensieroso il suo piatto. E’ solo da qualche giorno che mi sono accorta della sua presenza dall’altro lato del cortile, non so da quanto abiti  lì.

Per una settimana abbiamo cenato alla stessa ora. Quella sera però era più tardi del solito, non c’era la luna e cominciava a far freddo ma non ho chiuso la finestra. Ho mangiato senza fretta mentre il cellulare nell’altra stanza squillava incessantemente. Sembravamo due invitati ad una cena che siedono allo stesso tavolo pur non conoscendosi. Poi, d’improvviso, si è alzato ed è sparito; dopo qualche minuto è ritornato sostenendo una donna con un pancione enorme che faceva fatica a tenersi in piedi. La sorreggeva per la vita mentre le faceva bere un bicchiere d’acqua. Poi sono andati via, lentamente, nel buio. Il ragazzo è tornato a tavola con aria preoccupata, ha mangiato svogliatamente mentre io avevo già finito. Per un attimo i nostri sguardi si sono incontrati e allora mi sono alzata ma non ho sparecchiato, ho lasciato la luce accesa  in cucina e sono andata in un’altra stanza, seguita dal suo sguardo un po’ triste.

Nelle sere successive la luce della finestra dell’indiano è rimasta spenta. Qualche giorno dopo sono entrata nella sua frutteria e, prima di andar via, mentre mi passava la busta con la spesa gli ho chiesto: <<Come sta la signora?>>.  Lui ha alzato lo sguardo e il suo viso è diventato tutto un sorriso. Mi ha risposto emozionato: << Ora bene, è nato Kamir, il nostro bambino>>. Ho  sorriso anche io abbassando lo sguardo e gli ho fatto gli auguri mentre andavo via.

Dopo circa dieci giorni la finestra dell’indiano si è illuminata di nuovo. Io ero con il mio bicchiere di vino, lui con il piccolo in braccio che cullava con vigore nel tentativo di sedarne il pianto. La sua tavola era apparecchiata, il piatto ancora intonso.  Mi è venuto da sorridere pensando che le nostre cene tête à tête, oramai, erano terminate. Lui mi ha sorriso dall’altro lato del cortile. Mi sono alzata e ho sparecchiato, ho lasciato la luce accesa in cucina. Sono ritornata per spegnerla, come ogni sera,  prima di andare a letto.

Passeggiata n. 2: Ernst Ludwig Kirchner

8 agosto 2010

(Continua la collaborazione tra me e Alessandro sul tema dell’arte. Il dialogo fra due lettere puntate si svolge, questa volta, a Düsseldorf)

Ernst Ludwig Kirchner, Two Women in the Street, 1914

22 Agosto 2007, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

(Caldo, ressa di turisti, guida in lingua tedesca)

J. Ascolto questa lingua robusta e invadente che si dilata, amplificandosi, nelle stanze dai soffitti così alti. E mi prende alla gola, quasi mi soffoca, insieme ai turisti che si accalcano intorno alla guida tedesca dalla voce stridula.

A. È un effetto strano, sì, come se intorno ai dipinti avessero messo un’ulteriore cornice. Una cornice vagolante, ma densa e opaca come una nube che annulli le distanze tra i visitatori nascondendo gli uni agli altri. È una voce che sembra dare un prolungato allarme: non si sa contro cosa e non si sa per salvare chi. E in questa incertezza ci chiude nel suo cerchio. Ci mette le mani sul collo, come le opere di Kirchner in questa stanza.

J. Il colore denso e il tratteggio pesante di questa tela sono asfissianti; il verde striato di nuances acide ricopre e svela, a un tempo, una città notturna e i suoi abitanti. I corpi appaiono irrigiditi per l’effetto del taglio sbieco delle forme geometriche in cui Kirchner li costringe. Non vi è nessuna concessione alla rotondità, alla sinuosità e alla morbidezza neanche per il corpo della donna che diventa sferzante e tagliente, privo di ogni rassicurante amenità. Le curve si allungano distorcendosi fino a diventare linee irregolari e pungenti. I personaggi sono congelati in una posa, in un’attitudine metropolitana consueta, a metà tra l’indifferenza e la perseverante solitudine. I volti sono indecifrabili come il legame di questi uomini con la città, nei vicoli della quale si stagliano come figure senza carne né sangue.

A. È la folla meccanica e sghemba di cui scrive Baudelaire, costretta in gesti ripetitivi e che manifestano un costante disturbo, pur nel conforto delle azioni infinitamente uguali a se stesse. Gli unici elementi di morbido calore nel quadro sono le frivole piume dei cappelli e lo sguardo scambiato dalle due donne in primo piano. Ma, se osservi meglio, ti accorgi che anche quello sguardo possiede qualcosa di meccanico e stereotipato: è un vile e umidiccio rapporto di dominazione quello tra la donna di statura minore e la più slanciata. Uno sguardo fragile che ricerca rassicurazioni e uno sguardo di vitrea supponenza. Quello che sembra un legame è solo gerarchia, una replicazione della medesima gerarchia che intercorre tra i personaggi di primo piano e quelli di sfondo: anche in un ipotetico contatto umano, attraverso la grande e liquida umanità degli occhi, non c’è salvezza. Solo distanza.

J. Gli abiti e gli accessori che riflettono, nel dettaglio, la moda dell’epoca acuiscono la sensazione di livido languore che proviene da una città imbellettata ma ammalata. Il trionfo dell’apparenza ma anche del mascheramento. I volti sono impenetrabili  sotto i pesanti cappelli, l’espressività umana è ridotta a un’ombra. Ognuno procede sulla sua strada, anonimamente. Gli uomini e le donne di Kirchner sono manichini che sfilano nella notte rigida, escono da un fumoso locale notturno o adescano clienti sotto la luce artificiale di un lampione.

A. Mi incuriosisce quella porta sulla sfondo. Ci sono due soglie nel quadro. Una è quella porta, che divide il dipinto da ciò che è esterno al dipinto e, al tempo stesso, erige nella mente dello spettatore l’ambiente sordido da cui provengono le due figure sullo sfondo; l’altra soglia è data dallo iato – generato dalla prospettiva – che si crea tra i due gruppi di personaggi. I due sullo sfondo hanno la fretta del consumo, uscendo da quel locale immaginario e immaginato; nelle due donne in primo piano il consumo è invece quello dei corpi, metaforico ma anche fisico, perché è come se con la loro presenza sulla tela consumassero e annullassero i corpi delle figure poste sullo sfondo. Consumo, consunzione, degradazione. Questo dipinto ha un potente impianto unitario che non lascia scampo alla vista.

J. La porta sullo sfondo mi fa pensare a un punto di fuga, a una sosta obbligata per lo sguardo dello spettatore e a un ricovero cercato dai personaggi, quasi una speranza di umana condivisione ma, allo stesso tempo, una indulgenza alla disperazione. E’ una promessa non mantenuta, un inganno, una trappola cittadina, una prigione che relega e divide ogni essere umano, lasciandolo alla fine da solo in balia degli incubi silenziosi che evaporano lungo le strade notturne gelide di bruma.

A. Essere in due, come le due figure in primo piano, è possibile ma al costo di accettare il compromesso dell’automatismo nella vicinanza, sembra dire Kirchner, al costo di far finta che la ripetizione della azioni non corrisponda alla genericità della comunanza umana e che la società non sia una sorta di lingua costituita da sparute parole fredde e dure. Forse l’ossessione di Kirchner è proprio in questo guardare con occhi spalancati la comunanza umana, l’affollarsi di corpi e vite e città furiose, e nel ritrarsi immediatamente dopo con la certezza di non avere nulla tra le mani. È possibile che in ciò si trovi l’origine della ripetitività ostentata da Kirchner nelle opere di questo periodo: è come se ad ogni dipinto il suo sguardo ritornasse vergine, per eccesso e saturazione del sentire, e ricominciassero a comparire sulla tela linee sghembe, colori velenosi, figure incerte.

J. I fantasmi screziati delle tele di Kirchner si dileguano nella notte di Düsseldorf come suoni in lontananza mentre, lentamente, ci avviamo all’uscita della mostra. Rimangono sospese nell’aria le sue parole che ci accompagnano sulla via del ritorno: “Se ci fosse qualcuno. Qualcuno. Almeno uno. Almeno. Per camminare insieme, per parlare insieme, per giocare insieme. Se non si fosse soli, così soli. Se non si fosse i soli a morire in questa città. Se ci fosse qualcuno, uno almeno, almeno un altro. Per avere meno paura. Per avere paura insieme”.

Passeggiata n. 1: Edward Hopper

25 luglio 2010

(Io e Alessandro inauguriamo una giocosa collaborazione sul tema dell’arte. Chiacchiere in forma di dialogo durante visite virtuali nei musei, come due turisti o due amici che si ritrovano a commentare e a scambiarsi opinioni sui quadri che catturano la loro attenzione)

Edward Hopper, Chair car, 1965 (collezione coniugi Pal)

25 dicembre 2009, Palazzo Reale – Milano

(L’euforia triste della festa all’ora di pranzo, qualche turista, una panca e Hopper)

J. Che ora è?

A. Sono le 13:15. La mostra l’abbiamo girata tutta. C’è però un dipinto, di cui fino ad oggi ignoravo l’esistenza, che non riesco a togliermi dalla testa. Torniamo nella stanza 5. Guardiamolo di nuovo.

J. Lo senti quanto stride questo quadro muto? E’ afono, quasi soffocato da un pennello intinto nella pesante solitudine del quotidiano. Vi trovi la solitudine e, poi, la solitudine di chi guarda la solitudine altrui. E ci siamo noi, seduti, come i viaggiatori ritratti da Hopper, che sorvegliamo la solitudine dei loro volti e alla fine ci anneghiamo dentro.

A. Siamo come quella luce breve ma meticolosa che colpisce il centro del dipinto. Una luce che divide implacabilmente le persone nel quadro e dividendole le fa sentire, paradossalmente, a casa: ognuna di esse distratta dal suo vizio prediletto. La solitudine deve essere questo dividere e rasserenare, al tempo stesso. Anche osservare, sbirciare, decifrare la solitudine altrui offre un impavido calore allo sguardo: l’occhio dello spettatore viene prima allontanato e ripartito, poi riavvicinato da quella luce dalle spesse geometrie ma, a suo modo, tagliente.

J. In questo dipinto la solitudine ha il colore del sole, è stretta come le pareti di un  treno e squadrata come i rettangoli dorati che una luce solida proietta attraverso i finestrini della carrozza. Tu di che colore avresti dipinto la solitudine?

A. Non riesco a legare la solitudine a dei colori specifici o all’idea, generica, di colore. Se penso alla solitudine penso alla cornice di un quadro, alla mosca che passa vicino a una tela e ci proietta sopra l’ombra per il baluginare di un secondo, al pittore che si allontana dal quadro quando questo è terminato e se ne sente orfano. Perché il colore che troviamo dipinto è una scelta, l’incontro di qualcuno con la materia e lo sposalizio fragile di questa con un’idea: nella solitudine ci si trova gettati su una scelta già avvenuta. Ecco, forse un plumbeo e denso grigio, raggrumato sulla tela come un edificio privo di ombre, può farmi venire in mente quell’aspetto precipuo della solitudine che è l’abbandono.

J. E’ un brillore fioco che riposa tra le ciglia la solitudine e diventa, poi, polvere diffusa che si sedimenta sotto lo sguardo altrui. E’ la luce di questo quadro, costretta in forme nette, distinte, definite. Rigida e contratta come il collo della viaggiatrice che si torce per sbirciare e muta come una porta senza pomello. E’ il riverbero verdognolo dell’intimità, il barbaglio affievolito dall’avanzare della notte.

A. Sì. Hai fatto caso come, nel quadro, l’unico personaggio della “scena teatrale” che desti interesse negli altri stia semplicemente leggendo? Come se per Hopper l’unica attività umana degna di attenzione, almeno durante questa tipica solitudine pubblica, sia una chiusura in se stessi che sia anche un’apertura verso un mondo narrato da altri. Tutti gli altri personaggi hanno atteggiamenti in apparenza più liberi (sguardi vaganti, posture disinvolte) ma, in fondo, sono rinchiusi in una solitudine senza mondi da esplorare: la lettrice è rigida e ferma ma richiama tutta l’attenzione sulla scena. Ci sono spazi liberi e aperti nella sua rigidezza.

J. La fissità momentanea e vibrante della lettrice è determinata dall’attesa, potrebbe essere la protagonista di un film e questa essere l’inquadratura iniziale della scena di un lungo viaggio. Un fotogramma silenzioso, una sospensione, un anfratto di solitudine prima di respirare di nuovo la vita, fuori dalla scatola che scivola silenziosamente sui binari. Lei ne è consapevole e si attarda tra le parole, prima di abbandonarsi con tutta se stessa alla promessa di un abbraccio desiderato.

Che silenzio, sembra non ci sia più nessuno. Si deve essere fatto tardi, che ora è?

A. Ah. Sono passati già venti minuti da quando siamo ritornati a guardare il quadro. Non me ne ero neanche accorto.

J. Ho fame, andiamo a rimediare il pranzo di Natale?

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Forse io non sono molto umano.
Tutto quello che volevo fare era dipingere
la luce del sole sul lato di una casa.
Edward Hopper

Gomitolo n. 8. La lavatrice

28 giugno 2010

Giro intorno, mi allontano e torno sempre a quel pensiero.

Cammino sui tacchi rumorosamente per richiamarmi all’ordine e sento i tuoi passi che mi corrono dietro.  Allora esco, prendo il sole in faccia, mi lascio schiaffeggiare dall’aria tiepida di una terrazza primaverile e i tuoi occhi mi pungono le spalle. Ti lavo strofinando forte le mani sotto l’acqua e ti vedo allo specchio nella fronte corrugata.

Rido, ritorno a me. Non oppongo più resistenza. Ti accolgo ovunque tu abbia fatto il nido: sotto le unghie, dentro i capelli, in una piega del collo, in un capriccio della mia vanità o nello sbuffo di fumo della mia sigaretta.

Costringo il tempo a inseguirmi ora che va più lento di me e a sera ti sento pesante nelle gambe e sulle palpebre impolverate.

Dietro le imposte accostate mi spoglio della giornata e ti abbandono fiaccamente a terra insieme ai vestiti.

Poi li raccolgo con cura e li metto a lavare. Faccio una doccia così bollente che fa quasi male e finalmente ti addormenti nella centrifuga rumorosa ora che sei solo uno dei tanti pensieri che girano vorticosamente nell’oblò della lavatrice alla quale ho affittato l’anima per un paio d’ore.

 

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